di
Mara Gergolet
L’ex presidente della Bce e premier italiano riceve il premio Carlo Magno ad Aquisgrana. E pungola l’Ue: «Per la prima volta dal 1949 dobbiamo far fronte alla possibilità che gli Usa non garantiscano più la sicurezza, e la Cina non offre un’àncora alternativa perché sostiene il nostro avversario, la Russia»
DALLA NOSTRA INVIATA
AQUISGRANA – «Per la prima volta dal 1949 gli europei devono fare fronte alla possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza nei termini che davamo per scontati. E la Cina non offre un’ancora alternativa», anche perché «sta sostenendo in maniera diretta il nostro avversario, la Russia».
È un discorso duro, ma improntato all’ottimismo della volontà, quello che Mario Draghi tiene ad Aquisgrana, ricevendo il premio Carlo Magno. Un discorso che indica le linee per «rifondare» l’Ue, tratteggiando con cura i diversi aspetti della «crisi» che chiede all’Europa di agire – in fretta, e con coraggio – per rendere più profonda l’Unione
«In un mondo in cui le partnership stanno cambiando, ogni dipendenza strategica oggi va riesaminata. Per la prima volta a nostra memoria ci troviamo veramente da soli . L’Europa sta rispondendo a questa nuova realtà. Ma sta rispondendo con un sistema che non è stato mai concepito per sfide di questa magnitudine».
Il discorso integrale di Mario Draghi
«Il progetto europeo – ha ricordato l’ex premier – è stato deliberatamente e saggiamente costruito per prevenire la concentrazione di potere. Dopo le catastrofi della prima metà del XX secolo, gli europei si sono determinati al fatto che nessuno Stato membro avrebbe dovuto dominare gli altri».
«La nostra esperienza attuale è che l’azione al livello dei ventisette spesso non riesce a fornire ciò che il momento richiederebbe. Il risultato è un’azione che può risultare talmente inadeguata alla portata della sfida da diventare peggio dell’inazione. Dobbiamo spezzare questo ciclo. I Paesi che sentono il peso di questo momento in modo più acuto, e capiscono che la finestra per l’azione non rimarrà aperta indefinitamente, devono essere liberi di andare avanti. Questo è ciò che ho chiamato federalismo pragmatico».
«I leader europei sanno dove si trova il lavoro da fare», ha continuato Draghi. «Devono ora decidere se sono disposti a mettere la sostanza prima del processo, e a scegliere gli strumenti che possono realizzarla. Abbiamo raggiunto un punto in cui le decisioni che l’Europa deve prendere non possono più essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato. Alcune richiedono una scala che solo l’Europa può fornire. Altre richiedono un grado di legittimità democratica che va costruito dalle fondamenta. Insieme, richiedono che i leader europei facciano un passo in più. In tutto il nostro continente, gli europei stanno dimostrando di volere che l’Europa agisca. Vogliono che l’Unione europea difenda la loro libertà, prosperità e solidarietà. E continuano a sostenere, con passione, i valori che rendono l’Europa degna di essere costruita e che, oggi, la rendono unica. Il compito ora è rispondere a quella fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione».
Articolo in aggiornamento…
14 maggio 2026 ( modifica il 14 maggio 2026 | 13:21)
© RIPRODUZIONE RISERVATA