Trovo che ci sia qualcosa di poetico nel fatto che il team francese Evil Empire, dopo anni dedicati ai DLC di Dead Cells, abbia scelto di dare vita alla sua nuova creatura scegliendo un franchise così glorioso. The Rogue Prince of Persia, che recensiamo solo oggi in occasione della recente uscita dell’edizione fisica per Switch 2, non è un reboot, non è un sequel e nemmeno un prequel. È semmai uno spin-off che, con la sua formula da action-platform 2D e il loop di gameplay in tipico stile roguelite, cerca di dare una nuova identità a una serie storica ma oggi ben lontana dai fasti del passato, soprattutto dopo il tentativo di rilancio da parte di Prince of Persia: The Lost Crown e la cancellazione del remake di Prince of Persia: Le sabbie del tempo.

Sbarcato lo scorso anno su PC, PlayStation 5, Xbox Series S/X, Switch e Switch 2 in versione digitale, The Rogue Prince of Persia è ambientato nella città di Tisfun sotto assedio da parte degli Unni guidati da Nogai, un generale che non sarebbe nulla senza la magia sciamanica che corrompe la sua armata. Il Principe lancia un assalto solitario che non può vincere e che, infatti, finisce nel peggiore dei modi; il nostro eroe, tuttavia, scongiura la morte grazie a un amuleto ricevuto da bambino che lo riporta sempre indietro nel tempo con la memoria intatta.

ApprofondisciThe Rogue Prince of Persia è stato pubblicato a sorpresa su PlayStation 5, Xbox e PCThe Rogue Prince of Persia è stato pubblicato a sorpresa su PlayStation 5, Xbox e PC

Una trovata tutt’altro che originale per un roguelite (a ogni morte si riparte dall’ingresso della città) ma che, run dopo run, porta a scoprire cosa stia succedendo davvero e come salvare quello che rimane della famiglia del Principe. Inoltre, la narrazione si intreccia elegantemente con il gameplay attraverso il sistema della Mappa Mentale, una costellazione di misteri irrisolti che si svela a ogni run collegando personaggi, luoghi e oggetti in modi che rendono ogni morte una continuazione della trama.

Parkour, sangue e sincronismo

Se c’è una cosa che in questi anni Evil Empire ha dimostrato di saper fare molto bene, è costruire un sistema di combattimento che ti entra sotto la pelle e non ti molla più. Dead Cells lo aveva dimostrato chiaramente e The Rogue Prince of Persia propone un combat system ancora più coreografico e più incline al virtuosismo che alla sopravvivenza pura. Il Principe, si sa, è un acrobata consumato e qui è capace di correre su qualsiasi parete per qualche prezioso secondo, di agganciarsi ai pali, di volteggiare sopra i nemici per colpirli alle spalle e di accumulare velocità ogni volta che esegue movimenti perfetti.

Quest’ultimo elemento è forse la trovata meccanica più intelligente del gioco, ricompensando la fluidità di esecuzione con uno sprint potenziato che trasforma il Principe da guerriero capace a macchina da guerra inarrestabile. Il combattimento, che si sposa molto bene con questa fluidità da parkour, ruota intorno anche a un arsenale sorprendentemente variegato tra spade gemelle, spadoni, lance e armi secondarie come il chakram o il rampino, ognuna con set di mosse distinti, condizioni particolari per i colpi critici e attacchi speciali che cambiano radicalmente lo stile di gioco.

Il risultato è che ogni strumento è diverso, impone un ritmo differente e richiede una lettura specifica dello spazio; abbinare le armi ai giusti medaglioni, che fungono da modificatori passivi sbloccabili, permette poi di ottenere un ulteriore strato di profondità. Un medaglione che converte i punti vita guadagnati durante una run in bonus d’attacco crea, ad esempio, build completamente diverse rispetto a chi preferisce potenziare gli effetti elementali sulle armi.

Un hub di nome Oasi

Uno degli aspetti che distingue The Rogue Prince of Persia dai suoi colleghi roguelite è la qualità della struttura di meta-progressione, costruita con una cura quasi maniacale per evitare che il giocatore si senta bloccato o in stallo. L’Oasi, il campo base dove il Principe si risveglia dopo ogni morte, si popola man mano di PNG che abbiamo salvato nel corso delle run come il fabbro Sukhra che forgia nuove armi, la mistica Paachi che sblocca nuovi medaglioni e la sarta Laleh che crea nuovi abiti. Ognuno di essi sblocca opportunità diverse e la soddisfazione di portare un nuovo personaggio in salvo non è mai puramente narrativa ma, come succede in Hades, ha sempre una ricaduta meccanica concreta.

Anche la mappa del mondo si espande progressivamente, aggiungendo aree come il Campo degli Unni, la Torre dell’Oblio o il Porto di Tisfun, ognuna con biomi visivamente distinti e boss dedicati. Questa espansione graduale, unita ai livelli procedurali, garantisce che il giocatore non percepisca mai la sequela di run come qualcosa di statico; c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, un percorso alternativo da esplorare o un puzzle narrativo da completare che richiede di portare in una zona l’informazione trovata in un’altra. È, insomma, un design che premia la curiosità e punisce la ripetizione meccanica, incoraggiando ogni volta a uscire dalla comfort zone del proprio bioma preferito.


qualche passaggio platform richiede un po’ di attenzione, ma nulla di impossibile.

Passando alla difficoltà, The Rogue Prince of Persia non è certo il gioco più “sadico” nel suo genere e questo rappresenta insieme il suo pregio maggiore e il più onesto limite; chi arriva da decine di ore trascorse in compagnia di Dead Cells, troverà l’esperienza iniziale relativamente morbida sia a livello di platform, sia come combattimenti. Ho concluso la prima run completa in circa dodici ore (non esistono livelli di difficoltà) e, in generale, la curva di apprendimento è più gentile, le meccaniche di progressione più generose e le finestre di attacco dei nemici più leggibili rispetto agli standard più brutali del genere.

