di
Vera Martinella

Sottovalutata dai medici e tollerata con rassegnazione dai malati, la fatigue è una sorta di stanchezza infinita e molto altro. Ecco cosa si può fare

Una stanchezza infinita, uno stato di debolezza che non passa e che, anzi, finisce per avere conseguenze a livello psicologico. La fatigue è questo e molto altro. E’ un problema fra i più frequenti e invalidanti per le persone con un tumore, soprattutto durante i trattamenti di chemioterapia e radioterapia. La provano praticamente tutti i pazienti, ma pochi la riconoscono e i medici troppo spesso la trascurano, non se ne occupano, con conseguenze pesantissime sulla quotidianità dei malati

«Molti malati raccontano di avere difficoltà a compiere le normali attività giornaliere, a concentrarsi e a prestare attenzione, a parlare e a prendere decisioni o a ricordare le cose – sottolinea Francesco De Lorenzo, presidente della FAVO (Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) –. Inoltre lamentano di non avere la forza di fare nulla, si sentono completamente svuotati di ogni energia, spesso soffrono di disturbi del sonno e di una certa fragilità dell’umore.  Eppure i rimedi ci sonoFino a pochi anni fa era impossibile definirne la gravità, oggi invece è identificata e misurata attraverso questionari convalidati a livello europeo. Bisogna che questo disturbo sia rilevato e trattato». 



















































Non è un caso che proprio alla fatigue sia dedicato un intero capitolo del Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici, presentato oggi in Senato da Favo in occasione della Giornata Nazionale del Malato Oncologico.
Tra gli autori c’è una fra le maggiori esperte italiane di questo problema, Alessandra Fabi, responsabile della Medicina di Precisione in Senologia alla Fondazione Policlinico Universitario Gemelli IRCCS di Roma.

Professoressa, cos’è di preciso la fatigue?
«La fatica legata al cancro non è una semplice stanchezza, ma un’esperienza
soggettiva, persistente e sproporzionata rispetto all’attività svolta. Non è alleviata dal riposo ed è un fenomeno multidimensionale, ovvero scatenato dall’interazione complessa tra meccanismi biologici, psicologici e comportamentali».

Quindi c’è una componente fisica…

«Certamente, non è solo una questione psicologica. Sappiamo che ha un ruolo  disregolazione dei sistemi infiammatori, con un aumento delle citochine pro-infiammatorie che influenzano i circuiti neuroendocrini e i sistemi neurotrasmettitoriali. Alterazioni dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, disturbi dei ritmi circadiani e modificazioni del metabolismo energetico e muscolare costituiscono ulteriori componenti rilevanti».

E poi c’è lo stress legato alla malattia?
«Alla fatigue contribuiscono anche il carico tumorale (e quindi lo stadio del tumore), la tossicità delle terapie (specie chemio e radio), l’anemia e la cachessia (cioè la perdita involontaria e inarrestabile di peso, massa muscolare e tessuto adiposo). E poi c’è un fattore psicologico: da un lato la persona malata che si sente debole si deprime, dall’altro lo stato di ansia e la cattiva qualità del sono che molti pazienti sperimentano peggiorano la stanchezza di fondo…». 

E’ una sorta di circolo vizioso: sentendosi esausti, i malati tendono a muoversi poco, ad abbandonare l’attività fisica, a isolarsi. Con un risvolto negativo non solo sulla loro vita quotidiana, ma anche sul benessere psicologico. Come se ne esce?
«Innanzitutto la fatigue va riconosciuta e trattata, senza temporeggiare. Più si “sopporta” e peggio è. Troppo spesso questa stanchezza cronica viene sottovalutata, considerata inevitabile nella vita di un paziente oncologico, mentre c’è qualcosa che si può fare per arginarla, a partire da ginnastica (soprattutto aerobica), anche in quei pazienti che hanno una malattia avanzata, e sostegno psicologico. Oggi esistono diversi strumenti, test efficaci e scientificamente validi, per rilevarla e misurarla: le linee guida dell’European Society for Medical Oncology (Esmo) e quelle italiane (Aiom) sottolineano che tutti i pazienti oncologici vanno sistematicamente sottoposti a screening per la fatigue fin dalla diagnosi e lungo tutte le fasi del percorso di cura». 

Quante persone riguarda questo problema?
«E’ diffusissimo, ma viene ancora poco riconosciuto e, ancor meno, trattato.  Secondo uno studio presentato durante l’ultimo convegno dell’American Association for Cancer Research, interessa l’80% dei malati di cancro ed è più comune in chi smette di fare attività fisica e, unita alla depressione, è più comune nelle donne (anche a causa dei trattamenti anti-ormonali che effettuano molte donne con cancro al seno, inducendo una menopausa forzata)».

Veniamo alle cure: cosa si può fare?
«Innanzitutto proprio l’attività fisica: il movimento una delle cure più efficaci per incrementare il benessere fisico e psicologico, durante e dopo le terapie. Diversi studi hanno documentato che esercizi aerobici e di resistenza, sono associati a una riduzione significativa dei livelli di fatigue nei pazienti oncologici. Sono molti utili le tecniche di mindfulness e possono aiutare anche yoga, agopuntura, Tai Chi/Qigong. Va scelta la strategia migliore in base al singolo paziente e va monitorata nel tempo l’efficacia della terapia scelta. Se il fenomeno fatigue si riconosce, possiamo dare un beneficio alla qualità di vita dei nostri pazienti».

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14 maggio 2026