Steve Johnson sta uscendo dal Centrale del Foro Italico. Anche la sua stretta di mano, comunque cordiale, con l’avversario che lo ha appena battuto al primo turno degli Internazionali, sembra inconsolabile. Ha 30 anni il tennista statunitense, non è mai stato granché su terra battuta ma nel 2018 ha comunque vinto due ATP 250 su questa superficie, a Houston (una terra più rapida), ed è un tennista di valore. E poi, è una sfida tra il numero 59 e il numero 263 del mondo, quella che ha appena perso.

Johnson, quindi, si precipita negli spogliatoi, e per prima cosa prende il suo cellulare. «Quando sono arrivato nello spogliatoio ho chiamato il mio agente e gli ho detto di cancellare i miei impegni successivi. Volevo ritirarmi dal tennis. Non potevo accettare la vergogna di aver perso. Gli ho detto che ero stato sconfitto da un ragazzino di 17 anni che faceva schifo, era terribile…». Il “ragazzino”, invece, si mostrerà sicuro, quasi arrogante nella conferenza stampa post-partita, «Steve Johnson è forte, ma sapevo di poterlo battere».

Lo statunitense continuerà a giocare fino al 2024, mentre il ragazzino di 17 anni gioca ancora, oggi ne ha 24, ed è il numero uno del mondo. E quella partita è stata la sua prima vittoria in assoluto in un Masters 1000, e in casa, a Roma, dove al momento gioca per mantenere attiva una striscia di vittorie in questa categoria arrivata a 31 partite, con cinque 1000 vinti consecutivamente, come nessuno aveva mai fatto prima.

Degli Internazionali di Roma si parla anche nella nuova puntata di Quiet Please, il podcast di tennis di Ultimo Uomo, che trovate su YouTube, Spotify e tutte le principali piattaforme di podcast.

MONDI LONTANISSIMI
Sinner vince il suo primo torneo di categoria Futures su terra battuta nel 2019, strapazzando Andrea Pellegrino 6-1 6-0 nella finale di Santa Margherita di Pula. L’inizio nei Challenger, però, è un po’ più stentato. Alla prima partita ad Alicante si presenta abbastanza “di corsa”, anzi, inizialmente sembra proprio che salti il torneo per riposare. Alla fine Sinner gioca sui campi della Juan Carlos Ferrero Academy e al primo turno perde contro un giocatore con due anni in meno di lui, allenato da Juan Carlos Ferrero: Carlos Alcaraz.

Li rivedremo?

Una partita lottata, con Sinner che va anche a servire per chiuderla ma soccombe alla fatica e alla tenacia del suo più giovane (all’epoca 15enne) avversario. Non va meglio la settimana dopo, a Barletta, dove perde al secondo turno contro un veterano dei Challenger come Andrea Arnaboldi.

A Budapest però arriva l’ennesima tappa bruciata da Sinner. Nelle qualificazioni supera al primo turno Lukas Rosol, per poi perdere al secondo turno contro il tedesco Yannick Maden. Poco male, perché viene ripescato da lucky loser e al primo turno vince al terzo set, nonostante un bagel in mezzo, contro la wild card locale Mate Valkusz, un tennista talentuoso ma spesso infortunato. Da quel momento in poi l’italiano prende ritmo e arriva in finale ad Ostrava, anche se questa volta è lui a prendere 6-1 6-0, dal polacco Kamil Majrchrzak.

Ed è sulla scia di una finale Challenger che si presenta a Roma, costretto a passare per le forche caudine delle pre qualificazioni degli Internazionali. Tra tennisti più da Serie A2 italiana di tennis che ATP, e futuri talenti del nostro tennis come Zeppieri e Musetti. Proprio con il carrarino Sinner vince in semifinale una partita bellissima, di altissimo livello considerata l’età.

In finale arriva un’altra coincidenza del destino. Sinner dovrebbe giocare contro Andrea Basso ma è stremato e pieno di vesciche (un problema che ha spesso nella fase iniziale della carriera). Si ritira prima della partita, consapevole però che con l’ingresso diretto di Andreas Seppi la wild card destinata all’ex Top 20 sarebbe “scivolata” verso di lui lui. L’ennesima coincidenza, considerando che Seppi non solo è altoatesino come Jannik ma il suo allenatore Massimo Sartori è stato il primo scopritore di Sinner, a 13 anni, per poi cederlo alle cure di Riccardo Piatti.

