(di Roberto Nardi)
Assonanze espressive e diversità
tematiche, accostamenti e contrapposizioni di opere, in un
procedere continuo e comune di appropriazione seriale e
manipolazione di immagini tratte da una varietà infinita di
fonti – film, romanzi pulp, fumetti, video e post sui social,
copertina di dischi, racconti di fantascienza, foto di celebrità
e ‘meteore’ – che da due punti di vista offrono una visione
critica, spesso spietata, dell’America del Nord. Gli artisti
statunitensi Arthur Jafa (1960) e Richard Prince (1949) sono i
protagonisti della mostra “Helter Skelter”, a cura di Nancy
Spector, nella sede veneziana della Fondazione Prada, a Ca’
Corner della Regina, fino al 23 novembre prossimo.

   
L’esposizione riunisce una cinquantina di opere dei due
artisti, oltre una serie di nuovi lavori, tra cui un “zine”
realizzata in collaborazione tra Jafa e Prince che raccoglie le
immagini che si sono scambiati durante la realizzazione della
mostra, lungo un percorso che vede la presenza nelle stesse sale
di entrambi e si dipana tra pianoterra e primo piano del
palazzo.

   
Se Jafa procede attraverso una riflessione sulla sua identità
di afroamericano, associata alla missione “di rivitalizzare il
cinema e l’arte dei neri d’America”, Prince – noto al grande
pubblico dagli anni Ottanta per la serie Cowboys – “oscilla tra
una critica lucida della mascolinità bianca e il fascino per il
lato oscuro della psiche americana”.

   
In mostra sono presentate opere iconiche – come i lavori di
Prince che rielaborano in una cifra al maschile una serie di
quadri di De Kooning, i manifesti delle proteste, che mostrano
in una varietà quasi monocromatica le sagome di aerei che
bombardano, o l’Hulk nero, il ‘Mickye Mouse Was a Scorpio’ e la
rielaborazione di scene pulp di ‘Taxi driver’ di Scorsese in una
chiave afroamericana di Jafa – che danno l’idea di un processo
continuo di appropriazione di immagini.

   
Un sistema seriale di “pirateria artistica”, operata dai due
artisti che, aldilà delle tematiche e critiche sottintese o rese
in modo esplicito, rimanda idealmente a Duchamp. “Entrambi – ha
rilevato la curatrice nel libro-catalogo che riporta anche una
conversazione tra Jafa e Prince – hanno citato il ready made di
Marcel Duchamp, la radicale trasposizione di oggetti dal mondo
reale al contesto artistico, come fonte di ispirazione, o come
punto di riferimento per le loro rispettive pratiche”. Ne
emerge, complessivamente, un interrogarsi, una riflessione, una
messa in dubbio delle convenzioni, degli stereotipi, delle
convinzioni acclarate da un sistema. (ANSA)

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