CREMONA – «L’Hantavirus non è il Covid». Lo ripetono da giorni gli infettivologi di tutto il mondo e lo confermano due luminari come la cremonese Claudia Balotta, a capo del team di ricercatori che nel 2020 ha isolato il Coronavirus, e Andrea Gori, primario di Infettivologia dell’ospedale Sacco di Milano e direttore del Ceremi (Centro regionale malattie infettive) che sta seguendo passo dopo passo l’emergenza attuale. Proprio quest’ultimo parla di «cauta prudenza», pur rassicurando sull’attento monitoraggio in corso che, salvo intoppi, dovrebbe garantire l’esaurirsi del focolaio entro tre-quattro settimane al massimo.
AL SACCO ATTENZIONE ALTA
«Sicuramente le caratteristiche di questo virus in termini di trasmissibilità e contagiosità sono differenti dal Covid, aspetti che ci tranquillizzano» – è la premessa di Gori. Innanzitutto la capacità di trasmissione da uomo a uomo è molto bassa: si infettano solo contatti stretti e prolungati nel tempo. Detto questo, la situazione va comunque monitorata con attenzione perché molte cose di questo virus ancora non le conosciamo.
Proprio al Sacco è in quarantena un cittadino britannico, che era sul volo per Johannesburg su cui si trovava la cittadina olandese poi deceduta a causa dell’Hantavirus: «L’uomo è attualmente asintomatico e gli esami sono negativi. Siamo in una situazione di attenta vigilanza e attesa, che durerà complessivamente sei settimane» – spiega Gori. Tengo a sottolineare che la Microbiologia del Sacco ha fatto un lavoro straordinario: il cittadino inglese è arrivato da noi alle 21 e avevamo tutti i risultati delle analisi pronti già alle quattro del mattino. Rapidità e accuratezza. La pandemia ha reso evidente come, per molti fattori a partire dalla globalizzazione, questi episodi nel tempo purtroppo si ripresenteranno ed è dunque necessario essere preparati. Le strategie di prevenzione e sorveglianza oggi sono assolutamente necessarie ed è giusto investire in questo. In Lombardia la creazione del Ceremi (nato proprio dopo il Covid) è stata fondamentale.

INCUBAZIONE LUNGA
L’infettivologo sottolinea che il virus Andes ha una incubazione molto più lunga rispetto al Coronavirus: «In media 21 giorni, ma si arriva appunto ad un massimo di sei settimane. Va da sé che ricostruire la catena dei contatti è molto più complesso. Tuttavia penso che in questo caso le autorità spagnole abbiano fatto un lavoro estremamente capillare e positivo: tutte le persone che possono avere avuto contatti coi contagiati sono al momento monitorate. Il fatto che il focolaio sia partito su una nave da una parte può essere stato controproducente perché gli spazi ristretti agevolano per forza di cose i contatti prolungati alla base dei contagi, ma dall’altra parte è stato così più semplice ricostruire i contatti stessi».
Il primario del Sacco chiarisce che in base alle informazioni oggi a disposizione la replicazione virale – e quindi la contagiosità dell’Hantavirus – scatta nel momento in cui si sviluppano i sintomi. Dunque un’altra differenza importante rispetto al Covid, in presenza del quale gli asintomatici possono invece a loro volta trasmettere l’infezione: «Si tratta di un ulteriore elemento rassicurante in termini di controllo epidemiologico. Tuttavia la comunità scientifica resta attenta» – conclude – «perché i casi di contagio da uomo a uomo sono stati fino ad ora davvero pochi e dunque è giusto mantenere una cauta prudenza. Che, se non ci saranno altri contagi, penso dovrà durare al massimo altre tre-quattro settimane. E cioè fino a quando termineranno le quarantene».
«IL VIRUS NON E’ MUTATO»
Anche Balotta tranquillizza. La ricercatrice cremonese paragona l’emergenza in corso a quella legata alla Sars del 2003, che ben conosce essendo stata in prima linea anche in quell’occasione: «Credo che in questo caso, però, sarà tutto maggiormente circoscritto perché l’Hantavirus è conosciuto da tempo ed è stato subito riconosciuto. È importante portare avanti i controlli, ma va ricordato che attualmente tutte le persone in quarantena in Italia stanno bene e sono negative. Certo, qualcosa può essere sfuggito dalle maglie dei controlli e penso ad esempio ai voli aerei che a mio parere dovevano essere meno liberi, però il rischio pandemia è molto molto basso. Credo sia altamente improbabile».
Anche Balotta sottolinea che il principale problema del Covid è la contagiosità degli asintomatici, aspetto che al momento sembra essere escluso per Hantavirus: «Il problema, stavolta, è che gli asintomatici possono sviluppare sintomi fino a 45 giorni dopo. Da qui le lunghe quarantene in corso che, a mio parere, dovrebbero essere obbligatorie. In ogni caso tutti i passeggeri dell’aereo sono stati tracciati, testati e sono seguiti sia allo Spallanzani che al Sacco: possiamo stare tranquilli».
Balotta ricostruisce anche una piccola storia dell’Hantavirus, spiegando che le prime segnalazioni di infezioni simili provenienti dai topi risalgono addirittura agli anni 900 in Cina. Il virus però è stato isolato nel 1976 in Corea, dopo che negli anni ’50 del secolo scorso oltre tremila soldati contrassero una grave infezione. «L’isolamento del virus significa apprendere molte cose su di esso – conclude Balotta –: sulla sua infettività e sulla mortalità, che purtroppo con Hantavirus è molto elevata perché sfiora il 40%. Significa inoltre poter effettuare diagnosi molto rapidamente e, dunque, siamo incommensurabilmente avanti rispetto alla situazione Coronavirus del 2020. Ripeto: la preoccupazione non è elevata, anche perché la variante andina responsabile del focolaio non è mutata rispetto a quella che era già nota».
