La vittoria di Igor Arrieta nella tappa di ieri del Giro d’Italia ha quasi fatto passare in secondo piano un aspetto tecnicamente molto interessante: il fatto che abbia rischiato seriamente di buttare via tutto per due errori di guida piuttosto evidenti. Ed è interessante perché non si parla di semplice aggressività o di “prendere troppi rischi”, mai di una gestione della bici che oggi sembra confusa anche ad altissimo livello.
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L’impostazione della bicicletta
Arrieta adotta chiaramente una posizione in curva con le spalle troppo all’interno, scimmiottata dalla mountain bike moderna, specialmente dall’enduro, o addirittura dal Motomondiale recente, quello della scuola di Jorge Martín. Peccato che su una bici da corsa con un mezzo e gomme differenti porti ad alleggerire troppo la ruota davanti creando sottosterzo.
Ed è esattamente ciò che accade. La perdita dell’anteriore di Arrieta arriva in una fase in cui non esiste che parta la ruota davanti, in uscita di curva, segno evidente di un cattivo bilanciamento del peso.
Arrieta ripete l’errore, va lungo quasi a sbagliare strada, perché non c’è padronanza dell’anteriore e soprattutto l’incapacità di chiudere davvero la curva una volta entrato in difficoltà. In una situazione di emergenza non riesce a correggere, non riesce a riportare la bici dentro la traiettoria, semplicemente allarga e rischia di perdere la tappa in modo quasi assurdo.
La Presse
Eulàlio poco lucido?
Diverso invece il caso di Afonso Eulálio, caduto per velocità eccessiva, probabilmente mancanza di lucidità. Due episodi simili soltanto all’apparenza, ma in realtà nati da errori completamente differenti.
A tutto questo si aggiunge poi un altro dettaglio curioso: appena arriva la pioggia, nel ciclismo su strada nessuno sembra più ricordarsi una regola abbastanza semplice, cioè che spesso sul bagnato una gomma leggermente più stretta può funzionare meglio. Lo dimostra anche Dario Lillo, vincitore della prima prova di Coppa del Mondo marathon in Corea sotto acqua e fango non con le classiche gomme da 2 pollici abbondanti da MTB, ma con coperture gravel da 40, 44 millimetri al massimo. Quando il terreno è viscido, una gomma stretta riesce spesso a lavorare meglio, tagliare l’acqua e dare una guida più precisa, e questo sì, andrebbe copiato dal mondo del fuori strada e dal motor sport.
La sezione delle gomme
Invece si vedono team perdere tempo a cambiare guarniture per montare configurazioni mono corona nelle tappe pianeggianti, operazioni che sembrano più marketing che reale vantaggio tecnico, mentre quasi nessuno pensa magari a utilizzare coperture 2 millimetri più strette nelle giornate di pioggia. Forse non sarebbero la soluzione più veloce in assoluto sul piano della pura performance, ma potrebbero aiutare parecchio ad arrivare al traguardo con meno cadute, meno fratture e meno ritiri.
Perché alla fine oggi abbiamo visto due corridori giocarsi una tappa del Giro e quasi perderla per errori tecnici. E non è nemmeno la prima volta che succede. La domanda quindi viene spontanea: quando la preparazione dei professionisti tornerà a comprendere davvero anche la tecnica di guida della bici?
Una vittoria nonostante gli errori
Ad Arrieta ieri è andata bene, perché nonostante due errori evidenti è riuscito comunque a vincere la tappa grazie a una prestazione fisica enorme. E sotto quella pioggia forse la cosa più importante era proprio riuscire a mangiare, alimentarsi bene, non andare in crisi di freddo e conservare lucidità. Perché il freddo porta stanchezza, la stanchezza porta errori e basta una posizione sbagliata in curva per trasformare una giornata perfetta in un disastro. Se va bene si perdono trenta secondi, se va male si finisce a terra e si torna a casa. E forse è proprio questo il punto più interessante: oggi il livello atletico dei professionisti è impressionante, ma a volte sembra che la tecnica di guida stia diventando quasi secondaria, proprio nel momento in cui velocità, materiali e rischi richiederebbero invece ancora più sensibilità e controllo della bici.