Partito nel 2016, il giovane ingegnere oggi vive in Canada, ma ha girato il mondo. La sua startup oggi collabora con la Nasa: “Ai messinesi dico di non rassegnarsi”
Da Messina… alla Luna. Potremmo riassumere così l’incredibile storia di Paolo Pino, messinese doc, oggi trapiantato in Canada. Lì vive e lavora perché è il co-fondatore (e attuale Cto, Chief technology officer) di Volta Space Technologies. E cos’è? Una startup aerospaziale (che il giovane ingegnere ha fondato insieme a Justin Zipkin, oggi Ceo della società) con sede a Montréal, che collabora con la Nasa e punta a portare sulla Luna l’energia. Sembra un film, ma è già realtà e questa realtà parla, grazie a Paolo Pino, anche un po’ messinese. Ma prima di arrivare in Canada e sulla Luna, Paolo ha vissuto e studiato a Messina. A raccontarci la sua storia è stato lui stesso.
Paolo, quando sei andato via da Messina e perché?
“Sono andato via nel 2016, subito dopo aver conseguito la laurea triennale in ingegneria all’Università di Messina. Il motivo per cui sono andato via è sfaccettato: da un lato, volevo proseguire i miei studi in campi che all’epoca UniMe semplicemente non offriva; dall’altro, mi attraeva la possibilità di conoscere realtà diverse e di vivere esperienze nuove, di avere sfide da affrontare. In questo, non credo che le mie motivazioni siano state molto diverse da quelle che accomunano molti giovani che decidono di partire, messinesi e non. Personalmente, non avevo un’idea molto precisa del tipo di carriera che avrei voluto intraprendere o del genere di lavoro che avrei voluto fare in futuro. Non ero nemmeno sicuro di aver scelto la facoltà e la città più adeguate in cui andare da lì a poco. Nutrivo soltanto un forte sentimento di curiosità e di entusiasmo nei confronti della scienza, della ricerca, della tecnologia all’avanguardia, e di come queste trasformavano il mondo. E da lì nasceva il mio desiderio di saperne di più e di avvicinarsi ai luoghi in cui venivano perseguite con più ambizione”.
Qual è stato il percorso lontano da casa?
“Dopo Messina mi trasferii a Torino, e lì rimasi per i successivi sei anni. Gli inizi furono molto cupi, perché mi accompagnava il presentimento che l’allontanamento da casa sarebbe stato irreversibile. Non riuscivo a vedere un futuro a Messina. E questo suscitava una commistione di dispiacere e rimorso che offuscava molto il mio entusiasmo e che mi induceva a rimettere in discussione il senso e la bontà di quella scelta. Per i primi due anni studiai al Politecnico di Torino e conseguii una laurea magistrale in scienza ed ingegneria dei materiali. Verso la fine, frequentai un’accademia sull’innovazione e le start-up che coinvolgeva imprenditori ed esperti dalla Silicon Valley. Per tre settimane lavorai con studenti da tutto il mondo. E lo ricordo ancora come uno dei momenti più felici di quel periodo. I mesi precedenti li trascorsi in Francia per fare ricerca su una tecnologia in grado di contrastare i batteri che resistono agli antibiotici”.
E ancora: “Dopo la magistrale, provai a tornare a Messina per fare un dottorato di ricerca. Nel frattempo ero stato ammesso anche a un master in sistemi di esplorazione spaziale al Politecnico di Torino. Lo spazio era sempre stata una grande passione, e fui in procinto di abbandonarla per tornare a Messina. Alla fine, però, non arrivai abbastanza in alto nella graduatoria del dottorato per ricevere una borsa (sostanzialmente uno stipendio), mentre per il master mi sarebbe stata assegnata una borsa dall’Agenzia Spaziale Italiana. Il master mi permise di studiare in Francia e nel Regno Unito, e di trascorrere del tempo tra Thales Alenia Space e l’Agenzia Spaziale Europea, lavorando alle missioni di esplorazione lunare. Terminato il master, mi fu offerto un dottorato in ingegneria chimica al Politecnico di Torino. La ricerca era rimasta l’altra grande passione, e così decisi di provarci pur dovendomi allontanare dal settore spaziale. Mi ripromisi che avrei fatto di tutto per coltivare quell’interesse in parallelo alla ricerca”.
