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“Musica e sport, un binomio che mi contraddistingue”. Bruno Longhi lo sottolinea a più riprese con un certo orgoglio, identificando in queste due passioni il motore della propria vita. “Mi sento tuttora un musicista ed un giornalista”, confida a Fanpage.it. “Tempo fa rimettemmo in piedi un gruppetto per delle serate di beneficenza e alternavo le telecronache alle esibizioni”.

Classe 1947, i genitori vennero sfollati nel Pavese nel secondo dopoguerra, dove Longhi rimase prima di stabilizzarsi definitivamente a Milano, all’età di quattro anni. Il primissimo amore, come per qualsiasi bambino, fu il pallone. “Oltre all’oratorio, c’era vicino casa un campo da baseball che andava liberato entro le 5 del pomeriggio. Ci giocavamo a calcio, fino a quando arrivavano i titolari. Si trattava dell’eredità del filo-americanismo post bellico e tra una partita guardata e una disputata imparai pure le regole del baseball”.

L’Inter lo corteggiò in tenera età e iniziò così l’avventura tra le giovanili: “Lasciai dopo due anni perché mi beccai tre bronchiti di fila. Ogni volta che ricevevo il via libero dal medico subivo una ricaduta. Ad un certo punto mi disamorai e mollai tutto. Ma un osservatore della Solbiatese, che mi vide in qualche partitella tra amici, mi propose di aggregarmi alla squadra”. Contestualmente Longhi cominciò a suonare il basso e, assieme a Mario Lavezzi e Tonino Cripezzi, fondò il gruppo dei Trappers: “Ci esibivamo nei locali del centro di Milano e le serate divennero numerose. Il sabato sera capitava di terminare i concerti a tarda ora e di rientrare a casa alle 2. La mattina seguente dovevo essere al campo per giocare e dopo un po’ mi stancai”.


Gabriele Vagnato: “Sal Da Vinci sta giocando la sua Champions League. E se Zia Mara chiama, arrivo correndo”

Scelse la musica.

Sì, i Trappers funzionavano e successivamente arrivò l’esperienza con i Flora Fauna & Cemento, che negli anni settanta godettero per un biennio di un certo successino.

Può anche vantarsi di aver suonato sulle navi da crociera.

Fu un’una tantum. La mamma di Lavezzi aveva trovato un ingaggio su una nave e ci lanciammo. Fu un viaggio drammatico, dato che tutti – eccetto Mario – soffrivamo di mal di mare. Un’esperienza di vita nuova, tuttavia dimenticabile dal punto di vista del benessere (ride, ndr).

Alla musica, però, preferì il giornalismo. Perlomeno come mestiere da intraprendere.

Si deve entrare nell’ottica dell’epoca. A 18 anni il pensiero di essere musicista a 70 mi rabbrividiva. Mi vedevo come quei signori che suonavano nelle balere. Sia io che mio padre volevamo un futuro diverso, anche se lui si era fissato affinché diventassi un commercialista. Non a caso mi iscrissi alla Bocconi, che non terminai.

Esordì a Nova Radio.

La vita è piena di coincidenze. Io e Sergio Poggi ci divertivamo con il registratore a fare delle gag sulla scia di ‘Alto Gradimento’. Materiale che era esclusivamente per noi. Ma un giorno il direttore della Ricordi ci chiese di dare una mano come programmatori ad un amico che aveva aperto una radio. Vivendo questa realtà quotidianamente me ne innamorai e mi inventai una rubrica sportiva di interviste sfruttando le conoscenze che avevo maturato nel corso dei miei anni all’Inter.

Contemporaneamente avviò la collaborazione col “Corriere dell’Informazione”.

E lì mi avvicinai per la prima volta alla tv. Il capo dello sport mi chiese di aiutarlo proponendomi un’intervista televisiva a Nils Liedholm: ‘Io non posso apparire, fammela tu’. Il risultato piacque e mi contattarono da TeleMilano 58 che apparteneva ad un emergente Silvio Berlusconi. Non sapevo assolutamente chi fosse.

Si trovò a lavorare con Mike Bongiorno.

Conduceva ‘MilanInter Club’, la prima rassegna sportiva della futura Canale 5. Io mi occupavo dell’angolo dedicato all’Inter. Gli studi erano belli, ma mancava la sincronia nel lavoro. Spesso le registrazioni slittavano, tutto era caotico. Erano i primi vagiti, il seme da cui germogliò il gruppo Mediaset.

Se ne andò a Telemontecarlo, dove poté commentare i Mondiali del 1986.

La rete era di proprietà di Rete Globo e seguii tutti i match del Brasile assieme a Josè Altafini. A questi se ne sommarono altri, tra cui quelli dell’Italia e dell’Argentina. Fu un’esperienza inebriante.