È una scelta precisa e chi si avvicina ai roguelite senza una consolidata esperienza pregressa, troverà in questa accessibilità un pregio da non sottovalutare. Rimangono comunque elementi tipici del genere come l’azzeramento delle armi e delle ceneri dell’anima – la valuta del gioco – dopo ogni morte, mentre a rimanere sono i punti esperienza guadagnati uccidendo nemici, i personaggi salvati che tornano all’Oasi, i progressi della mappa narrativa e le ceneri depositate presso gli altari.

Difficile annoiarsi con il Principe

Per chi cerca una sfida più impegnativa c’è comunque un endgame piuttosto interessante, seppur lontano da quello molto più ricco, anche narrativamente, dei due Hades; una volta raggiunto il “vero finale” dopo la seconda run completa, il gioco non offre un New Game Plus nel senso tradizionale del termine. Non esiste infatti una modalità che ricomincia la storia con i nemici più forti e tutto l’equipaggiamento conservato; ciò che rimane è invece un endgame costruito su strati progressivi di sfida, che funziona bene per chi ama il genere roguelite ma che può lasciare a bocca asciutta chi si aspetta contenuti narrativi aggiuntivi.

Il Sistema Risveglio diventa di fatto il cuore dell’endgame, grazie a modificatori di difficoltà attivabili volontariamente (arrivano fino al livello 40) che cambiano radicalmente l’approccio alla run. Alcuni rendono le armi soggette a consumo e rottura, altri lanciano sciami di scarabei a intervalli regolari, altri ancora eliminano la possibilità di stordire i nemici o riducono drasticamente le finestre di attacco. Il risultato, per gli utenti più hardcore, è che giocare a livello 40 richiede una padronanza quasi totale di ogni meccanica.

Volendo, c’è anche il completamento di una particolare sfida che richiede di sconfiggere ogni nemico e ogni boss in condizioni specifiche, spesso senza subire danni. Se a ciò aggiungiamo tutte le skin degli abiti da sbloccare tramite Laleh, le armi da creare con Sukhra e le missioni dei personaggi dell’Oasi ancora incomplete, chi vuole completare tutto al 100% si aspetti pure un roguelite molto più longevo del previsto.

Fluidità al comando

Visivamente, The Rogue Prince of Persia è un piccolo gioiello; lo stile virato al cel-shading sceglie colori saturi, con palette cromatiche nette e fantasiose che rendono ogni bioma immediatamente riconoscibile e memorabile. È un linguaggio visivo che ricorda Hades II ma declinato in chiave da platform 2D, con un’attenzione ai dettagli ambientali che raramente si vede in titoli a prezzo budget.


la varietà di ambientazioni è un altro punto a favore del gioco.

Su Switch 2 il gioco gira alla grande, con un frame rate saldamente ancorato ai 60 fps sia in modalità TV (4K upscalato), sia in quella portatile (1080p), anche se i caricamenti non sono particolarmente veloci e non ci sono modalità grafiche tra cui scegliere. Da notare che la versione fisica su Switch 2 da 39,99 euro che ho testato per la recensione è una Game Key Card, il che significa che il gioco va comunque scaricato sulla console o sulla scheda microSD. Lo stesso vale per la più costosa Immortal Edition da 49,99 euro con confezione Steelbook, che include in più tre eleganti art card e un poster con gli amuleti, le armi e gli strumenti del gioco su un lato e varie illustrazioni sull’altro.

Da segnalare, infine, che i due update inizialmente annunciati per aprile e maggio prima su PC e poi su console, sono stati purtroppo rimandati e dovrebbero arrivare nel corso dell’estate, anche se ancora non c’è una finestra di uscita precisa. Si tratta di aggiornamenti di un certo peso, visto che Evil Empire, oltre a una nuova arma, intende portare diverse novità che renderanno il gioco più impegnativo tra arene piene di nemici, difficoltà dei boss ricalibrata e un endgame più ricco. Peccato non aver provato almeno il primo update, ma sapere che il gioco ha ancora diverse cartucce da sparare non può che fare piacere.

MODUS OPERANDI

Ho giocato a The Rogue Prince of Persia su Switch 2 sia in modalità portatile, sia collegando la console a una TV OLED LG G6 da 65″. Il titolo, privo di doppiaggio, è sottotitolato interamente in italiano e si può acquistare sia in versione digitale sul Nintendo eShop a 29,99 euro, sia in due edizioni fisiche: la Standard da 39,99 euro e l’Immortal Edition da 49,99 euro. Se invece preferite altre piattaforme, lo trovate anche in versione Switch, PC, PlayStation 5 e Xbox Series S/X.

The Rogue Prince of Persia è un action-platform roguelite che trova il suo punto più alto nel sistema di combattimento fluido, coreografico e impegnativo al punto giusto. La stessa varietà degli arsenali e i medaglioni garantiscono che nessuna run sia uguale alla precedente, mentre la struttura dell’Oasi spinge a proseguire facendo avvertire di meno la ciclicità della formula roguelite. Un mix di elementi che, unito a un livello di difficoltà meno punitivo del previsto, ne fa un Prince of Persia adatto a una fetta di giocatori più ampia di quella a cui era rivolto il più impegnativo Prince of Persia: The Lost Crown. Di contro, l’endgame non particolarmente ricco sul piano dei contenuti e della narrazione potrebbe deludere gli orfani di Hades.