“Per il dottorato lavorai quindi alla realizzazione di nuovi materiali che si potessero usare per curare le ferite croniche, che affliggono milioni di persone e che sono spesso causa di infezioni. Arrivammo a testare i materiali sugli animali insieme all’Università di Pavia, e li portammo anche alla McGill University, in Canada, per combinarli a nuovi materiali su cui anche loro stavano lavorando. In parallelo al dottorato, intrapresi un master in business administration con il Collège des Ingénieurs (CDI). Negli anni di Torino avevo maturato molto interesse per il mondo delle start-up e dell’innovazione industriale, e volevo capire come trasferire la ricerca e la tecnologia dai laboratori alla vita di tutti i giorni. Il CDI offre una formazione manageriale di eccellenza a chi proviene da un background tecnico-scientifico, quindi mi sembrò l’opportunità ideale. Furono anni molto stimolanti che mi permisero di conoscere persone incredibili e da cui ho imparato moltissimo. La mia startup nacque mentre facevo queste esperienze. Una volta completati il dottorato e il master, mi trasferii in Canada, dove la startup si era stabilita nel frattempo”.
“La startup è nata grazie al Covid. Come ti accennavo, mi ero ripromesso di continuare a coltivare la passione per lo spazio in parallelo a quella per la ricerca. Nel 2020, durante il dottorato, scoprii che il Florida Institute of Technology avrebbe avviato un corso di studi sulla nuova economia dello spazio, un tema a cui mi ero appassionato particolarmente. Il corso si sarebbe dovuto tenere in presenza negli Stati Uniti, ma per via del Covid si decise in via straordinaria di tenerlo da remoto. Questo mi permise di prendervi parte. Per diversi mesi, al termine della giornata in laboratorio, trascorrevo la sera seguendo le lezioni del corso e studiando per gli esami. Uno di quegli esami prevedeva che esaminassimo un’idea di impresa nel settore spaziale. Io convinsi un gruppo di colleghi ad esplorare l’idea secondo cui trasmettere energia alle sonde spaziali avrebbe migliorato molto i costi e le capacità di questi sistemi”.
“Oggi, ogni sonda spaziale è costruita per provvedere autonomamente al proprio fabbisogno energetico. Ogni satellite si porta dappresso i suoi pannelli solari e le sue batterie, e per farlo ci rimette: più chili ti servono, più costa raggiungere lo spazio. Idealmente, vorremmo assegnare tutti quei chili agli strumenti che sono strettamente necessari per la missione, in modo tale da generare più dati scientifici o più ricavi economici. È come se tu avessi un’azienda che esporta limoni, e fossi costretto a riempire metà del tuo camion con una pompa di benzina per alimentare il viaggio anziché con altri limoni da vendere. È chiaro che così è molto costoso. Questo problema è ancora più grande per l’esplorazione della Luna. Lì il costo di quei chili si calcola nella decine di milioni di dollari, e in più la vita utile è estremamente ridotta. Questo accade perché, sulla Luna, le temperature si abbassano così tanto e così a lungo che tutto congela e si rompe. Quindi non solo costa tantissimo raggiungerla, ma si rimane vivi solo per una decina di giorni. Eppure tutto il mondo adesso ci vuole tornare. Allora abbiamo pensato di mettere la pompa di benzina fuori dai camion: se l’energia può essere inviata a tutte queste sonde da una fonte separata, non c’è più bisogno di portarsi i propri generatori dappresso, e i costi crollano”.
