di
Federico De Rosa

«Con Bpm Siena rischia, resti protagonista. Autonomia per Mediobanca. Lovaglio è stato un ottimizzatore, ha tagliato i costi, ha ridotto il personale. Ma non esiste un uomo per tutte le stagioni»

In 60 anni di lavoro Francesco Gaetano Caltagirone ha vissuto tante vite. Ha iniziato costruendo palazzi a Roma negli anni ’60, per poi allargarsi al cemento e ai grandi lavori, all’editoria — è il decano degli editori — e alla finanza creando un gruppo molto capitalizzato e senza debiti, con posizioni strategiche in Mps-Mediobanca e Generali, che hanno reso Caltagirone non solo il quinto uomo più ricco d’Italia con un patrimonio di 12 miliardi, ma anche uno dei più influenti nelle partite cruciali della finanza italiana. 

«Mio nonno era il più grande costruttore di Palermo alla fine dell’Ottocento — racconta Caltagirone —, mio padre lasciò la Sicilia nel 1926 avendo capito che bisognava stare nella Capitale, dove iniziò a costruire grazie al prestito di un amico. Purtroppo morì giovane, avevo 4 anni, e l’azienda si fermò. A sedici anni chiesi di poter andare in ufficio e in cantiere dai miei zii per imparare il mestiere sul campo. Anche io partii senza capitali e fu un incentivo formidabile. Cominciai sessant’anni fa con un approccio molto innovativo. Il nostro lavoro è sempre stato fortemente finanziarizzato: producevamo utili e liquidità. E quella liquidità andava reinvestita».



















































E così arriva alla finanza.
«Il gruppo accumulava liquidità per due effetti congiunti: il lavoro industriale e la componente finanziaria. Il primo passo naturale fu nei grandi lavori internazionali comprando Vianini. Quando iniziarono le privatizzazioni, comprammo Cementir. Poi sono arrivati i giornali e quindi la finanza. Siamo entrati prima in Banca Nazionale dell’Agricoltura, poi una prima volta nel Monte dei Paschi, quindi in Bnl quando stava studiando la fusione con Mps. Ho investito anche in Carige, Unicredit, Mediobanca e in Banco Bpm».

Perché è tornato su Mps?
«È bene dividere la parte razionale da quella emotiva. Nella mia lunga esperienza ho sempre investito razionalmente per espandere il gruppo. L’investimento in Mps si è rilevato ottimo sia per la redditività sia per la plusvalenza. Quando si raggiunge un’età, ho 83 anni e sono in piena attività, qualche volta occorrono visioni non connesse allo sviluppo del gruppo ma a interessi generali. Sotto la Padania vive oltre il 55% della popolazione italiana ed esiste una sola grande banca Mps. Ho pensato che attraverso il suo sviluppo si potesse creare un polo nell’Italia centrale e meridionale che riequilibrasse la situazione attuale: delle cinque prime banche tre sono a Milano, una in Emilia e solo Mps nella parte peninsulare».

Perché è così importante?
«Una grande banca radicata sul territorio non solo è utile per gli imprenditori che hanno un contatto più diretto e agevole, ma anche è un polo di attrazione per consulenti, e di formazione per dirigenti, fondamentale per lo sviluppo. Il nostro Paese, che ha un forte debito pubblico, deve sfruttare tutte le risorse finanziarie private per sostenere la crescita di imprese e famiglie. Per questo quando ho percepito cosa stava accadendo in Generali con Natixis ho lanciato l’allarme, peraltro condiviso da tutte le forze politiche, contribuendo a salvare il Paese dallo scellerato progetto».

Cosa pensa della fusione Mps/Mediobanca?
«Esiste un precedente: l’incorporazione di Jp Morgan da parte di Chase, che ha portato a impiegare la liquidità raccolta con la rete in attività gestite dalla banca di affari, ottenendo una maggiore redditività. Sono contrario a percorrere questa strada che sottrae risorse all’economia reale per darla alle attività finanziarie. Si riduce la funzione sociale. Inoltre avrei trovato giusto che Mediobanca, che ha avuto un ruolo importantissimo nella storia finanziaria del Paese, rimanesse con più autonomia. Le cose sono andate diversamente. Ora nella fase di esecuzione è importante non disperdere quel patrimonio culturale e umano costruito nei decenni e l’orgoglio di appartenenza, che tanto conta nella motivazione di chi vi lavora».

