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Alessandra Muglia

L’ex presidente nel mirino della Giustizia americana per l’abbattimento, nel 1996, di aerei di esuli. L’ultima mossa di Washington dopo l’embargo energetico e la visita del direttore della Cia

Cresce la pressione dell’amministrazione Trump su Cuba. Dopo l’embargo americano che ha lasciato vuote le riserve petrolifere dell’isola e la visita del direttore della Cia John Ratcliffe che ha messo l’Avana alle strette, è arrivata la notizia che i procuratori federali di Miami stanno lavorando a un’incriminazione contro l’ex presidente Raúl Castro, il fratello di Fidel.  E molti temono che si possa replicare il modello Venezuela: a gennaio  l’amministrazione Trump ha usato preoprio un’incriminazione federale contro Nicolás Maduro come pretesto per il blitz condotto a Caracas per catturarlo.

Le parole di Donald Trump amplificano questi timori: «Cuba ha bisogno del nostro aiuto, è un paese fallito» ha ribadito il presidente americano in un’intervista a Fox news registrata a Pechino ma andata in onda ieri sera. Il tycoon ha dichiarato più volte che Cuba sarà la «prossima» dopo il Venezuela, lasciando intendere l’intenzione di ricorrere alle forze armate per imporre un cambio di governo. 
Che l’esercito statunitense si stia avviando o meno a intervenire con un raid a Cuba, una cosa è certa: la notizia dell’imminente incriminazione dell’ex presidente cubano Raúl Castro è una mossa destinata a intensificare la pressione Usa contro il governo comunista dell’isola. L’indiscrezione anticipata dalla Cbs giovedì sera, è stata poi  ripresa da altre testate internazionali citando alti funzionari del dipartimento di Giustizia che hanno parlato a condizione di anonimato. Secondo il Miami Herald e Reuters,  i procuratori federali prevedono di rendere pubblico l’atto d’accusa a Miami mercoledì 20 maggio.  Proprio in quel giorno l’ufficio del procuratore di Miami organizzerà un evento per onorare le vittime dell’incidente del 1996 in cui aerei cubani abbatterono velivoli partiti dalla Florida e gestiti da un’organizzazione di esuli cubani. Nell’operazione morirono quattro persone, inclusi tre americani. Cuba ha sempre sostenuto che gli aerei avessero violato il suo spazio aereo, un’affermazione contestata dalle autorità internazionali dell’aviazione. 



















































Proprio in relazione in questo caso un procuratore federale della Florida starebbe valutando di incriminare il 94enne Raúl, che all’epoca era ministro della Difesa. Divenne presidente nel 2011, quando si ammalò il fratello maggiore Fidel, il rivoluzionario e storico antagonista degli Stati Uniti al governo dell’isola per decenni.

Pur avendo ceduto il timone del Paese nel 2018 a un suo fedelissimo, Miguel Díaz-Canel, si ritiene che Raúl continui a esercitare un potere considerevole dietro le quinte, soprattutto attraverso il nipote Raúl Guillermo Rodríguez Castro, noto come «Raulito» o «el Cangrejo» (il granchio): è stato lui a incontrare giovedì scorso il segretario di Stato americano Marco Rubio che gli ha consegnato la richiesta di chiudere le basi di intelligence russe e cinese e riaprire l’economia.

L’incriminazione di Castro junior sigillerebbe la fine di un’era. Nel 1996, l’abbattimento da parte dell’Avana di due aerei Cessna dei «Hermanos al Rescate» (Fratelli del Soccorso) ha rappresentato un momento cruciale in decenni di ostilità tra i due Paesi. All’epoca, il presidente Bill Clinton stava cautamente esplorando modi per ridurre le tensioni con un avversario della Guerra Fredda, ma si scontrò con una forte opposizione da parte degli esuli che organizzavano sorvoli aerei su L’Avana a scopo propagandistico, lanciando volantini anti-Castro e aiutando i cubani in fuga dal regime a partito unico. 