“Nel nostro caso, avremmo dovuto realizzare dei laser speciali per trasmettere questa energia attraverso lo spazio, permettendo alle sonde lunari di operare per mesi o anni anziché giorni. I primi risultati furono promettenti, per cui alla fine del corso di studi io ed uno dei miei colleghi – un coetaneo canadese – ci convincemmo a portare avanti il progetto per un altro po’. Decidemmo di partecipare ad una sfida che la NASA aveva lanciato proprio sull’argomento, e riuscimmo a vincerla. Quello ci convinse ad andare avanti. Il Canada era il punto di partenza più naturale data la provenienza del mio collega e la prossimità agli Stati Uniti. Il Nord America ci offriva il mercato più grande e il talento più specializzato. Chiamammo l’azienda Volta Space Technologies. Poco dopo il premio della Nasa, ricevemmo un investimento da un fondo di venture capital statunitense. Da lì, il team è cresciuto, abbiamo allestito laboratori, costruito prototipi più avanzati, e aperto una seconda sede negli Usa. Oggi lavoriamo con la Nasa, ma anche per le agenzie spaziali europea e canadese, e per il dipartimento della difesa americano. L’anno prossimo manderemo due missioni nello spazio, di cui una sulla Luna. Sono ancora tentato di far incidere un ‘Bella la Luna, ma non si trovano braciole di pesce spada‘, sul fianco del nostro dispositivo”.
Cosa fai attualmente?
“Attualmente sono quello che nel gergo si chiama Chief Technology Officer. In sostanza, sono responsabile di tutto quello che ha a che fare con la creazione e lo sviluppo della tecnologia e con le missioni spaziali in cui la utilizzeremo. Dalla progettazione alle operazioni in orbita, passando per la fabbricazione, i test, e la gestione del budget e della squadra che sono necessari per arrivarci in tempo. Ovviamente è soprattutto la squadra che fa tutta la differenza. Ho l’enorme privilegio di poter lavorare con un team di esperti di calibro mondiale nei campi dei laser, dell’ottica, e dei sistemi spaziali. Loro sono le menti e le mani dietro tutto il nostro progresso tecnico. Il mio compito è solo quello di orchestrarli e di metterli nella condizione di esprimersi al meglio. Quello che facciamo è estremamente complesso e non sarebbe fattibile senza uno sforzo multidisciplinare e la competenza più alta. Io imparo moltissimo ogni giorno da ciascuno di loro e li ammiro enormemente. Mi sento immensamente fortunato nel poterli assistere. Penso spesso di non meritarmelo. Da cofondatore della startup, poi, mi ritrovo a fare di tutto: parlare con gli investitori, rispondere alle gare d’appalto, creare materiale per il marketing, e ordinare le capsule di caffè quando stanno per finire”.
E qual è il sogno?
“In un certo senso, questo è già il sogno: lavorare a qualcosa di entusiasmante con persone in gamba da cui imparare. Se tutto dovesse finire domani, io mi sentirei ancora la persona più felice e grata al mondo. Se avessi la fortuna di continuare per un altro po’, allora l’obiettivo è quello di fare dell’energia nello spazio una risorsa accessibile ed abbondante al punto da rendere sostenibile e duratura per le nazioni la permanenza sulla Luna. Molto nel progresso dell’umanità è ascrivibile alla disponibilità energia in quantità maggiori e a costi inferiori. E non c’è mai stato nella storia un momento in cui il mondo sia stato più risoluto nel voler stabilire una presenza duratura sulla Luna come oggi. Spero che potremo giocare un ruolo abilitante in tal senso. E quando questo dovesse terminare, spero solo di poter continuare ad imparare, scoprire, e costruire. Essere parte di progetti ambiziosi che muovano l’asticella del possibile un po’ più in alto. E se potessi farlo in un posto in cui non si arriva a trenta gradi sotto zero durante l’inverno, anche meglio”.
Paolo, qual è il tuo rapporto con Messina e con la Sicilia?
“Messina e la Sicilia sono casa. Sono la culla della mia infanzia e della mia adolescenza. Sono dove rimangono cristallizzati i ricordi più dolci e dove vivono gli affetti più cari. Quando vai via, il tempo inizia ad essere scandito dai momenti in cui puoi tornare. Il resto del tempo trascorre come un’immersione subacquea: vedi un mondo diverso, ma sai che stai trattenendo il respiro prima di risalire. Provo sempre molta tristezza e molta rabbia tutte le volte che vado via, perché è una partenza che mi sa sempre più di necessità che di scelta. E quando sono fuori mi accompagna sempre la nostalgia. Il paradosso è che nel cuore c’è spazio per molte vite, ma non per una vita a metà. E vivere fuori è un po’ questo. Faccio comunque del mio meglio per rimanere collegato alla città. Mi è capitato di collaborare con dei colleghi del Dipartimento di Ingegneria su molti progetti interessanti, ho fatto parte dell’associazione FuoridiMe, e recentemente mi sono unito a Oltrestretto per conoscere altri messinesi e continuare a coltivare il legame con la città. Cerco di seguire le vicende e in alcune occasioni ne ho scritto sul web”.
