Ci sono artisti che lavorano sulle immagini, altri sui materiali. Hagar Ophir, classe 1983, lavora sul tempo — e lo fa come si fa con un tessuto: lo taglia, lo ricuce, lo mette in tensione finché smette di essere lineare e diventa qualcosa da attraversare. Formata come storica, scenografa e danzatrice, Ophir costruisce dispositivi più che opere: spazi in cui il passato ritorna, insistente, nel presente. Nei suoi progetti la storia non è mai archivio, ma campo di forze, attraversato da relazioni e responsabilità. Non a caso sarà tra i protagonisti di In Minor Keys, un contesto tutt’altro che neutro, dove il suo lavoro entra in risonanza con una riflessione collettiva su memoria, potere e possibilità di riscrittura. Dopo aver lasciato Gerusalemme, Berlino è il suo laboratorio, ma anche un terreno instabile, dove pratica artistica, educazione e attivazione collettiva si intrecciano senza gerarchie.

opera di Hagar Ophir tratta dal progetto Bound With The Living: The Archive Room.

opera di Hagar Ophir tratta dal progetto Bound With The Living: The Archive Room. 

Che tipo di responsabilità sente nel portare il suo lavoro alla Biennale?

“Credo che non possa essere attribuita solo agli artisti. Vorrei che fosse richiesta a chi detiene il potere reale: gli Stati e le istituzioni che sostengono regimi genocidi e i loro padiglioni propagandistici. La responsabilità è già presente nell’aspetto più elementare del nostro modo di vivere. Soprattutto in Occidente, esiste una consapevolezza di fondo: la nostra partecipazione è intrecciata a sistemi dai quali non possiamo separarci. Prendere parte a questa mostra è parte di questa negoziazione. C’è una contraddizione nel portare questo lavoro in un’esposizione internazionale, dentro un’infrastruttura imperiale e capitalista di cui facciamo parte. Più il lavoro è visibile, più porta con sé responsabilità. Ci sono dubbi, rischi, e la possibilità di sbagliarsi. Allo stesso tempo, far parte di In Minor Keys è significativo. Non è un contesto neutro, ma plasmato da Koyo Kouoh. Il progetto Bound with the Living, sviluppato con la filmaker palestinese Juna Suleiman, propone un metodo che si fonda su cura, ascolto e responsabilità reciproca”.

Lei “riscrive” il presente attraverso il passato: quando è nata quest’urgenza?

“Da quando la storia ha iniziato a essere scritta. Insieme ai sistemi egemonici che hanno portato distruzione nel mondo, è emersa anche la necessità di resistere alle narrazioni che questi sistemi impongono. Sono distruttivi, costruiti sulla cancellazione di tutto ciò che non serve all’idea di “progresso”. Quindi l’urgenza non nasce oggi: è già nel modo in cui il mondo è stato costruito. Allo stesso tempo, non credo si possa tornare a riprodurre il passato nel presente. Per me il tempo ha una presenza più circolare, come la luna o le stagioni. Non andiamo da nessuna parte: siamo sempre qui. L’idea apocalittica del susseguirsi delle epoche come una linea è problematica. Se smettiamo di credere nel progresso come struttura del tempo, allora il tempo circola, e noi ripetiamo e forse ripariamo anche parti spezzate delle iterazioni precedenti. Ogni volta esiste la possibilità di fare le cose in modo diverso, di aggiustare qualcosa, anche solo in parte”.

Scrivere la storia è sempre un atto politico?

“È un processo di selezione, e dunque un atto politico, anche quando pretende neutralità. Come discendente sia di vittime di genocidio sia di perpetratori di un altro, sento la necessità di superare questa separazione temporale per produrre conoscenza sul passato e sul presente”.

opera di Hagar Ophir tratta dal progetto Bound With The Living: The Archive Room.

opera di Hagar Ophir tratta dal progetto Bound With The Living: The Archive Room. 

Oggi essere israeliani nel sistema dell’arte comporta aspettative e giudizi.

“Preferirei non rispondere, ma capisco la domanda. Non mi identifico con questa categoria, anche se spesso mi viene attribuita. Deriva dal fatto che sono cresciuta a Gerusalemme, ma Gerusalemme esisteva prima dello Stato sionista che oggi la rivendica, e continuerà a esistere dopo. Trovo difficile accettare di essere definita attraverso quel nome. Allo stesso tempo, rifiutare tale etichetta può essere interpretato come un modo per evitare responsabilità. Non è la mia posizione. Credo che gli israeliani debbano assumersi il carico etico del loro coinvolgimento, diretto o indiretto, nei crimini del progetto sionista. Non vivo sotto quel regime da oltre un decennio, proprio nel tentativo di separarmene. Non mi sento di rappresentare quello Stato e non voglio concedergli neppure una minima parte di ciò che sono. È un sistema imperiale violento, non solo nei confronti della Palestina, ma anche per aver cancellato le diversità delle storie ebraiche. Preferirei non essere definita attraverso quel nome”.

Eppure c’è il rischio che la sua identità venga letta prima ancora della sua opera.

“Solo chi è inserito nei sistemi di potere può immaginare di muoversi nel mondo senza che la propria identità influenzi la lettura del proprio lavoro. Per tutti gli altri, l’identità è sempre presente. Viene letta nel lavoro, che lo si voglia o meno. La questione non è separare lavoro e identità, ma restare responsabili verso entrambi. Non separo ciò che sono da ciò che faccio”.

Se chiude per un attimo gli occhi, cosa vede nel futuro?

“È difficile parlarne in un momento in cui così tante vite vengono distrutte. È complicato rispondere senza provare disagio. Così con Juna (Suleiman, ndr) restiamo nel presente, cercando di fare ciò che ora è necessario. Non considero però il lavoro come qualcosa di mio soltanto. Esiste grazie a fiducia e lavoro condiviso. È il risultato di una collaborazione con Antonia Eckardt, Miriam Schickler, Hana Umeda, e della fiducia di tutti coloro che si sono uniti al progetto fin dagli inizi — inclusi coloro che c’erano prima di noi e verranno dopo”.

ritratto Hagar Ophir

ritratto Hagar Ophir 

Hagar Ophir è un’artista originaria di Gerusalemme. Vive a Berlino. A Venezia porta l’opera partecipata Bound with the Living: Gathering in Venice (2026) che combina installazione, performance e ricerca.

Artwork courtesy Hagar Ophir: “A triple alphabet Ouija Board” detail from Bound With The Living Photo Moritz Gansen.