Nel 1988 riabbracciò la Fininvest e approdò a Telecapodistria.

Era una sua protesi. Diciamo che era la risposta a Tmc. Telecapodistria diventò poi Telepiù e quando per via della legge Mammì Berlusconi fu costretto a distaccarsene rientrai alla base. La mia prima telecronaca per Canale 5 fu pure la prima per la rete. Era un Olanda-Galles che mandammo in onda perché c’erano Van Basten, Gullit e Rijkaard che militavano nel Milan.

A sorpresa Berlusconi arruolò anche Nando Martellini.

Fu una mossa nostalgica, probabilmente suggeritagli da Fabio Capello. Nando era una persona squisita, di una correttezza esemplare.

Però?

Lo vedemmo in evidente difficoltà. Le nostre partite ospitavano all’interno 7 secondi di pubblicità e lo spot andava lanciato nel momento giusto, quando non si giocava. Serviva dimestichezza e purtroppo inciampò un sacco di volte. Ricordo un Grasshopper- Roma che guardai da casa. Diedero un rigore alla Roma e lui chiamò la pubblicità proprio mentre venne calciato il penalty. L’insieme di queste cose indusse l’azienda a chiudere il rapporto.

Come venivano scelti i telecronisti delle finali di Champions League?

Inizialmente le gare più importanti le facevamo io e Roberto Bettega, mentre dopo la parentesi di Martellini nacque la logica dell’alternanza tra me e Sandro Piccinini.

Infatti lui commentò Ajax-Milan del 1995 e lei l’ultimo trionfo della Juventus, dodici mesi dopo.

A Sandro toccarono gli anni pari, a me quelli dispari. Fu una bella convivenza.

Piccinini, per sua stessa ammissione, soffrì per la mancata conferma nel 1996 arrivando addirittura a rassegnare le dimissioni.

Il nostro rapporto era ottimo, non esisteva la rivalità. Sai, è un po’ come quando un allenatore ti dice che giocherai titolare e invece alla fine ti lascia in panchina. La colpa semmai è del mister, non di chi ti sostituisce. Ci siamo sempre stimati, pur avendo vissuto praticamente delle vite che scorrevano su binari paralleli. Io viaggiavo da una parte dell’Europa, lui dall’altra. Ci incontravamo di rado.

La regola degli anni pari le fece ‘bucare’ la clamorosa finale del 1999 tra Manchester United e Bayern e il match tutto italiano tra Milan e Juve del 2003. Rimpianti?

Sandro commentò il ribaltone dello United e fui sinceramente felice per lui, visto che era un malato di calcio inglese. Per quel che riguarda la finale 2003, non ho mai avuto il rammarico per averla saltata. Si andava avanti a scatola chiusa, quello che veniva veniva. E comunque pure io mi tolsi le mie belle soddisfazioni.

Tipo?

Nel 2002 assistetti al gol fantascientifico di Zidane contro il Bayer Leverkusen. Mi esaltò così tanto che urlai come mai avevo fatto prima. Avevo un bel rapporto con Zizou e la sua rete mi riempì di emozione. A questo aggiungici l’ultima vittoria della Juve, una gemma che conservo con soddisfazione, e il trionfo dell’Inter di Mourinho commentato per Mediaset Premium. Ma, ora che ci penso, ci fu una circostanza in cui ci rimasi davvero male.

Racconti.

Nel 1995 ci saremmo dovuti alternare anche nelle semifinali. Il Milan affrontò il Psg e avrei dovuto occuparmi del ritorno. In quella fase a capo dello sport di Mediaset c’era Emilio Fede che mi bloccò: ‘Abbiamo deciso di non fartela fare perché Sandro porta fortuna’. Rimasi basito. Credo che a sconvolgermi fu soprattutto la motivazione. Fede fuori dall’ambito professionale era simpaticissimo. Ma quella volta mi lasciò interdetto.

Quanto c’è di improvvisato e di preparato in una telecronaca?

Ciò che prepari è la tua àncora di salvataggio che ti torna utile nei momenti morti. In quel caso puoi snocciolare dati e sfruttare il materiale che hai raccolto. Ѐ normale che ci sia uno scheletro, ma non ho mai studiato a priori la formula da usare per una vittoria o una sconfitta. C’è chi lo fa, ad esempio Marco Civoli nel 2006 urlò ‘Il cielo è azzurro sopra Berlino’, che era chiaramente una citazione ricercata.

Il peggior imprevisto?

Marsiglia-Milan, nel 1991. Vissi in prima persona il dramma delle luci che si spensero, con Galliani che invitò la squadra a lasciare il campo. Quella sera ero solo, Bettega era assente. Accadde una roba che non aveva precedenti e non avevo supporti. Brancolavo nel buio, in un contesto non previsto.