Per Andrea Basso, de facto campione delle pre-qualificazioni, c’è in premio l’ex campione Slam Marin Cilic, che vince 6-1 7-5, mentre per Sinner un avversario, almeno sulla carta, più abbordabile: il numero 59 del mondo Steve Johnson. Un veterano del circuito, ottavo Slam a Wimbledon nel 2016 e best ranking di 21 del mondo, ma comunque un giocatore abbordabile su terra e in una forma non eccezionale. In tutto il 2019, finora, Johnson ha vinto quattro partite.

C’è la sensazione che per quanto ancora incompleto Sinner possa farcela e diventare il primo 2001 a vincere una partita in un Masters 1000. Nel periodo storico più florido per il tennis italiano dai tempi di Panatta, con Fabio Fognini che un mese prima ha vinto Montecarlo ed è finalmente entrato in Top 10. Marco Cecchinato è in Top 20 e l’anno prima ha fatto una semifinale del Roland Garros e il giovane Matteo Berrettini ha ben figurato in questo inizio di stagione, vincendo proprio l’ATP 250 di Budapest in cui Sinner ha trovato la prima vittoria ATP e facendo finale a Monaco di Baviera la settimana dopo. Che arrivi il momento di Sinner, insomma, sembra solo una questione di tempo, e il destino sembra aver concorso perché tutto questo avvenga qui, a Roma. E quale avversario migliore di Steve Johnson?

LA PARTITA
Quando inizia la partita sul Centrale del Foro Italico non c’è tantissima gente a vedere Jannik Sinner. Forse è colpa della programmazione di quel giorno, dato che le prime due partite sono Basilashvili contro Fucsovics e poi Kohlschreiber contro Gilles Simon. Considerando che come secondo match quel 12 maggio c’è Matteo Berrettini sul Grand Stand contro Lucas Pouille molti spettatori si sono attardati ad arrivare al Centrale, quel pomeriggio. In ogni caso, a vedere l’esordio di Sinner, che poi sarà seguito, curiosamente, da Seppi sul Centrale, non c’è molta gente.

Forse il programmare la partita su questo campo ha messo un po’ di emozione nella testa di Sinner, un tennista esteticamente imperturbabile ma che, come mostrerà dopo, ha molto dentro di sé. Il primo colpo dell’altoatesino nella storia degli Internazionali d’Italia è… una risposta steccata di rovescio, su una seconda al corpo di Steve Johnson. Per il suo primo punto bisogna aspettare il 30-15, con lo statunitense che sbaglia l’approccio a rete dopo un passante non eccezionale di Sinner.

La situazione per il giovane precipita rapidamente. Il break arriva già nel secondo game, con un rovescio d’attacco sbagliato e il doppio fallo successivo, e Johnson tiene il servizio a zero subito dopo. E come arriva il break è interessante per inquadrare un po’ il giocatore che è Sinner in questa fase della sua carriera, e i suoi difetti.

Anche a 17 anni è già evidente che Sinner è un colpitore purissimo. Al netto dell’estetica del suono della palla dei tennisti, Sinner ha una precisione e pulizia tecnica da “scuola ceca”, specialmente dal lato del rovescio. Il dritto è un colpo meno naturale e quello tendenzialmente più falloso, anche se lì, ovviamente, la velocità già c’è. Ed è da notare come chiuda il colpo molto più indietro di quanto faccia oggi, in cui la decontrazione gli fa raggiungere praticamente metà schiena con il braccio destro. E poi, anche nei primi minuti di partita in cui Johnson domina Sinner nello scambio tiene tranquillamente il ritmo, se non anche più veloce, di un veterano del circuito che ha anche un dritto di buon livello e pesantezza.

Molti paragoni vengono fatti, per il Sinner 17enne, con tennisti come Berdych o Rublev, chiaramente con il primo come “meglio” del secondo. E se Sinner è già di livello da Top 100 ATP quando va in ritmo, i problemi emergono quando gli avversari lo costringono a cambiare.

Johnson “per costituzione” è un tennista che può già esporre questi problemi, dato che, come certa tradizione passata dei tennisti made in USA, non gioca quasi mai il rovescio in top e preferisce usare lo slice. Certo, non uno slice di particolare fattura, ma un cambio di ritmo che resetta lo scambio e soprattutto “scombina” l’altezza di palla di Sinner.

