di
Fabrizio Roncone
Lei replica a Boccia: sabato ero al supermercato, sto tra la gente. Lui cita il telefilm: se il governo sembra così, non è colpa mia
Alla fine conviene venirsela a vedere dal vivo la premier Giorgia Meloni, a sentire che dice e soprattutto come lo dice, sempre meglio la sua voce e le sue smorfie in questo premier time del Senato di certe veline che girano per raccontare come a Palazzo Chigi tutto fila liscio, tutto è sotto controllo e niente turba il lavoro dell’esecutivo: nemmeno i russi che ballano e bevono vodka a Venezia, e neppure il ministro della Cultura, il meraviglioso Alessandro Giuli, uno capace di suonare il flauto e parlare ai serpenti, che non potendo cacciare l’ex fraterno amico Pietrangelo Buttafuoco dalla presidenza della Biennale (fu proprio Benito Mussolini, il destino, no? a trasformarla in ente autonomo), si sfoga e, dopo aver litigato con Matteo Salvini (accusato d’assenteismo: sarà vero?), scatena un regolamento di conti nei suoi uffici, tra vecchi sospetti e nuove ripicche. Cacciando — lo ricordo per gli appassionati del genere noir — i suoi principali collaboratori: Emanuele Merlino, il capo della segreteria tecnica, uno protetto dal potente Giovanbattista Fazzolari (come si vendicherà?), ed Elena Proietti, la segretaria personale, protetta invece da Arianna Meloni (ma non è la sorella di?).
Si percorre il corridoio dei busti. I finestroni sono rigati dalla pioggia, sul centro storico di Roma piove come a Bangkok, c’è il capo ufficio stampa del governo, Fabrizio Alfano, seduto su un divanetto ed è lui a far sfrigolare i neuroni per un appunto mentale: nel valutare l’umore della premier, tenere conto che ci sarebbero pure i retroscena su Forza Italia pronta — forse, si suppone, vedremo — a prepararsi per nuove coalizioni, il rumore dei camerati di Vannacci in marcia e la Lega che viene giù nei sondaggi; più, diciamo, un paio di guerre, una crisi energetica che se ne trascina dietro una economica, Trump che è gonfio di rancore nei confronti dell’Italia e poi direi basta, mi pare di non essermi perso niente.
E allora, appunto: qual è lo stato d’animo della nostra premier?
Non è ancora arrivata. C’è il tempo di descrivervi, in breve, l’atmosfera del salone Garibaldi, il transatlantico di Palazzo Madama. La sensazione è che il problema principale, per molti, compresi quelli dell’opposizione, sia uno e uno soltanto: sbrigarsi con questa seccatura per correre allo stadio Olimpico e assistere alla finale di Coppa Italia tra Inter-Lazio. Il senatore di stretto rito salviniano Claudio Borghi esce dalla buvette ridendo (è sempre allegro, ottimista, davvero un grandioso personaggio). Poi, più serioso, passa il suo capo, Massimiliano Romeo. Questo Romeo è uno che, in parecchi, e da tempo, vedrebbero bene alla guida di un nuovo Carroccio. Tipo lucido, veloce, leale. Il governo tiene per un altro anno? «Penso di sì. La premier proverà a rilanciare. Nei limiti, s’intende». Vi preoccupano certe voci su FI? «Guardi: io dico che, in questa legislatura, i forzisti restano con noi, in coalizione. Far cadere il governo li trasformerebbe in traditori. E crollerebbero al 2%». E finita la legislatura? «Beh, da lì in poi, non so che progetti possano avere». Questa nuova legge elettorale? «Sarei per farla insieme alle opposizioni». Senta: e Vannacci, con il suo 4%, potrebbe entrare nel centrodestra? «Sono valutazioni che faremo. Noi, nei confronti di Vannacci, come del resto FI, abbiamo un atteggiamento molto critico» (quando Salvini scapocciò per il generale e decise di candidarlo alle Europee, Romeo e pure Zaia e Fredriga dissero: «Noi, con i fascisti, mai»).
La Meloni, intanto, s’è seduta al suo posto. Tailleur grigio perla, camicia di seta bianca, capelli lisci. Ai lati: i ministri Luca Ciriani e Adolfo Urso, immobile (secondo numerosi osservatori, la premier, insoddisfatta del suo operato, sarebbe spesso tentata di sostituirlo: lui, così, si affida alla «tanatosi», o immobilità tonica; la strategia difensiva con cui gli animali si fingono morti per sfuggire ai predatori). Si comincia in leggero ritardo. I tempi: 3 minuti di domanda, 5 per la risposta di Meloni, 2 di controreplica. Dopo un’ora, se chiedete cosa resta, la risposta è: pochissimo. Lei, la premier, meno graffiante del solito. Frenata? Non si capisce. Però snocciola dati e notizie da cui si deduce che tutto va piuttosto bene. Le opposizioni attaccano e descrivono un’Italia prossima al disastro. Francesco Boccia, capogruppo dem (stranamente di maniera): «Signora presidente, lei lo conosce il Paese reale? Da quanto non mette piede in un supermercato?». E lei: «Ci sono stata sabato scorso… Io ci sto in mezzo alla gente!». Signora mia, ma ha visto a quanto è arrivata la frutta?
Dibattito velleitario. Allora si alza Matteo Renzi. Con battuta finale da titolo: «… però, se invece di un governo, sembrate la famiglia Addams, non è colpa mia!». Così s’arriva al turno del capogruppo dei Fratelli, Lucio Malan (bisogna ascoltarlo sempre con attenzione: una volta, a Un Giorno da Pecora, spiegò — citando la Bibbia — che l’omosessualità è un abominio). Ma pure Malan, stavolta, niente di che. La Meloni abbozza un sorriso di cortesia. Capito. Meglio di Inter-Lazio, a quest’ora, c’è solo un gin tonic.
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13 maggio 2026
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