di
Federico Rampini

L’asse Ue-Cina che avrebbe attratto il sud globale per isolare gli Usa, era una fantasia. I mega manager con il tycoon per segnare l’indispensabilità degli Usa

Per una coincidenza, mentre Mario Draghi rimproverava agli europei la loro disunione e indecisione, Xi Jinping somministrava a sua volta una lezione al Vecchio Continente. Di realismo. Il summit con Trump ha ribadito la centralità della relazione tra America e Cina. Non è una relazione facile, è segnata da una rivalità sistemica. I leader di turno la gestiscono cercando di estrarre vantaggi da un equilibrio instabile. Ciascuna superpotenza si sta estricando da un eccesso di interdipendenza, per aumentare il proprio potere negoziale. Ma la gara è tra loro, gli altri sono comprimari o peggio, comparse. Chi sognava una coalizione anti-Trump, basata su fantasiose alleanze euro-cinesi, ha avuto un risveglio brutale. Le ragioni per cui Xi rispetta l’America sono esattamente quelle che il primo Rapporto Draghi illustrava già nel 2024.

L’elenco dei manager americani che hanno seguito Trump a Pechino è una di queste ragioni. Nella delegazione c’erano i capi di Apple, Meta, Cisco, Tesla/SpaceX, Nvidia, BlackRock, Goldman Sachs, Boeing. Una concentrazione di potenza economica e tecnologica che nessun altro blocco saprebbe schierare, certo non l’Europa.



















































Osservare quei super-capitalisti aiuta a capire la natura della relazione Usa-Cina. «È la più importante del mondo», ha detto Xi. Solo un anno fa, dopo i dazi del Liberation Day, in Europa circolava la fantasia di una grande alleanza Bruxelles-Pechino per isolare l’America. Secondo quella teoria, l’asse Ue-Cina avrebbe attratto il Sud globale, relegato gli Stati Uniti ai margini, ricostruito un ordine internazionale basato su regole.

Quel mito si è infranto al primo contatto col mondo reale. Nessuno può fare a meno dell’America, resta il mercato più ricco e dinamico del pianeta. Tantomeno può farne a meno la Cina, che continua a dipendere dall’accesso ai consumatori americani anche mentre le sue esportazioni verso gli Usa rallentano.

Xi è un osservatore lucido dei rapporti di forza. L’America resta il numero uno, la Cina il numero due. I criteri che contano sono il dinamismo economico, il ruolo globale della moneta, le tecnologie avanzate, la capacità militare, il controllo delle risorse strategiche, la demografia. In quasi tutti questi campi Washington conserva un vantaggio, anche se Pechino accorcia le distanze. Il Pil americano, il reddito pro capite, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale, l’autosufficienza energetica: tutto questo continua a incutere rispetto. Perfino le guerre americane, anche quando si rivelano sbagliate, restano «vetrine» di una potenza che non ha ancora eguali.

Xi può pensare che Trump sia imprevedibile, perfino squilibrato. Di certo considera l’Occidente decadente. Però giudica il presidente americano dai suoi accompagnatori. La Cina avrà ancora bisogno di loro a lungo: come clienti, investitori, fornitori di tecnologia. In un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale, Xi sa che anche lì la gara è a due: sempre America e Cina. L’Europa è irrilevante. Ed è paradossale constatare che il più grande partito comunista della storia sia oggi meno anti-capitalista della vecchia Europa. A Bruxelles molti sognano norme punitive contro i giganti digitali americani. Xi invece vuole che i suoi campioni tecnologici somiglino il più possibile ai rivali della Silicon Valley, e magari li superino. Tra i personaggi più ammirati a Pechino c’è Jensen Huang, taiwanese emigrato negli Usa e creatore di Nvidia, leader mondiale nei microchip per l’intelligenza artificiale.

In cerca di qualcosa di «marcio» nel vertice di Pechino, qualcuno ha cercato di accreditare la tesi del tradimento di Taiwan, abbandonata da Trump al suo destino, cioè a un’annessione cinese con le buone o le cattive. In realtà dichiarandosi contrario alla «indipendenza» dell’isola, Trump ha ribadito una linea che la diplomazia americana pratica da sempre: il principio per cui di Cina ce n’è una sola. Dal 1949 quella «sola» Cina era artificialmente Taiwan, dai tempi del disgelo Nixon-Mao e poi ufficialmente dal 1979 è diventata la Repubblica Popolare con capitale a Pechino. L’ambiguità strategica degli Stati Uniti, contrari ad annessioni forzate, invasioni, colpi di mano militari, diventa sempre più ardua con il riarmo cinese. Ma l’eventuale disimpegno americano da quell’area — tema di cui si discute da decenni — sta ispirando una nuova responsabilità da parte del Giappone: con la nuova premier Sanae Takaichi sembra disponibile a subentrare in parte nella difesa di Taiwan. E anche questo è un messaggio per gli europei.

17 maggio 2026