È finita con le canzoni popolari palestinesi cantate dalla voce dolce di Rana Hamida, artista e performer poco più che trentenne, nata in Siria da genitori palestinesi e riparata in Nuova Zelanda ai tempi della guerra civile, tostissima attivista della Flotilla. Slogan in arabo contro “Israele ladro” e “terrorista” e ancora “free free Palestine”. Sullo sfondo i volti di Wael Nouar e degli altri organizzatori tunisini della Global Sumud, in carcere da marzo nel loro Paese. Poi per i turchi è stato il momento della preghiera: “Allah Akbar”.

L’assemblea generale della Flotilla a Marmaris, Turchia sudoccidentale, ha deciso martedì che domani, giovedì 14, si salpano le ancore e si va verso Gaza. L’hanno fatta nel ristorante/area concerti di una spiaggia privata appena fuori città, Beluga Beach, presa in affitto dall’efficientissimo comitato turco. Quando siamo arrivati pareva la location un matrimonio, 39 tavoli da 10 apparecchiati su tovaglie bianche, che però sono sparite quasi subito. Un po’ di imbarazzo: “Non è un posto che ci rappresenta”, ha detto educatamente al microfono il catalano Xavi, finalmente senza la protezione al naso che era uscito malconcio dalla “nave prigione” israeliana. “Vi preghiamo di non condividere foto e video di questo posto”, si sono raccomandati. Alla fine sembrava una piccola Woodstock con gruppi e gruppetti riuniti qua e là sull’erba, con e senza cuscini gialli.

L’ultimo a parlare è stato Saif Abukeshek, il leader palestinese di Nablus con passaporto spagnolo, reduce dai dieci giorni di carcere duro fatti in Israele, come il brasiliano Thiago Avila, dopo gli abbordaggi e i rapimenti a ovest di Creta. È arrivato a Marmaris martedì mattina, in traghetto da Rodi, accolto come un eroe: “Non diciamo che navigare verso Gaza è l’unica strada, è quella che scegliamo questa volta”, ha detto Abukeshek, quasi rispondendo a quella parte del movimento che comprende anche Greta Thunberg e aveva molti dubbi sulla nuova Flotilla, i suoi accresciuti rischi e il suo possibile flop politico-mediatico negli scenari di guerra che infiammano il Medio Oriente e oscurano Gaza. Di Gaza in realtà il mondo è tornato a parlare dopo l’assalto israeliano quasi in acque greche che ha tolto 22 barche alla Flotilla, analizza grafici alla mano il gruppo Media dell’organizzazione. “Non sappiamo come andrà, sappiamo solo del nostro impegno per i palestinesi e per tutti i popoli oppressi”, ha detto ancora Abukeshek. Che però guarda già al dopo: “Non vogliamo essere un’organizzazione che fa solo la Flotilla, dopo la fine della missione faremo un congresso per fondare il Global Sumud Movement e lì potrete eleggere un nuovo Steering Committee, anche più simpatico”, ha scherzato Saif. Non c’è Thiago Avila, è a casa in Brasile: il front man della prima Global Sumud, deportato in Israele con Abukeshek, durante i dieci giorni di prigionia ha perso anche la mamma. Sarà quello, sarà che forse il brasiliano l’hanno trattato anche peggio del palestinese-spagnolo, ma insomma “a Thiago bisogna dare qualche giorno, non si è collegato neanche alle riunioni dello Steering”, dice uno che invece le riunioni interminabili di questi giorni se l’è fatte tutte. Oggi anche Thiago è rientrato nelle chat.