Il break, in particolare, arriva per un doppio fallo. Il servizio è la parte peggiore del gioco di Sinner, specialmente in relazione all’altezza. In questo periodo l’italiano serve foot-up, ma soprattutto ha un lancio di palla troppo basso. Quando la palla entra tocca anche buone velocità, oltre i 200 km/h, anche se su terra ricorre più al kick. Il problema è metterla in campo. Il 58,2% di prime con cui poi chiuderà la stagione è un dato estremamente basso, anche se non sarà il più basso (nel 2022 batterà con il 58%, ma con un ace rate raddoppiato). Anche per bocca di Riccardo Piatti, è il colpo su cui stanno lavorando di più.

Il primo game vinto a livello 1000 invece è un microcosmo di tutto quello che il 17enne sa fare bene. Riesce a organizzarsi velocemente sullo slice di Johnson per mettergliela sui piedi e forzarlo a sbagliare, nel primo punto, e il terzo è ancora più emblematico. Serve bene al corpo dello statunitense che non può fare altro che spedirla nell’ultimo terzo di campo. A quel punto Sinner si apre il campo con una situazione ambiziosa e complicata, uno stretto di dritto incrociato, e prende la via della rete in maniera corretta. La volée è un po’ tremebonda ma fa il suo dovere, e il punto dopo vince il suo primo game per un errore di slice di rovescio di Johnson, su cui resiste bene di dritto.

La vulgata che accompagna Sinner già allora è quella di un giocatore un po’ monotematico, robotico. Da un lato è vero che non ha troppe variazioni “di tocco”, soprattutto la palla corta e il back che sono poco usati e male eseguiti, ma in realtà gioca già un tennis coraggioso in cui la ricerca degli angoli è costante. E soprattutto a rete ci prova ad andare eccome, certo, non ha la volée di Stefan Edberg, ma quando serve a rete ci va per andare a “benedire” la palla. Le difficoltà sono più nel terzo quarto del campo, quando deve colpire palle d’attacco su cui ancora, è normale, manca la continuità.

Steve Johnson chiude, curiosamente, il set senza aver mai giocato anche solo un rovescio in top. Sinner a 17 anni è già un ribattitore di livello ATP, ma sotto i cinque colpi, il territorio di caccia di Steve Johnson, l’italiano non riesce a vincere nemmeno un punto, nonostante solo il 18% di unreturned serves, anche se la situazione migliora quando lo scambio va sopra i cinque colpi. Insomma, com’è normale che sia, Sinner manca di continuità contro un veterano molto più solido e potendo contare sulla micragnosa percentuale di 47% di prime in campo. Non un gran set di tennis nel complesso, come dirà Johnson anni dopo: «Pensavo solo a vincere, perché avrei fatto una brutta figura sul campo centrale. Ho vinto il primo set, credo fosse 6-1 o 6-2, ero nervoso, ma lui non è stato così bravo».

A quel punto Sinner fa la mossa decisiva: il cambio d’abito. Lo sponsor tecnico delle maglie è Head, e l’italiano passa dalla maglietta bianca d’inizio partita al completo giallo da ausiliare del traffico e pantaloncini grigi, unito al cappello rosso, sempre Head. Forse l’outfit più iconico di questo suo inizio carriera, quello con cui ha vinto dominando il Challenger di Bergamo, il suo primo, qualche mese prima.

Uno degli outfit più brutti dell’era Open?

Una scelta cromaticamente sbagliata ma evidentemente funzionale per il suo tennis, dato che Sinner prende coraggio e inizia ad inchiodare Johnson sulla diagonale del rovescio, su cui fino ad adesso si era girato sul dritto con tanto tempo a disposizione e un po’ di fortuna, con il nastro, sul 40-30 chiude il primo game del secondo set a suo favore. Sinner continua a rispondere bene e soprattutto riesce ad allungare molto di più lo scambio, dove chiaramente Johnson non ha la mobilità laterale del suo avversario.

Curioso tra l’altro pensare che Sinner, in questa fase della carriera, è reputato un difensore non eccezionale. Un po’ il destino, e l’archetipo, di tutti gli attaccanti da fondo campo nello “stile Berdych”, che tendenzialmente lo fanno anche per non farsi attaccare. E poi Sinner, in questo momento poco sotto il metro e novanta centimetri di altezza, non sembra avere ancora contezza di come utilizzare bene le sue lunghe leve, soprattutto quando si tratta di scivolare sulla terra rossa.