Con internet sarebbe stato tutto più semplice.

Senza il web era dura, dovevi arrangiarti. Negli anni ottanta commentai Stella Rossa-Real Madrid e per ottenere informazioni fui costretto a chiamare Boskov. Non avevo altre soluzioni. Con internet oggi puoi davvero fare tutto, persino andarti a rivedere la gara che un determinato calciatore ha disputato la settimana prima. Il livello si è alzato, i telecronisti di adesso sono più bravi perché avvantaggiati dalla tecnologia e dalle conoscenze. Tutti quelli che ascolti sono di qualità ottima, l’unica differenza la fa la voce. C’è chi ce l’ha più televisiva e chi meno.

Un’altra grana era rappresentata dalle pronunce dei nomi dei giocatori stranieri. Come rimediava?

Quando arrivavi allo stadio cercavi qualche collega straniero e ti facevi dare delle dritte. Più difficile se la partita la commentavi da tubo. Allora chiamavi qualche giocatore. Le pronunce di nomi inglesi, tedeschi e francesi li dovevi eseguire nel rispetto della loro provenienza. Se invece ti capitava uno svedese c’era maggiore elasticità. Per capirci, il Göteborg lo leggevo all’italiana. Mi sembrava ridicolo pronunciarlo alla loro maniera.

Prima delle partite dava un’occhiata al meteo?

Il freddo è stata la mia disgrazia. Avrei voluto scrivere un libro interamente dedicato alle mie sofferenze. Prima parlavo di Stella Rossa-Real: in quell’occasione mi portai una coperta dall’hotel, mentre Altafini indossava il pigiama sotto ai vestiti. Una volta mi spedirono a Varsavia a seguire la Sampdoria. Ero stato in quello stadio a settembre e c’era la cabina, che però non ritrovai a dicembre, perché stavano smantellando l’impianto. Quando per la tv intervistai Boskov a bordocampo ricevetti la telefonata di mia moglie che mi informò che ero apparso col viso viola. Stavo letteralmente congelando.

Dal 2003 al 2007 prestò la voce al videogioco Fifa. Un riconoscimento mica da poco.

Non mi sono mai risentito ed ero inconsapevole del successo che avrebbe riscosso.

Bruno Longhi con Alessandro Del Piero e Raul Cremona alla presentazione di uno dei videogiochi a cui ha prestato la voce.

Bruno Longhi con Alessandro Del Piero e Raul Cremona alla presentazione di uno dei videogiochi a cui ha prestato la voce.

Come si sviluppavano le registrazioni?

Ti davano dei testi tradotti dall’inglese, con le frasi che andavano italianizzate. Andavano lette tutte sia in versione enfatica che tranquilla. Saranno state circa mille frasi, più tutti i nomi dei calciatori. Poi le modalità cambiarono con la richiesta di raccontare le azioni alla mia maniera senza però nominare i giocatori. Era paradossalmente più faticoso.

Nel 2005 Mediaset scippò alla Rai “Novantesimo Minuto”, ma l’operazione si rivelò un flop. A vent’anni di distanza che spiegazione si dà?

Non penso fosse un discorso di brand identificato con la Rai. Quando negli anni novanta acquisimmo la Coppa Italia la manifestazione era sottovalutatissima. Eppure la rilanciammo. L’intoppo di ‘Serie A’ fu soprattutto interno. Bonolis si affidò ad un gruppo di lavoro esterno alla redazione sportiva, che si ribellò. Ci fu una rottura che portò alla sua sostituzione con Mentana. Io mi occupavo della partita più importante di giornata, ero inviato, quindi c’entravo poco.

Nel 2016 diede l’addio a Mediaset.

Le telecronache le avevo mollate 3-4 anni prima per proseguire come semplice collaboratore. Il capo dello sport, Ettore Rognoni, se n’era andato ed erano cambiate un sacco di cose. Trovandomi in un mondo diverso da quello precedente, compresi che era arrivato il momento di smettere.

Oggi cosa fa?

Intervengo come opinionista a Radio Sportiva e nelle trasmissioni di Top Calcio 24 su 7Gold. Sono appagato, nella mia carriera ho seguito 8 Mondiali ed altrettanti Europei. Di acqua sotto i ponti ne è passata molta. Può bastare.

Nessuna nostalgia del racconto delle partite?

No. Quando prendi una decisione e sei sincero con te stesso, poi la porti avanti. Non mi mancano le cronache, né ho il desiderio di rifarle. Smisi perché era diventato difficile tenere certi ritmi e, nonostante l’impegno non fosse fisicamente gravoso, cominciai ad avere problemi di insonnia nelle notti successive alle partite. Pertanto, decisi che fosse giusto ripensare il mio futuro.