«Devo andarmene, non riesco più a sopportare di vivere. Da quando Putin ha attaccato l’Ucraina e uccide persone innocenti, mentre da noi continua a mandare in prigione migliaia di persone che lì soffrono e muoiono solo perché, come me, sono contro la guerra e contro gli omicidi». … «Ho cercato di aiutarli, ma le mie forze sono esaurite e giorno e notte soffro per la mia impotenza. Mi vergogno, ma mi arrendo. Per favore, perdonatemi». Sono parole scritte in una lettera lasciata da Nina Litvinova che aveva 80 anni. Nina era una scienziata. Alle spalle decenni dedicati allo studio degli oceani. Ma insieme alla dedizione alla scienza ha portato avanti il suo essere attivista per i diritti umani. La sua storia familiare è segnata dalla tradizione della disobbedienza fin dai tempi di Stalin e anche lei era fermamente uno spirito libero. Uno spirito sensibile e ribelle che nella Russia di Putin fatica a sopravvivere. In questi terribili quattro anni di guerra ha continuato a impegnarsi, ad aiutare le persone che stanno subendo la repressione, i prigionieri politici. Ha presenziato ai processi di Oleg Orlov, difensore dei diritti umani e co portavoce dell’associazione Memorial Premio Nobel per la Pace, così come a quelli della regista Evgenia Berkovich e della drammaturga Svetlana Petriychuk, ancora in carcere. Prima ancora dell’aggressione all’Ucraina aveva seguito e continuava a farlo, il caso di Yuri Dmitriev noto storico di Memorial che lavorava alla ricostruzione della memoria delle vittime della repressione staliniana, condannato a 15 anni di detenzione con accuse ritenute del tutto infondate da parte di Memorial.
Per lei era una cosa del tutto naturale aiutare i tanti prigionieri politici. Quelli in carcere e quelli agli arresti domiciliari. Soprattutto quelli meno noti, di cui si sa poco o niente e di cui i media non parlano. Del resto Nina è stata una figura che in Russia ha avuto e ha anche oggi un grande numero di simili. Persone accomunate dalla spinta alla solidarietà che si declina in una rete di relazioni e contatti. Quella fitta comunità di donne e uomini che permette di portare conforto ai prigionieri politici condannati a diversi anni di carcere. Un frutto, un libro, delle medicine, che possano dare speranza a chi è messo a dura prova nella sua resistenza fisica e psicologica. Una testimonianza di umanità che resiste nonostante tutte le forme di persecuzione. Una realtà che incarnava Nina Litvinova e che oggi è sempre più turbata. Una comunità di anime che non vogliono cedere e restano nel paese, nelle loro case, nelle loro famiglie senza per questo voler essere eroi. Una Russia che esiste e resiste, che il regime perseguita. In una Russia che ha da poco celebrato il 9 maggio in un clima dimesso e assai triste come mai prima esiste anche quest’altra Russia prostrata dalle ferite inferte al popolo ucraino. Avrebbe bisogno di essere riconosciuta, guardata negli occhi e supportata. Perché non c’è solo Putin o chi ha abbandonato il paese. Ci sono anche loro anche se in troppi non li vogliono vedere.