A inizio del quarto game Steve Johnson fa una cosa che oggi ha un sapore quasi nostalgico: contesta il segno. È avanti 6-1 ma sembra effettivamente un po’ stranito, ha l’aria di uno che in un torneo sociale becca un ragazzino molto più piccolo di lui che però non parla mai, e questa cosa lo destabilizza.

Sul 30-15 per lo statunitense arriva uno dei primi momenti Sinner, prima con un rovescio vincente lungolinea che lascia Johnson sul posto e poi con uno slice un po’ corto, che Sinner punisce con un dritto inside-in molto violento. È la prima palla break della partita, che un sempre più stranito Johnson spedisce con un dritto in corridoio tra le braccia di Sinner, che abbandona il suo aplomb per tirare un pugnetto di gioia.

Lo statunitense si rifà sotto e va 0-30 sul servizio successivo di Sinner, che però con un attacco a rete e una volée bassa di rovescio veramente pregevole (alla faccia della poca verticalità) si rimette in marcia e conferma il break dopo uno smash che finisce, letteralmente, tra le braccia di Angelo Binaghi che sta assistendo alla partita.

Era già tutto previsto.

Da quel momento in poi si rompono le acque. Il ruscello-Sinner diventa improvvisamente fiume e comincia a crivellare da fondocampo il malcapitato Steve Johnson, sempre più confuso su cosa debba fare, anche perché il back di rovescio fa sempre meno male a Sinner. Sembra davvero che a ogni colpo Sinner diventi sempre più forte e sempre più preciso. E perfino il servizio di Johnson inizia a vacillare. Le prime diminuiscono e ogni seconda, sempre più tremebonda, viene mangiata dalla risposta di Sinner.

Fa strano vedere un tennista avere solo lo slice sul rovescio, probabilmente oggi non potrebbe mai arrivare a quella classifica, data la completezza richiesta.

Non una qualità comune per un 17enne, forse la più “definente” di un prospetto tennistico in assoluto per immaginare il suo potenziale. La risoluzione più scontata è il collasso di Johnson, che soccombe al ritmo imposto da fondocampo da Sinner e perde il secondo set a specchio del primo, 6-1.

Nonostante la battaglia, gli spalti restano abbastanza vuoti per essere una partita di metà giornata sul centrale. Sarà il freddo (sono tutti in giacca), sarà l’umidità, ma non c’è tantissima gente per essere la partita di un italiano al Foro. Neanche quando nel terzo set Sinner continua da dove si era fermato e non smette di mettere sotto pressione il servizio di Johnson. Risposta di dritto in mezzo ai piedi dello statunitense, stecca, altra palla break per andare già 2-1 e servizio. Sul punto successivo stesso andamento, con Sinner che si mangia la seconda di Johnson. Questa volta però lo statunitense riesce a organizzare un rovescio che quantomeno va di là e Sinner sbaglia un dritto praticamente di chiusura di uno-due metri. Altra palla break, altra palla fuori di un bel po’, questa volta su uno slice d’attacco per salire a rete (!!).

Il game dopo è la rappresentazione più plastica del muro su cui sbatte, ad un certo punto, ogni tennista giovane in questo tipo di partite. Certo, Johnson non è Nadal, ma è comunque un top 60 ed un giocatore di livello nettamente più alto di quelli affrontati da Sinner finora. Sul centrale del Foro Italico poi, nella tua prima partita in un Masters 1000. Sinner va avanti 30-0 ma lo statunitense si rimette un po’ a posto e torna ad avere più tempo per giocare lo slice, e incastra Sinner con la stessa dinamica con cui le “affettatrici” over50 lo fanno nei tornei FIT: forzando una palla senza peso al centro su cui devi spingere. Sinner, però, fa ancora molta fatica con i cambi di ritmo e non ha molto spin da entrambi i lati. Due dritti su questo tipo di palle muoiono fuori di tanto, break, e Sinner sferra una pallata alla rete (!!!).

Da lì, succede l’opposto di quanto successo dal secondo set in poi. Ogni palla di Sinner è colpita peggio, presa più tardi, e ogni risposta che prima era penetrante, ora esce di poco. E soprattutto ora Johnson è tornato a macinare al servizio, a mettere più prime, e quei 9 km/h di differenza tra le due seconde si fanno sentire. Veramente un classico di questo tipo di confronto, in cui al tennista molto più giovane sul punto dell’impresa sembra che il campo diventi minuscolo. Sinner ha un’altra occasione per riavvicinarsi sul 4-2 30-30 e servizio Johnson, entra bene nello scambio e trova profondità, ma Johnson lo ribalta con un bel dritto inside-in e caccia un urlo che dice bene della sua tensione.

