di
Marco Cremonesi

Dai Family Day alla Famiglia nel bosco, l’ex senatore leghista se la prese anche con uno sketch di Virginia Raffaele giudicato satanico

In realtà, era scritto. I frequenti post sui social, le prese di posizione pubbliche, un caso che sembra fatto apposta per lui. In breve: Simone Pillon è il nuovo avvocato della «Famiglia nel bosco». Papillon sempre incollato sotto al mento, l’ex senatore leghista non è mai stato un politico di sistema ma un agitatore culturale con la toga. Ha incarnato la saldatura tra il populismo salviniano dei giorni con i rosari esibiti ai comizi e il tradizionalismo cattolico più netto, di cui è diventato uno dei volti più mediatici.

Del nuovo incarico, oggi parla poco: «Prima devo trovare il bandolo della matassa, leggere tutto». Al momento, si sa che i precedenti avvocati di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, i genitori dei bambini cresciuti nei boschi abruzzesi di Palmoli, hanno gettato la spugna. Marco Femminella e Danila Solinas hanno lasciato dopo aver preso atto dell’assenza di «visione comune» con la coppia anglo-australiana. Come aveva fatto, per motivi simili, il precedente avvocato. Tre legali in fuga dalla stessa causa, precedente che Pillon affronta con il suo piglio: «Nessuno qui è ingestibile. Catherine e Nathan sono persone per bene e di gran cuore, preoccupati per i loro figli esattamente come lo sarebbe ciascuno di noi nelle medesime circostanze». E la scelta dei predecessori «non è stata per diversità di vedute, ma dopo aver chiesto un allargamento del collegio difensivo».



















































Bresciano per nascita, umbro di adozione, Pillon a marzo aveva scritto sui social: «Lo strapotere di assistenti sociali, consulenti e giudici minorili dovrebbe arrestarsi davanti agli inalienabili diritti dei genitori». Poco più tardi, per la festa del papà, posta la foto di Trevallion con un augurio «a tutti i papà separati che soffrono ma, per amore dei figli, non si arrendono».

Il crociato del diritto di famiglia, dopo essere stato organizzatore dei tre Family Day (2007, 2015, 2016), poco dopo il suo arrivo in Senato con la Lega, nell’agosto 2018 presentò il ddl che poi prese il suo nome. Riguardava i genitori separati con il riequilibrio della figura paterna, data per svantaggiata rispetto a quella materna. E furono subito polemiche e mobilitazioni a catena: avvocati, psicologi, centri antiviolenza e movimenti femministi scesero in piazza in tutta Italia. Alla fine, il ddl Pillon restò sulla carta.

Ma l’elenco delle sue crociate è lungo: lotta all’aborto, opposizione al ddl Zan sull’omotransfobia — e qui è una sua vittoria —, che ha festeggiato. Nel suo attivismo se la prende anche con una fontana di Luigi Ontani («imponente statua di un satanasso con tanto di corna e pene vistosamente eretto») e con uno sketch di Virginia Raffaele, pure quello giudicato satanico. Poi viene anche il conto: condanna al risarcimento in favore dell’associazione Omphalos di Perugia, accusata da Pillon di fare propaganda omosessuale nelle scuole. Accuse rimaste senza riscontro. Totale: sessantamila euro. La sua chiosa: «Difendere le famiglie costa caro».

Poi Pillon prese le difese della famiglia di Indi Gregory, una neonata britannica di 8 mesi affetta da una malattia mitocondriale considerata incurabile. L’Alta corte di Londra negò ai genitori la possibilità di trasferire la bambina in Italia, dove l’ospedale Bambino Gesù si era offerto di assisterla: morì nel novembre 2023, dopo l’estubazione. Anche qui, il dibattito fu acceso: accanimento terapeutico o speranza nel «miracolo» evocata da Pillon?

Ora la «Famiglia nel bosco». Altra battaglia di confine tra diritti dei genitori e tutela dei minori, tra Stato e famiglia. Il bandolo della matassa, anche questa volta, potrebbe essere aggrovigliato.


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13 maggio 2026