Per mesi l’Avana aveva avvertito Washington di essere pronta a difendersi da quelle che considerava provocazioni deliberate. Ma questi avvertimenti rimasero inascoltati e il 26 febbraio 1996, missili lanciati da caccia MiG-29 di fabbricazione russa abbatterono due aerei civili Cessna disarmati appena fuori dallo spazio aereo cubano, secondo un’indagine condotta dall’organizzazione internazionale dell’Aviazione Civile. Un terzo aereo, con a bordo il capo dell’organizzazione, si salvò per un soffio. «Col senno di poi, sembra che il movente dei Castro fosse quello di rallentare i contatti con Clinton perché avevano bisogno degli Stati Uniti come nemico esterno per giustificare la loro posizione in materia di sicurezza nazionale», ha affermato Richard Fienberg, che all’epoca si occupava di questioni cubane presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale. Il piano pare abbia funzionato. Poco dopo l’abbattimento, il Congresso approvò quella che divenne nota come la legge Helms-Burton, che codificò l’embargo commerciale statunitense emanato nel 1962 e rese molto più complicato per i successivi presidenti degli Stati Uniti interagire con Cuba. Ad oggi, gli Stati Uniti hanno condannato una sola persona per cospirazione finalizzata all’omicidio in relazione all’abbattimento dell’aereo dei Hermanos al Rescate. Gerardo Hernández, il capo di una rete di spionaggio cubana smantellata dall’Fbi negli anni ’90, è stato condannato all’ergastolo, ma è stato rilasciato dal presidente Barack Obama nel 2014 durante uno scambio di prigionieri, nell’ambito di un tentativo di normalizzare le relazioni con Cuba. Anche due piloti di caccia e il loro comandante sono stati incriminati, ma sono al di fuori della giurisdizione delle forze dell’ordine statunitensi poiché risiedono a Cuba.

Parlamentari repubblicani cubano-americani chiedono da tempo un’azione giudiziaria contro Castro. In una lettera inviata lo scorso febbraio all’allora procuratrice generale Pam Bondi, i deputati sostengono che esistono registrazioni radio che indicherebbero come Raúl Castro, allora ministro della Difesa cubano, abbia ordinato personalmente l’abbattimento dei velivoli nello spazio aereo internazionale.

Qualsiasi accusa penale contro Castro -che dovrebbe essere approvata da un gran giurì – inasprirebbe drasticamente le tensioni con L’Avana e aumenterebbe le aspettative di un intervento militare statunitense a Cuba, simile a quello condotto a gennaio in Venezuela per portare il presidente Nicolás Maduro a New York con l’accusa di traffico di droga.

Dopo la destituzione di Maduro, l’amministrazione Trump ha rapidamente rivolto la sua attenzione a Cuba: ha ordinato un blocco economico che ha interrotto le forniture di carburante all’isola, causando gravi blackout, carenze alimentari e un collasso dell’attività economica in tutta l’isola. L’attacco in Iran sembra aver offerto ai leader cubani una sorta di tregua dai discorsi statunitensi sul cambio di regime. Mentre Trump cerca di porre fine a quel conflitto, crescono le speculazioni sul fatto che potrebbe presto guardare a Cuba:  all’inizio di quest’anno ha promesso un’«acquisizione amichevole» del Paese se non si fosse aperto agli investimenti amernon avesse cacciato gli avversari degli Stati Uniti. 

Un’eventuale incriminazione di Castro sarebbe ben accolta dagli elettori della Florida meridionale, ma difficilmente convincerà gli strateghi militari del Pentagono ad aprire un altro fronte a soli 145 chilometri dal confine americano. «Non si può replicare il caso Venezuelano – è convinto Richard Feinberg, professore  specializzato in America Latina all’Università della California-San Diego – a Cuba è difficile immaginare un cambio di regime senza truppe statunitensi sul terreno».

16 maggio 2026 ( modifica il 16 maggio 2026 | 11:46)