Eppure vince il game e Sinner ora sembra anche un po’ stanco. Serve per restare in partita e un dritto uscito di centimetri vuol dire match point per Johnson. L’italiano guarda il suo angolo e fa stizzito il segno dei centimetri con le mani, sembra davvero finita. Alla fine anche un buon risultato, no? Strappare un set a un giocatore del genere.

No, non finisce. Sinner gioca un punto piuttosto duro e impressionante, tenendo sulla diagonale di dritto di Johnson e anzi trovando due angoli strettissimi e molto complicati, per poi salire a rete forzando il passante di Johnson, che muore a terra. Il Centrale, piuttosto quieto, esplode (anche se niente a che vedere con oggi).

Potrebbe già andare benissimo così, Sinner, però, non è d’accordo. Tutti i colpi che prima uscivano di centimetri ora tornano perfetti, la corsa si fa meno pesante, come se improvvisamente avesse mangiato un fagiolo di Balzar. Johnson subisce il colpo e soprattutto Sinner inizia a martellare persino sul dritto, su cui trova il punto dello 0-30, e torna a palla break grazie a un rovescio lungolinea difficilissimo che gli crea i presupposti per uno smash semplice. Altra risposta in mezzo ai piedi, palla scarica di Johnson, dritto devastante lungolinea per andare 5-4.

Sinner, ora, è chiaramente il giocatore più forte in campo e più in palla. Certo, ogni tanto c’è qualche errore, ma il muro su cui sembrava stesse sbattendo prima sembra saltato. Va ai vantaggi il game dopo, ma conferma il break, ormai è Johnson a giocare quasi tutti gli scambi in difesa, e lo slice non fa più male. E il due volte campione di Houston lo sente che la buriana è passata per Sinner, lancia la racchetta in aria, gioca con aria sempre più desolata, e ora inizia a sbagliare perfino di dritto.

Va a servire per assicurarsi il tiebreak e non funziona più niente, a parte il servizio che gli assicura l’unico punto del game. Sinner sul 15-40 gli tira al corpo un passante forte, ma centrale, e Johnson è talmente nel pallone che sbaglia una volée facilissima per uno come lui. È break, e soprattutto Sinner può andare a servire per la sua prima vittoria in un Masters 1000.

In teoria è qui che dovrebbe sentirsi il tremore dell’età, del rookie wall su cui sbatte a un certo punto ogni tennista giovane e forte. Johnson però aiuta Sinner dandogli subito un gratuito in risposta con un dritto fuori di metri e sul 15-15 sbroglia Sinner stesso, un bel rovescio d’attacco seguito a rete con una volée di dritto notevole per un 17enne. Un altro brutto errore di dritto in risposta offre due match point a Sinner. Il primo vola via su un dritto inside-in che esce di centimetri, il secondo è quello buono: un servizio in slice interno su cui Johnson non trova gli appoggi, la palla vola via di metri e Jannik Sinner vince la sua prima partita in un Masters 1000, la prima in assoluto per un classe 2001. Al turno successivo troverà Stefanos Tsitsipas, con cui perderà 6-3 6-2, ma poco importa.

Vedendo la partita e l’hype che già aveva attorno Sinner, anche perché non molti 17enni vincono Challenger dominando, sembra un po’ assurdo, anche per l’epoca, che Johnson l’abbia presa così male. «Per me quella sarebbe rimasta l’unica vittoria di Sinner nel circuito. Chi immaginava che a quattro anni di distanza lo avremmo ritrovato a guadagnare milioni di dollari, a vincere degli Slam e ad essere per distacco il miglior giocatore al mondo? Ma sono contento di essere una nota nella sua carriera, magari se non vinceva con me la sua carriera avrebbe preso una traiettoria diversa e adesso era a giocare nei Challenger…».

Oggi neanche se scende il diluvio c’è così poca gente a una partita di Sinner.

Oggi, 120 vittorie nei Masters 1000 dopo e 31 di fila in quella categoria, sappiamo che forse Johnson non era un gran talent scout. E che a Roma, per la prima volta, abbiamo visto fiorire uno degli uomini che ha cambiato per sempre lo sport italiano. In un semplice pomeriggio uggioso di Roma, contro un buon mestierante. Dopo la vittoria con Johnson aveva detto così: «Il nostro obiettivo non è di vincere solo qualche match ma di andare più avanti tra qualche anno».