di
Barbara Visentin

Il cantante sarà uno dei protagonisti del concerto di Radio Italia, venerdì sera

Nonostante viva a Roma, Tommaso Paradiso racconta di considerare Milano la sua «casa musicale», il luogo dove ha costruito la sua carriera. E tornarvi per salire sul palco del concerto di Radio Italia, venerdì sera, non può lasciarlo indifferente.

Cantare con il Duomo accanto fa molto effetto?
«È un palco che mi emoziona tanto, sì, in una piazza fra le più iconiche d’Italia. Poi io sono musicalmente un po’ milanesizzato ed è la prima volta che vi partecipo da solista, quindi ci tengo molto, è un appuntamento che mi è sempre piaciuto».



















































È reduce dal tour nei palazzetti: cosa le ha lasciato?
«La voglia di tornarci immediatamente: il palco è il posto in cui mi piace stare, è il mio lavoro e lo amo».

Nelle scorse settimane è stato contestato online per un video in cui scagliava un microfono a terra, a Napoli. Che cosa è successo?
«Nella vita ho fatto centinaia di concerti e non mi era mai capitata una situazione del genere. Sul palco ogni emozione è amplificata al massimo e a Napoli, per continui problemi alle cuffie, ho cantato per oltre un’ora senza sentire nulla. Ho fermato lo spettacolo più volte e poi è è subentrata la frustrazione che mi ha fatto perdere per un attimo la lucidità. Ho sbagliato e me ne sono reso conto, tanto che mi sono scusato subito. Mi è dispiaciuto però che si pensasse che avrei potuto colpire qualcuno perché ho lanciato il microfono sulla mia passerella, non verso il pubblico. È un gesto di stizza sbagliato, ma non certo sulla gente. Napoli mi ha sempre dato un affetto immenso e proprio per questo stavo così male all’idea di non poter dare al pubblico lo show che desideravo».

Ma sono gesti che a un artista non dovrebbero capitare o dimentichiamo che siamo tutti esseri umani?
«L’ho paragonato al tennista che scaglia una racchetta a terra: avendo giocato a tennis per anni, empatizzo. Poi io lo condanno come gesto e mi auto-condanno, negli anni 70 mangiavano i pipistrelli sul palco, ma adesso le cose sono cambiate, mi rendo conto che un personaggio pubblico deve dare un esempio di comportamento e che magari dei ragazzini dal telefono vedono queste cose. Solo che così come mi commuovo sul palco, o rido per le gag con la mia band, fra le mille emozioni dell’essere umano purtroppo veniamo attraversati anche dalla rabbia. Una cosa del genere non dovrebbe scappare, ma a volte scappa».

Il momento invece più bello del tour?
«Ho sentito un sacco di empatia e mi sembrava di avere davanti il pubblico pre-pandemia che stava lì solo per cantare a squarciagola. Ciò che proprio mi ha steso è stato l’amore per “I romantici”, non mi aspettavo generasse un’onda del genere e ogni volta scoppiavo in lacrime. È entrata nel cuore».

Da Sanremo in poi l’ha vista crescere?
«Tutta la mia vita è un Diesel, sono la tartaruga e ne sono contento. Ho iniziato a suonare dopo il liceo e ho avuto successo a 34 anni. Tutte le cose mi sono arrivate a scoppio ritardato, ma è bellissimo, me le godo di più».

Passato qualche mese dal Festival come ci ripensa?
«Avevo molta paura di andarci, l’ho sempre visto come il grande mostro finale di un videogioco. Però guardando quel che è successo, pur essendo stato molto emozionato, lo rifarei. Innanzitutto per la canzone perché non avrebbe avuto un tale successo e dovevo proteggerla. Già negli anni scorsi avevo canzoni dello stesso livello e sono state ignorate perché non sono voluto andare a Sanremo, stavolta mi sono detto, hai la canzone giusta e la butti?».

Dopo la nascita di sua figlia, il Festival ha cristallizzato un momento speciale?
«L’ha glorificato, non c’è cosa più intensa. Mia figlia, tra l’altro, è venuta in tutto il tour nei palazzetti, ovviamente in albergo con la tata».

Per le date estive, a luglio, ci sono novità in arrivo?
«Sicuramente sarà una prosecuzione di quel che abbiamo fatto nei palazzetti, ma non so se arriverà una canzone nuova, ci sto pensando…».

Sul palco, fra musicisti e coriste, siete in 10: quanto conta, per lei, l’aspetto live?
«Per me ha un’importanza devastante non solo che sia tutto suonato, ma che ci siano proprio quelle persone perché non sono turnisti, siamo amici e stare con loro è speciale. A volte improvvisiamo o suoniamo senza click: ci piace suonare, siamo del Novecento d’altra parte… Figli del vecchio secolo».

13 maggio 2026