di
Guido Santevecchi

Alla fine, la botola della trappola Donald Trump l’ha aperta da solo. Parlando a braccio con i giornalisti sull’Air Force One di ritorno da Pechino, dopo che Xi Jinping lo aveva ammonito a non cadere nella «Trappola di Tucidide» (la guerra tra Sparta e Atene, potenza consolidata e potenza emergente nella Grecia di cinque secoli prima di Cristo). 

Il presidente americano a Pechino sembrava non aver concesso spazio alle pretese di Xi sulla «inevitabilità storica della riunificazione di Taiwan alla Madrepatria». Però, nel volo di ritorno, ha detto tre cose, non assurde ma potenzialmente esplosive. 1) Non gli piacerebbe inviare i ragazzi americani a 9.500 miglia di distanza a battersi per l’indipendenza di una piccola isola che è solo a 60 miglia dalla Cina, che è molto potente. 2) Non ha ancora deciso se e come andare avanti con le massicce forniture di armi a Taiwan (ci sono due pacchetti da 11 e 14 miliardi di dollari in discussione e Pechino ha più volte «sconsigliato» di andare avanti. 3) Ha concluso che della questione deve parlare «con la persona… quello che guida Taiwan» (non ha citato il nome, magari perché sul momento non gli veniva in mente, ma Taipei è governata dal presidente eletto democraticamente nel 2024, Lai Ching-te, con il quale il Partito-Stato cinese rifiuta ogni contatto considerandolo «un separatista, indipendentista e guerrafondaio».



















































Dunque, qual è la posizione di Washington su Taiwan e quali sono gli eventi che l’hanno prodotta?

Ci sono almeno quattro ragioni di importanza strategica di un territorio di soli 23 milioni di abitanti. 1) È il perno della cosiddetta «Prima catena di isole che vanno grosso modo dal Giappone alle Filippine e contengono la proiezione di forza navale cinese: il generale MacArthur definì Taiwan «portaerei inaffondabile». 2) Ha sviluppato un’industria che produce il 90% dei microchip più avanzati, vitali per l’economia globalizzata. 3) Ha un sistema democratico ormai consolidato. 4) Proprio la sua democrazia sovrana spinge Pechino a cercare di riprendere il controllo di Taiwan. Xi Jinping non può tollerare che un popolo di lingua cinese prosperi nella democrazia elettiva. A lungo andare potrebbe essere un esempio per le masse ora dominate dal Partito-Stato di Pechino.

La storia: per secoli l’isola a poco più di cento chilometri a Est della costa cinese era stata considerata dalle dinastie imperiali di Pechino una trascurabile «palla di fango» nell’oceano, lasciata ai navigatori portoghesi che invece la chiamarono Formosa (bella), poi agli olandesi, ai giapponesi che la annetterono nel 1985 lasciandola solo nel 1945 alla fine della Seconda guerra mondiale. Nel 1949 diventò l’ultima ridotta autoritaria del generalissimo Chiang Kai-shek sconfitto da Mao nella guerra civile sul continente: circa due milioni di nazionalisti inseguiti dall’Armata comunista vi si rifugiarono. Erano in gran parte uomini del governo di Chiang, della sua burocrazia, i resti del suo esercito. L’impatto sull’isola, abituata al governo rigoroso dei colonizzatori giapponesi, fu traumatico. Imposizione della legge marziale per prevenire uno sbarco maoista, corruzione, repressione.

Dal continente i cinesi continuarono a bombardare le isolette controllate dai nazionalisti a ridosso della costa continentale e a sognare l’invasione di Taiwan.

Per anni Taiwan, erede della Repubblica di Cina, mantenne il seggio al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, schierata con le potenze occidentali. All’inizio degli Anni 70 il grande disgelo tra Richard Nixon e Mao Zedong, portò alla dichiarazione americana sull’esistenza di «Una Cina», quella governata da Pechino. Taiwan fu esclusa dalle Nazioni Unite. Pur non riconoscendo più Taiwan come Stato, come sacrificio in nome della relazione con la grande Repubblica popolare cinese, nel 1979 Washington votò il «Taiwan Relations Act», che obbliga le amministrazioni americane a fornire all’isola armi a scopo difensivo. Nel 1982 il presidente Reagan firmò un impegno secondo il quale gli Stati Uniti non avrebbero consultato la Cina sulla vendita di armi a Taiwan. Niente relazioni diplomatiche formali, dunque, ma appoggio continuo dell’America all’isola assediata.

