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Massimiliano Jattoni Dall’Asén, inviato a Santa Margherita di Pula
Dai dazi alla guerra in Iran, fino al controllo dei media, l’economista avverte: «Gli Usa rischiano una vera deriva autoritaria»
Un giudizio netto, senza sfumature né orpelli diplomatici: Donald Trump «non capisce l’economia». Per Joseph Stiglitz, uno dei più autorevoli economisti americani e Nobel nel 2001, il presidente degli Stati Uniti continua a muoversi sulla base di «misconcezioni» elementari sul commercio internazionale, sui deficit commerciali e sul funzionamento stesso del capitalismo globale. «Non ha mai capito la teoria del vantaggio comparato», dice Stiglitz, evocando Adam Smith e David Ricardo, i padri dell’economia moderna.
Parlando con i giornalisti, durante le giornate de Linkontro 2026, il tradizionale appuntamento annuale organizzato dal 14 al 17 maggio da NielsenIQ a Santa Margherita di Pula, in Sardegna, l’economista intreccia dazi, inflazione, oligarchie tecnologiche, intelligenza artificiale e crisi della democrazia americana. Il risultato è una diagnosi severissima degli Stati Uniti contemporanei: un Paese polarizzato, dominato dai miliardari della tecnologia e dell’informazione, dove il presidente concentra poteri senza precedenti e dove – sostiene – «la libertà è già stata in parte persa».
Gli Usa oggi come l’Europa degli anni Trenta
Secondo Stiglitz i professori universitari hanno ora paura di esprimersi e le televisioni sono minacciate dalla Casa Bianca, poi parla delle pressioni sui media satirici e di un sistema di checks and balances che si sta sgretolando. Il paragone storico è durissimo: «È come l’Europa degli anni Trenta. Si vedeva arrivare il fascismo». Per il premio Nobel, molti americani stanno reagendo troppo tardi, avendo sottovalutato la profondità della trasformazione autoritaria in atto.
I dazi, l’inflazione e il costo pagato dagli americani
Tutto questo, ovviamente, ha una ricaduta reale anche sul piano economico.
Per Stiglitz, il fallimento più evidente della politica economica di Trump è nei risultati concreti prodotti dai dazi. La promessa era riportare industria e manifattura negli Stati Uniti. È accaduto il contrario: «nell’ultimo anno i posti di lavoro manifatturieri sono diminuiti di circa 66 mila unità».
L’economista insiste soprattutto sull’assenza di una strategia industriale coerente. Trump, dice, ha utilizzato le tariffe come uno strumento politico e identitario, più che economico, colpendo indiscriminatamente intere filiere produttive senza considerare gli effetti a valle sui consumatori e sulle imprese americane.
L’esempio che porta è quello del rame: «Se imponi tariffe sul rame, le miniere cilene non si spostano negli Stati Uniti. Il rame resta in Cile». Secondo Stiglitz, il risultato reale è stato un aumento dei costi per le famiglie americane, in un contesto già aggravato dall’inflazione e dall’indebolimento del dollaro. «I consumatori hanno pagato il prezzo dei dazi», osserva, sottolineando come il mercato abbia espresso una sorta di «voto di sfiducia globale» verso la politica economica americana.
È dentro questo scenario che, secondo il Nobel, si spiega anche un fenomeno apparentemente secondario ma significativo: la crescita negli Stati Uniti delle catene discount e dei retailer low cost europei. Un segnale, dice, dell’erosione del potere d’acquisto della classe media americana e della progressiva compressione dei consumi.
La contraddizione dell’«America First»
Uno dei passaggi più politici della chiacchierata con i giornalisti riguarda però la guerra con l’Iran. Stiglitz evita di attribuire a Trump una motivazione precisa – «è difficile capire cosa accada nella sua mente», dice – ma mette in luce quella che considera una contraddizione centrale del trumpismo.
Durante la campagna elettorale, Trump aveva costruito gran parte del consenso sul rifiuto delle «endless wars», promettendo che gli Stati Uniti non sarebbero entrati in nuovi conflitti in Medio Oriente. Una linea isolazionista e «America First» che gli aveva consentito di conquistare anche una parte dell’elettorato stanco delle guerre americane.
Per questo, osserva Stiglitz, la guerra con l’Iran ha aperto una frattura profonda persino dentro il mondo trumpiano. Cita le critiche di figure influenti della destra americana come Tucker Carlson e descrive un Partito repubblicano sempre più spaccato tra falchi interventisti e sostenitori dell’America First.
La guerra in Iran e il supporto a Israele
È qui che il Nobel, che è nato in una famiglia ebraica dell’Indiana, introduce il tema delle lobby filoisraeliane e del rapporto con il governo di Benjamin Netanyahu. Senza sostenere esplicitamente che siano state loro a determinare la scelta della guerra, Stiglitz lascia intendere che abbiano avuto un peso rilevante nella pressione politica esercitata sulla Casa Bianca: «Forse Netanyahu gli ha detto: sarà una guerra facile, ti darà un’altra vittoria». Ma in realtà «non sappiamo cosa sia stato promesso e cosa sia stato detto».
Il punto, per Stiglitz, è che Trump ha finito per smentire una delle promesse centrali della sua stessa narrazione politica: quella di essere il presidente che avrebbe tenuto gli Stati Uniti fuori da nuovi conflitti internazionali.
Il risultato, secondo Stiglitz, è una crisi politica e morale che attraversa l’intera società americana: dai campus universitari alle élite economiche, fino allo stesso elettorato conservatore che aveva votato Trump proprio perché prometteva di non trascinare più gli Stati Uniti in nuove guerre.
«Gli oligarchi controllano l’informazione»
Ma il passaggio più inquietante riguarda la democrazia americana. Stiglitz descrive un sistema in cui i miliardari hanno conquistato il controllo dello spazio informativo. Cita Jeff Bezos con il Washington Post, Rupert Murdoch con il Wall Street Journal e i proprietari delle grandi piattaforme social. Una concentrazione di potere che, dice, «plasma inevitabilmente l’opinione pubblica».
Secondo Stiglitz, il problema non riguarda solo la linea editoriale, ma l’intera architettura della comunicazione democratica: «Quando gli oligarchi controllano i media, questo influenza profondamente la società».
Il rischio aumenta con l’intelligenza artificiale e con l’uso dei dati personali. L’economia di mercato, sostiene, viene alterata quando le piattaforme conoscono in anticipo preferenze, debolezze e comportamenti dei cittadini, utilizzando quelle informazioni «contro di te».
TikTok, gli amici di Trump e lo Stato di diritto
E poi c’è il caso TikTok. L’economista critica l’operazione che ha portato il social cinese sotto controllo di investitori vicini a Trump.
La motivazione ufficiale era impedire alla Cina di accedere ai dati degli americani («Ma quali sono i dati importanti di milioni di adolescenti?»). Però, osserva Stiglitz, nessuno ha imposto le stesse restrizioni a piattaforme statunitensi come Facebook. Per questo definisce «bizzarro» che un asset valutato oltre 200 miliardi sia stato ceduto a condizioni estremamente favorevoli (14 miliardi) a un gruppo di alleati politici del presidente. «Qualcosa di disonesto è accaduto».
Per Stiglitz, il caso TikTok è il simbolo di una trasformazione più ampia: il progressivo svuotamento dello Stato di diritto americano e la fusione crescente tra potere politico, interessi economici e controllo dell’informazione.
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16 maggio 2026 ( modifica il 16 maggio 2026 | 12:13)
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