A New York, Di Donna chiude un capitolo importante della propria storia con una mostra che non ha il sapore della celebrazione nostalgica, ma quello di una rilettura critica. «Dalí: The Golden Years, 1929–1939», aperta fino al 13 giugno 2026, non si limita infatti a riportare in scena uno degli artisti più celebri del Novecento: prova piuttosto a liberarlo dalla caricatura popolare che per decenni ne ha semplificato l’immagine.

Per molti, Salvador Dalí resta ancora l’uomo dei baffi teatrali e degli orologi molli. Un’icona facilmente riconoscibile, consumata dalla cultura di massa e trasformata in marchio visivo. Ma la grande esposizione curata da Emmanuel Di Donna sceglie un’altra strada: tornare al decennio più inquieto, radicale e psicologicamente feroce dell’artista, gli anni in cui Dalí costruì non solo il proprio linguaggio pittorico, ma anche la propria identità pubblica.

La mostra raccoglie oltre venti opere tra dipinti, sculture, disegni e materiali d’archivio provenienti da istituzioni come l’Art Institute of Chicago, il San Francisco Museum of Modern Art, il Philadelphia Museum of Art e il Salvador Dalí Museum. È la più importante rassegna dedicata a Dalí a New York dai tempi della storica retrospettiva del Museum of Modern Art del 2008.
L’allestimento segue cronologicamente il percorso dell’artista dal villaggio catalano di Cadaqués fino all’approdo americano, mostrando come il Surrealismo, nelle mani di Dalí, smetta di essere soltanto un’avanguardia artistica e diventi un sistema totale capace di inglobare cinema, moda, pubblicità, teatro e spettacolo.

Sono gli anni del cosiddetto «metodo paranoico-critico», la teoria elaborata da Dalí nei primi anni Trenta per accedere volontariamente a immagini irrazionali e stati allucinatori da tradurre poi sulla tela con precisione quasi fotografica. È qui che nasce il nucleo più perturbante della sua produzione: paesaggi desertici, corpi deformati, architetture molli, simboli sessuali, ossessioni religiose e paure infantili che emergono come visioni lucidissime. Opere come «La profanazione dell’ostia» (circa 1930) mostrano un Dalí molto distante dalla dimensione decorativa spesso associata al suo nome. Il dipinto affronta il rapporto traumatico con la religione, la morte e il disfacimento fisico attraverso un sistema di autoritratti mascherati e immagini ambigue. L’illusionismo tecnico non serve a rassicurare lo spettatore, ma a destabilizzarlo. La pittura diventa un dispositivo mentale.

L’influenza di Sigmund Freud è evidente e centrale nell’opera di Dalí. Lo stesso Freud, dopo averlo incontrato nel 1938, ammise: «Sono stato tentato di considerare i Surrealisti, che apparentemente mi hanno scelto come loro santo patrono, come dei folli completi… Ma questo giovane spagnolo, con i suoi occhi candidi e fanatici e la sua innegabile maestria tecnica, mi ha fatto cambiare idea».
Ancora più evidente è questa tensione in «El desnonament del moble aliment (Lo svezzamento del mobile-nutrimento)» del 1934, una delle opere centrali della mostra. Figure mutilate e sostenute da stampelle abitano uno spazio silenzioso e immobile, mentre il paesaggio marino sullo sfondo sembra sospeso fuori dal tempo. Le stampelle, elemento ricorrente nell’immaginario daliniano, assumono qui il valore di protesi psicologiche: strumenti fragili che sostengono un corpo e una mente in costante rischio di collasso.

L’intera mostra insiste sulla dimensione traumatica dell’opera di Dalí, soprattutto negli anni che precedono la guerra civile spagnola. Se molti artisti europei del tempo rispondono politicamente all’avanzata dei totalitarismi, Dalí reagisce in modo più ambiguo e interiore. Non rappresenta la guerra direttamente: ne assorbe l’angoscia. I corpi si liquefanno, gli spazi diventano instabili, gli oggetti sembrano perdere consistenza. La violenza storica viene tradotta in una crisi psichica permanente. È anche il periodo in cui Gala, nata Helena Diakonova, assume un ruolo centrale nella vita dell’artista. Musa, compagna, manager e costruttrice della sua immagine pubblica, Gala non appare soltanto come figura sentimentale, ma come presenza strategica nella costruzione del «personaggio Dalí». La mostra sottolinea quanto l’eccentricità dell’artista fosse meno spontanea di quanto si creda: una performance attentamente controllata, pensata per trasformare l’artista stesso in opera.