Ma non era l’assemblea dei leader. “Oggi ognuno di voi, ciascuno per sé, deve decidere cosa vuole fare, perché noi siamo per andare, ma nessuno deve sentirsi pressato, trascinato”, ha spiegato piu volte all’inizio Cat, irlandese, che in questi giorni di assenza forzata dei leader piu rappresentativi ha gestito le assemblee prima a Ierapetra (Creta) e ora a Marmaris (Turchia). Erano previste dall’inizio queste tappe per valutare strada facendo a cosa si andasse incontro, gli scenari cambiano e possono cambiare ancora prima che la Flotilla arrivi lì davanti: potrebbero riprendere a colpire l’Iran, per dirne solo una. La dirigenza della Global Sumud ha messo a disposizione psicologi e membri dello Steering Committee perché chiunque potesse condividere i suoi dubbi in privato. Hanno organizzato la prima parte dell’assemblea in gruppi perché tutti potessero parlare, esprimersi sui brevi documenti diffusi qualche ora prima nella chat generale dei partecipanti imbarcati: il risk assessment che la metteva giù durissima sulla “accresciuta probabilità” di “violenze”, perfino “attacchi con armi da fuoco” e “lunghe detenzioni” dopo l’abbordaggio israeliano, che si dà per scontato, ma con molti dubbi su quando, dove e come; l’analisi costi-benefici che prendeva in considerazione anche l’ipotesi di rimandare o cancellare l’ultimo tratto della missione; la navigazione per la quale si ipotizzavano due rotte, una dritta per nordest e una più vicina a Cipro, ma in realtà ci sono anche altre ipotesi non scritte, per ora si sa solo che hanno disposto di fare gasolio e gasolio per un’infinità di miglia; l’impatto politico e quello mediatico della missione. Con quelle turche e la Freedom Coalition sono più di 50 barche, con le 22 abbordate a Creta sarebbero state piu di 70, vicine alla soglia che Israele dovrebbe considerare critica per le intercettazioni sotto costa. A bordo, dicono, 600 persone. Una cinquantina le nazionalità, per i numeri precisi c’è da aspettare.

Ora, chi pensa di non partire perché è troppo rischioso, perché ha cambiato idea, perché ha problemi suoi di lavoro o di famiglia in genere lo dice a voce e anche nelle chat interne ma raramente l’ha detto nei gruppi all’assemblea. Solo oggi capiremo quanti sono e c’è anche tanta gente pronta a prenderne i posti sulle barche. Ma comunque è venuto fuori di tutto: quelli incazzati perché si sono persi troppi giorni a Marmaris e ora le condizioni meteo complicheranno notevolmente la navigazione; quelli che ancora protestano perché l’organizzazione non ha soccorso abbastanza tempestivamente a Creta i reduci degli abbordaggi della notte tra il 29 e il 30 aprile, sbarcati senza telefoni e senza bagagli; quelli che lamentano “scarsa trasparenza” o fanno precise domande sulla gestione dei sistemi di controllo della navigazione e delle telecamere a bordo delle barche, evidentemente compromessi dall’assalto israeliano in acque quasi greche. Ogni gruppo ha scritto le sue cose su grandi fogli di carta e poi uno per uno, in rappresentanza dei gruppi, sono andati a parlare alla plenaria, tutti convinti di partire “perché fermarsi sarebbe una sconfitta” e per mille altre ragioni. Il clima è sereno, perfino allegro: andranno (andremo) pure tutti a rischiare la vita, ma non c’è un’aria pesante.

“Dobbiamo pensare che arriveremo a Gaza, anche se non sarà così: ottimismo della volontà, pessimismo della ragione, diceva Antonio Gramsci”. E per quanto lo studino in tutto il mondo da quasi un secolo, colpisce che la citazione sia di Ashley, 27 anni, studentessa vietanamita di sociologia. Prima di lei toccava a Nkosi, maestro elementare 39enne di Durban, Sudafrica, che ha infiammato la platea lanciando lo slogan “Amanda-Awethu”, “Potere al popolo”, dei tempi dell’apartheid. Sono entrambi ancora a caccia di un imbarco, “anzi se puoi dammi una mano a trovarlo, amico”, ci chiede Nkosi. Gli attivisti del suo Paese sono in prima linea, da Mandla Mandela – il nipote di Nelson, già imbarcato nel 2025 – a Shabnam Mayet, avvocata a Johannesburg, capo del formidabile team legale internazionale della Flotilla. Il diritto è tutto, nella logica della Flotilla.

C’è stato pure un momento di alta comicità quando Mohammed Al Nouri, leader della delegazione della Malesia, ha raccontato che “noi dello Steering committee abbiamo ricevuto minacce di morte, ma dai partecipanti: scrivevano ‘vi uccidiamo se non ci fate partire’”, ironizzando sul fatto di “essere uccisi da voi e non dal nemico”. Con la Turchia, la Malesia è il Paese chiave nella geopolitica della Flotilla e anche dei suoi finanziamenti. Al Beluga Beach, tra i suoi connazionali, c’era anche Mahmut Arslan, leader del potente sindacato turco Hak-İş, di orientamento islamico-conservatore come il presidente Recep Tayyip Erdoğan, seconda confederazione dei lavoratori dopo Türk-İş che è storicamente laico. Non è chiaro se si imbarcherà, certamente pesa. Anche se poi la delegazione turca è molto composita, più aperta di prima.