È la ragione per cui ha votato per la lista del cda e non quella con Lovaglio?
«Voglio essere preciso: la lista era del consiglio, non mia. Io ho appoggiato le scelte del consiglio dove eravamo presenti con due consiglieri. Se il consiglio ha deciso evidentemente aveva motivi validi. Poi gli azionisti hanno votato diversamente. Sono scelte legittime. Lovaglio è stato un ottimizzatore, ha tagliato i costi, ridotto il personale, ha avuto il coraggio di fare parti non gradevoli, gli va riconosciuto. Un defaticante lavoro muscolare all’interno dell’azienda. Ma non esiste un uomo per tutte le stagioni. Ora servono qualità diverse di armonizzazione e persuasione e condivisione, nonché progettualità per il nuovo futuro. Spero per il bene di Mps che Lovaglio riesca a trasformarsi e adeguarsi».

Mediobanca deve tenere il 13% di Generali?
«Penso di sì. Oggi un pacchetto importante di Generali è oggetto del desiderio delle grandi banche per due ragioni: sinergie industriali e trattamento del capitale, anche attraverso il Danish compromise. Se tutte le grandi banche la vogliono, non capisco perché chi ce l’ha dovrebbe venderla».

Per fare cassa e stabilizzare l’azionariato di Trieste?
«Vendere per fare cassa non è una strategia. Se vendo un’attività che mi dà reddito stabile, devo spiegare che cosa compro di meglio. Se vendo Generali e poi reinvesto in qualcosa che consuma più capitale e rende meno, non vedo la logica. Generali dà al gruppo una componente assicurativa che tutte le banche cercano. Perché rinunciarvi? Quanto all’azionariato, faccio presente che sei azionisti italiani hanno il 49% di Generali. Mi sembra difficile ipotizzare patti occulti di Mps con altri soggetti».

Vede arrivare Banco Bpm nel futuro di Siena?
«Temo che il risultato della recente assemblea favorisca da un lato la fusione di Mps in Bpm distruggendo qualcosa che da cinque secoli esiste a Siena, e dall’altro che ci possa essere un nuovo assalto al risparmio italiano. Ho la percezione che esistano forti istanze perché in un’eventuale fusione tra Bpm e Mps sia Bpm a incorporare Mps e non viceversa, con l’effetto di spostare la sede a Milano e disperdere sia l’indotto sia quel tesoro di professionalità che si è accumulato negli anni nella più antica banca del mondo». 

Quanto ha influito il lato emotivo in questa vicenda?
«Vuole sapere se è stata una debolezza pensare a fatti di rilevanza sociale? Un errore dovuto all’età che ti fa vedere le cose con una prospettiva diversa? Forse sì. Anche Leonardo Del Vecchio, a cui ero legato da un rapporto di grande stima e amicizia, con il progredire degli anni si era posto obiettivi non solo economici ma di rilevanza sociale, così ho letto il suo tentato intervento alle acciaierie di Taranto e poi il voler donare mezzo miliardo allo Ieo, reso impossibile dalla sfrenata voglia di potere di alcune persone che ora hanno lasciato il campo».

Come valuta la scelta di Milleri per Mps?
«Il dottor Milleri ha votato Lovaglio convinto che fosse la cosa migliore. Evidentemente ha visioni differenti dalle mie sul futuro di Mps. Più che legittimo. Ho molta stima e rispetto per lui, guida una nave non facilmente governabile».

Cosa resta del costruttore Francesco Gaetano Caltagirone nell’uomo che siede ai tavoli della finanza italiana?
«Resta un modo di vedere le cose e forse l’essere rimasto romano in un’Italia che sta diventando sempre di più bizantina. Il lavoro del costruttore richiede preparazione urbanistica, tecnica, giuridica, fiscale: è un mestiere completo. La cosa che rimane davvero, però, è la lezione del passaggio dalla fase artigianale a quella industriale: l’artigiano lavora e controlla tutto, l’industriale fa lavorare. È un passaggio difficilissimo. Io ho tenuto per me il controllo dei rischi e la progettualità sulle nuove operazioni. La cosa più difficile, quando cresci, è trovare persone con tre qualità insieme: onestà, intelligenza e coraggio. È più facile trovare le prime due che la terza».

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13 maggio 2026