di
Fausta Chiesa

Le scorte globali di petrolio crollate di 246 milioni di barili dall’inizio della guerra in Medio Oriente. Il mercato petrolifero in deficit fino all’ultimo trimestre: il report intitolato «Colmando il gap»

Scende tutto nel mercato mondiale del petrolio: scorte, produzione, raffinazione (e di conseguenza i prodotti come benzina e gasolio) e anche la domanda. Lo prevede l’ultimo «Oil market report» pubblicato oggi, 13 maggio, dall’Agenzia internazionale dell’energia e che si intitola «Colmando il gap». Secondo i dati preliminari del report mensile, le scorte globali di petrolio si sono ridotte di 129 milioni di barili a marzo e di ulteriori 117 milioni di barili ad aprile. «Le scorte mondiali di petrolio – scrive l’Aie – si stanno riducendo a un ritmo record, mentre i Paesi importatori devono far fronte a interruzioni senza precedenti delle forniture dal Medio Oriente». Le scorte globali di petrolio sono crollate complessivamente di 246 milioni di barili dall’inizio della guerra, con perdite ben più consistenti se si escludono i volumi accumulati a terra e sulle petroliere bloccate nel Golfo. Il calo è pari a -378 milioni di barili se si considerano le quantità di petrolio stoccate nei Paesi del Medio Oriente, che non riescono più a esportare la produzione, e il petrolio stoccato sulle navi bloccate nel Golfo. Le scorte mondiali, che ammontavano a 8,2 miliardi di barili prima dell’inizio della guerra in Medio Oriente, sono ora pari a 7,9 miliardi di barili.

Prezzi del petrolio, +50% da fine febbraio

Secondo l’Aie, il rapido esaurimento delle riserve, in un contesto di continue interruzioni, potrebbe preannunciare futuri picchi dei prezzi. Che, per l’appunto, sono l’unica cosa che nel mercato del greggio non scende, con il Brent di Londra oggi sopra 107 dollari al barile rispetto ai 67 dollari di metà febbraio – poco prima dello scoppio del conflitto in Medio Oriente – e il Wti di New York sopra 101 dollari rispetto ai 63 dollari di metà febbraio. 



















































Meno offerta e produzione

Oltre alle scorte stanno calando e sono previste in calo anche l’offerta e la produzione. L’offerta globale di petrolio è diminuita di ulteriori 1,8 milioni di barili al giorno ad aprile scendendo a 95,1 milioni di barili: da febbraio in un mondo che consuma circa 105 milioni di barili al giorno (ma ne consumerà un po’ meno a causa della crisi) l’offerta è «corta» di  una decina di milioni di barili al giorno. La produzione dei Paesi del Golfo, colpiti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, è risultata inferiore di 14,4 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli prebellici. I paesi asiatici, privati del petrolio mediorientale, hanno importato maggiori quantità di petrolio dal bacino atlantico (Brasile, Stati Uniti, Venezuela), che impiega più tempo per arrivare a destinazione. Ipotizzando una graduale ripresa dei flussi attraverso lo Stretto a partire da giugno, l’Aie prevede che l’offerta globale di petrolio diminuirà in media di 3,9 mln b/d nel 2026, raggiungendo i 102,2 mln b/d.

La domanda di petrolio 

L’Aie prevede che la domanda mondiale di petrolio si contrarrà di 420 mila barili al giorno su base annua nel 2026, attestandosi a 104 milioni di barili al giorno, ovvero 1,3 milioni di barili al giorno in meno rispetto alle previsioni prebelliche. Il calo maggiore si registrerà nel secondo trimestre, con una diminuzione di 2,45 milioni di barili al giorno. I settori petrolchimico e aeronautico sono attualmente i più colpiti, ma l’aumento dei prezzi e le misure di contenimento della domanda, oltre che una minor spinta dell’economia, avranno un impatto sempre maggiore sul consumo di carburanti. Anche perché, in questo choc energetico che non tutti i Paesi soffrono allo stesso modo (qui l’analisi di Danilo Taino), anche la raffinazione sta producendo meno. 

La raffinazione

La lavorazione di greggio nelle raffinerie, che secondo l’Aie crollerà di 4,5 milioni di barili al giorno nel secondo trimestre del 2026 a 78,7 milioni di barili al giorno e di 1,6 milioni di barili al giorno per l’intero 2026, raggiungendo quota 82,3 milioni di barili al giorno. Il motivo? I danni alle infrastrutture, le restrizioni alle esportazioni e la minore disponibilità di materie prime. «Le raffinerie – commenta l’Agenzia guidata da Fatih Birol -si stanno adattando alla crisi, con l’emergere di nuovi flussi commerciali per compensare la perdita delle esportazioni di prodotti del Golfo».

Mercato in deficit fino ad almeno il quarto trimestre

«Sebbene la domanda possa tornare a crescere verso la fine dell’anno se si raggiungerà un accordo per porre fine alla guerra che consenta la graduale ripresa dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz a partire dal terzo trimestre del 2026, come ipotizzato in questo rapporto, è probabile che l’offerta si riprenda più lentamente. Di conseguenza, il mercato petrolifero rimarrà in deficit fino all’ultimo trimestre dell’anno», si legge nell’editoriale del rapporto, intitolato “Colmando il gap”. Con le scorte globali di petrolio già in calo a livelli record, è probabile un’ulteriore volatilità dei prezzi in vista del periodo di picco della domanda estiva. Hsbc ha rivisto al rialzo le previsioni sul prezzo del petrolio Brent per il 2026, portando la stima media a 95 dollari al barile. 

Il calcolo degli extra-profitti

Secondo i dati raccolti dall’osservatorio sui profitti petroliferi di Transport & Environment le raffinerie e la distribuzione sono destinati a realizzare 4 miliardi di euro di extraprofitti a spese degli automobilisti italiani, come conseguenza del conflitto in Medio Oriente. Le attività di downstream hanno già fruttato circa 800 milioni di euro di profitti extra dall’attacco statunitense-israeliano all’Iran. Il profitto delle aziende oil&gas: gasolio +46 centesimi, benzina +24 centesimi dallo scoppio del conflitto. I prezzi del petrolio sono aumentati rapidamente dallo scoppio del conflitto il 28 febbraio. Nella settimana precedente il 13 aprile, i prezzi medi alla pompa in Italia avevano raggiunto i 2,15 euro al litro per il gasolio e i 1,78 euro al litro per la benzina (dopo aver toccato gli 1,82 euro al litro in marzo). Riempire un serbatoio da 55 litri di gasolio costava oltre 26 euro in più rispetto a prima dell’inizio del conflitto. L’industria petrolifera, a oggi, ricava 46 centesimi al litro sull’aumento medio dei prezzi del gasolio rispetto ai livelli pre-conflitto, mentre lo Stato italiano continua a stanziare fondi per mitigare il costo dei carburanti alla pompa. Per la benzina, lo stesso ricavo da parte delle compagnie petrolifere è di 24 centesimi. 

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13 maggio 2026 ( modifica il 13 maggio 2026 | 18:46)