Vista da lontano e dopo aver viaggiato così tanto, cosa pensi manchi alla città per tenersi stretti i suoi “figli”?
“Mancano industrie ad alta densità di conoscenza e tecnologia. Guardando i dati, si vede come la metà di chi lascia Messina sia rappresentata da laureati in materie tecniche e scientifiche. Queste persone lavorano tutte in settori ad alto valore aggiunto nei luoghi in cui questi si sono aggregati nel tempo: al Nord Italia e all’estero. Purtroppo non solo mancano queste industrie: manca anche la consapevolezza di quanto siano importanti nello sviluppo economico complessivo di un territorio. C’è una convinzione pericolosamente diffusa a Messina che si debba puntare prevalentemente su turismo, eventi, prodotti agroalimentari tipici e microimprese: tutti settori ed attori economici contraddistinti da bassa innovazione, bassa produttività, bassi salari e basso valore aggiunto. I luoghi più prosperi in Italia e all’estero – quelli per cui i giovani abbandonano Messina – sono quelli in cui si sono concentrate industrie avanzate e complesse, e aziende innovative di grandi dimensioni. E questi fattori hanno effetti trainanti anche per eventi, turismo e agroalimentare”.
“Tutta la letteratura scientifica e tutta l’evidenza storica e contemporanea puntano incontrovertibilmente in questa direzione, ma a Messina sembriamo non capirlo, e ci ostiniamo a sussidiare quello che è rimasto, anziché investire in quello che è necessario. L’altro giorno mi è capitato di sentire qualcuno vantarsi di come il concerto di Vasco Rossi avesse portato venti milioni di euro alla città. Se noi volessimo che la città ricevesse una somma di denaro equivalente ai soli investimenti in startup a San Francisco in un anno, sai quanti concerti di Vasco Rossi ci servirebbero? Venticinque. Al giorno. E naturalmente quegli investimenti si trasformano in invenzioni, ricerche e mercati che a loro volta moltiplicano crescita, benefici, e attraggono giovani e persone talentuose. Nessun numero di concerti di Vasco Rossi è in grado di creare questo valore. Noi sembriamo ciechi a questi fatti. Siamo chiusi in una cassa di risonanza in cui si ripetono sempre le stesse cose. Ogni tanto si parla di creare spazi per incubatori e coworking, o di dare incentivi fiscali, ma questo è quantomeno secondario. Non va alla radice del problema. Il problema è la scarsa competitività nelle industrie che determinano il benessere maggiore. Questo mi fa molta rabbia e mi scoraggia profondamente”.
C’è un messaggio che vuoi lanciare ai messinesi?
“Chiedo solo: non rassegnatevi. Possiamo immaginare un futuro diverso per Messina, ma dobbiamo avere il coraggio e l’onestà intellettuale di guardare in faccia la realtà e di rimettere in discussione tutte le nostre convinzioni su come casa nostra possa trasformarsi in un luogo migliore. Le soluzioni esistono, ma sono diverse da quelle che ci vengono in mente per prime. Ogni giorno trascorso senza parlarne e senza sfidare lo status quo aumenta la probabilità che presto qualcun altro dei nostri cari si ritrovi costretto ad abbandonare Messina, che altri genitori si separino da altri figli, e che un altro aliscafo si riempia di biglietti di sola andata. Non deve essere così. Spero che questo sia l’ultimo messaggio che leggerete da chi per adesso è lontano, e che il prossimo venga lanciato dai voi per dare il benvenuto a chi arriva. Ah, dimenticavo: se passaste dal Canada, conosco un posto dove fanno i cannoli buoni”.