 Taipei cominciò il percorso verso uno sviluppo democratico. Nel 1979 Pechino dichiarò la fine della campagna di cannoneggiamenti sulle isolette e propose di aprire canali di comunicazione; nel 1987 Taipei abrogò la legge marziale, consentì ai suoi cittadini di viaggiare verso il continente per visitare parenti separati.

Nel 1992, delegazioni di Cina e Taiwan si incontrarono a Hong Kong, allora colonia britannica. Ne uscì il «Consenso del 1992»: le due parti riconoscevano l’esistenza di «Una Cina», ma con «differenti interpretazioni».

Nel 1996 Taiwan organizzò le prime elezioni presidenziali libere. La Cina, consapevole che la fine del regime autoritario sull’isola ne avrebbe rafforzato l’aspirazione all’indipendenza, reagì con lanci di missili verso lo Stretto. Il presidente Bill Clinton spedì la portaerei Nimitz per stabilizzare la situazione, i cinesi si calmarono e Taipei ebbe il suo primo presidente democratico.  

 Per altri vent’anni, fino al 2016, Pechino e Taiwan hanno continuato a parlarsi, fare affari, tra alti e bassi (l’industria taiwanese ha investito centinaia di miliardi nel continente). Nel 2015 Xi Jinping andò a Singapore per incontrare Ma Ying-jeou, presidente uscente di Taiwan: ci fu una lunga stretta di mano. Ma Ying-jeu era un uomo del Kuomintang, il partito nazionalista fuggito dalla Cina e però abituato a trattare con i comunisti.

Nel 2016 alla presidenza di Taipei sono arrivati i democratici progressisti che sostengono la separazione di fatto e contano sull’appoggio americano per resistere all’isolamento internazionale e all’assedio militare orchestrati da Pechino. Da allora, negli ultimi dieci anni, Xi Jinping ha tagliato il dialogo con il governo taiwanese e l’Esercito popolare di liberazione ha lanciato ondate di grandi manovre sempre più aggressive intorno all’isola. Cacciabombardieri con la stella rossa e navi da guerra cinesi sono ormai una presenza quotidiana nello Stretto e nel mare Nord, Sud e Est di Taiwan: hanno simulato blocchi aeronavali, bombardamenti «chirurgici» e sbarchi.

 Xi sembra ancora preferire l’opzione della riunificazione per via politica: ad aprile, in attesa di Trump, ha ricevuto a Pechino la leader del Kuomintang nazionalista, nel chiaro tentativo di dividere il fronte interno taiwanese. Un attacco militare frontale a Taipei, dopo la resistenza inattesa dell’Ucraina alla Russia e anche dell’Iran a Stati Uniti e Israele non sembra pensabile al momento. La linea scelta da Xi sembra quella di indebolire politicamente Taipei, premendo perché Trump dichiari «opposizione a ogni idea di indipendenza» e rinunci a vendere armi.

La linea consolidata di Washington è nota come Ambiguità strategica: nessun presidente ha mai voluto chiarire formalmente come reagirebbero gli Stati Uniti in caso di invasione cinese. La «Strategic ambiguity» è studiata sia per scoraggiare la Cina da un’azione militare, sia per dissuadere fughe in avanti dell’isola verso una dichiarazione di indipendenza che accenderebbe la miccia.

Trump si è dimostrato ancora una volta imprevedibile e incauto: ha messo in dubbio l’impegno militare dell’America ma ha detto che potrebbe parlare «con l’uomo che governa Taiwan». E se dovesse davvero discutere con il presidente Lai Ching-te, sfiderebbe la scomunica di Pechino.
Le parole sull’Air Force One hanno già suscitato una reazione a Taipei: ringraziamento per gli sforzi di pace di Trump e «siamo un Paese sovrano e democratico». Taiwan ha anche una polizza di assicurazione: quei microchip più avanzati che fanno muovere l’industria globalizzata.

16 maggio 2026 ( modifica il 16 maggio 2026 | 16:59)