12 maggio 2026 – ore 06:30 – Ieri, 11 maggio 2026, non è stato il giorno in cui Trieste, con ogni probabilità, ha perso la sua Serie A. È stato qualcosa di peggio: il giorno in cui è caduta l’ultima finzione. Per mesi si è raccontato che Roma fosse un’ipotesi, una suggestione, un piano parallelo, quasi una leva negoziale. Poi sono arrivati i fatti. E i fatti, nello sport come nella politica, hanno il brutto vizio di parlare chiaro. La Cotogna Sports Group di Paul Matiasic si è aggiudicata il bando per la concessione del PalaEur per la stagione 2026-2027. Non con una vittoria di misura. Con una demolizione economica degli avversari. La cordata concorrente guidata da Nelson aveva rilanciato rispetto alla base d’asta prevista da Eur Spa. Matiasic ha risposto con un’offerta quasi venti volte superiore al minimo richiesto. Non un rilancio: una dichiarazione di guerra commerciale. Nel linguaggio degli affari internazionali si chiama “knock-out bid”. Un’offerta così sproporzionata da rendere inutile perfino continuare la partita. E infatti la partita, a ben guardare, è finita lì.
Perché nessun imprenditore investe una cifra del genere per tenersi aperta una possibilità teorica. Nessuno occupa il principale palasport della Capitale se non ha già deciso dove vuole costruire il proprio futuro sportivo. Il PalaEur non è un parcheggio. È un manifesto politico, economico e mediatico. La cronologia, ormai, è talmente precisa da risultare quasi crudele. Il 26 febbraio emergono le notizie degli incontri romani di Matiasic con il sindaco Roberto Gualtieri, il ministro Andrea Abodi e l’ambasciatore americano Tillman Fertitta. In quei colloqui viene illustrato un progetto chiaro: portare la Serie A di basket a Roma attraverso il trasferimento del titolo sportivo di Trieste. Il 28 febbraio la società reagisce parlando di “speculazioni frammentarie” e invita l’ambiente a non alimentare tensioni. Il 2 marzo arriva la famosa call con i tifosi. Matiasic rassicura la piazza: Trieste non resterà senza basket. Però introduce il vero tema della vicenda, quello che allora molti fingono di non sentire. La sostenibilità economica. Dice chiaramente che gli investimenti sostenuti dalla proprietà non possono proseguire all’infinito senza un coinvolgimento del territorio.
Il 19 marzo arriva il passaggio decisivo: la richiesta formale per la concessione del PalaEur. Da quel momento Roma smette di essere una voce. Diventa una pratica amministrativa. A fine marzo il caso approda perfino ai tavoli governativi. Il ministro Abodi richiama il valore sociale e identitario dello sport, mentre Fedriga chiede chiarezza sul futuro della pallacanestro triestina. Ora siamo al punto finale della traiettoria. Perché il dettaglio più importante delle ultime ore non è neppure l’asta vinta. È il silenzio successivo. La Federazione, attraverso Gianni Petrucci, conferma di non avere ancora ricevuto la richiesta ufficiale di trasferimento del titolo sportivo. Formalmente, dunque, il passaggio non esiste ancora. Politicamente ed economicamente, invece, esiste eccome. Ed è qui che la storia diventa perfino più italiana del previsto. Perché tutti sanno già dove si sta andando, ma nessuno vuole essere il primo a pronunciare la frase definitiva. Si aspetta la fine dei playoff. Si parla di “progetto strutturale”. Si invocano “valutazioni condivise”.
Si promette “basket di alto livello” a Trieste. È il lessico tipico delle separazioni consumate male: nessuno lascia davvero, ma intanto uno dei due ha già preso casa altrove. La nota ufficiale della società è un piccolo capolavoro di prudenza strategica. Dice tutto quello che serve per evitare l’esplosione emotiva della piazza e nulla di ciò che la piazza vorrebbe realmente sapere. Nessun dettaglio sulla categoria futura. Nessuna spiegazione sul nuovo titolo sportivo ipotizzato per Trieste. Nessun chiarimento sui capitali necessari. Nessun cronoprogramma. Solo due parole ripetute con attenzione: competitività e sostenibilità. Ed è qui che cade definitivamente la maschera romantica di questa vicenda. Perché la sostenibilità è il nome elegante con cui il professionismo moderno spiega che l’amore non basta. Trieste ha pubblico, identità, tradizione, passione. Ma nel basket contemporaneo tutto questo pesa meno di un mercato televisivo, meno di un grande sponsor romano, meno della possibilità di vendere la Serie A dentro una città da tre milioni di abitanti. È brutale? Sì. È incoerente? No.
Lo sport italiano contemporaneo funziona così. Le città credono ancora di avere squadre. In realtà hanno concessioni temporanee. Fedriga prova comprensibilmente a tenere in piedi il quadro istituzionale. Le sue parole sono misurate: parla di rassicurazioni ricevute dalla proprietà circa la volontà di mantenere un progetto importante a Trieste. Ma anche qui il dettaglio conta più della forma. Si parla di volontà, non di garanzie. Di progetto, non di Serie A. Di futuro, non di presente. E allora la domanda finale diventa inevitabile. Tutto questo può finire? Sì. Ma non finirà con un’esplosione. Finirà con un comunicato. Con fotografie sorridenti. Con ringraziamenti reciproci. Con qualche promessa di rilancio territoriale. Con la parola “continuità” ripetuta abbastanza volte da sembrare vera. Poi Roma si prenderà il basket che conta. E Trieste, ancora una volta, resterà davanti al mare a discutere non di come vincere, ma di come sopravvivere alla prossima partenza.
L’editoriale è di Francesco Viviani