Quella del «Fassa Bortolo» (lo sponsor che ha appiccicato il nome all’infrastruttura) è una storia che parte da lontano e arriva fino a oggi senza mai chiudersi davvero. Una storia sportiva solo in superficie, perché sotto scorre un’altra trama: quella delle istituzioni, delle competenze intrecciate, delle responsabilità che si sfiorano senza mai coincidere del tutto. Una storia talmente tribolata che in parecchi, ormai da tempo, hanno battezzato la vicenda come la «maledizione del Velodromo». Scherzandoci su (ma neppure troppo). 

Lo sport diventa una scelta politica

All’inizio c’è un’idea semplice e quasi irreprensibile: dotare l’Italia di un velodromo coperto di livello internazionale. Un Paese di grandi tradizioni su pista il nostro – da Fausto Coppi a Francesco Moser, fino alle generazioni più recenti – ma orfano di una casa stabile per il ciclismo indoor.

La Federazione Ciclistica Italiana spinge, gli enti locali raccolgono. Il territorio di Montichiari, già infrastrutturato e logisticamente strategico nella nostra provincia, diventa il punto di convergenza. Regione Lombardia, Provincia di Brescia, Comune e Federazione: una catena istituzionale ampia, formalmente solida, politicamente trasversale. È un dettaglio che oggi suona quasi ironico: più attori coinvolti significano più forza, almeno sulla carta. Nella pratica, significano anche più passaggi decisionali, più mediazioni, più possibilità che qualcosa si perda lungo il percorso.

Fatto sta che, nel 2004, per la posa della prima pietra c’è grande entusiasmo: finalmente la promessa prende forma. Il progetto è ambizioso: una pista da 250 metri, una maxi struttura coperta in acciaio, un impianto omologato per competizioni internazionali.

Il cantiere in corso, nel 2005 -  © www.giornaledibrescia.it

Il cantiere in corso, nel 2005 – © www.giornaledibrescia.it

I tocchi di stile – architettonici e simbolici – non mancano. Una delle scelte più accurate ha riguardato il tipo di legno da utilizzare per la pista: dopo un attento inventario, si è optato per il legno di pino siberiano. La pista, del resto, è il cuore della struttura: è stata progettata pensando alle carene delle imbarcazioni in cui le 378 travi lamellari (disposte a raggiera e fissate con 200mila chiodi) formano i madieri e il fasciame sono i listelli lignei. Ogni trave è stata fissata a delle piastre metallico seguendo uno schema studiato al millimetro, «così da garantire la migliore traiettoria per poter sviluppare velocità fino agli 87 km/h» si legge nel dossier di quegli anni. Inoltre «la geometria delle curve è asimmetrica per poter facilitare il ciclista nelle volate e recuperare nella fase di decelerazione».

Il casco di Eliseo Papa

L’avveniristica architettura richiama la forma di un casco da ciclista. A firmare il progetto è l’ingegnere e architetto Eliseo Papa: il suo nome, a Brescia, è «impresso» su infrastrutture importanti. Aveva iniziato il suo cursus honorum dall’acqua, materia viva e capricciosa, e dalle dighe che la tengono a bada senza mai davvero possederla. Ingegnere idraulico laureato a Padova nel 1968, entra in un consulting italoamericano che progetta sbarramenti: nel ’69 è in Perù, per una diga ad arco-gravità, viaggi brevi e intensi; nel ’70 a Teheran, sul Karkeh River, a disegnare un’altra curva di cemento contro la forza del fiume.

Poi l’esperienza che più di tutte lo ha segnato e che ha replicato nelle opere di casa nostra: quella a New York, con l’apprendistato da Lev Zetlin, il progettista del Madison Square Garden. Lì Papa impara che le strutture possono stare in piedi anche per tensione, per cavi che tirano e non per masse che schiacciano. Torna con quell’idea di leggerezza in testa, si laurea anche in architettura al Politecnico di Milano e apre studio a Brescia. Le tensostrutture diventano la sua lingua: il Velodromo di Montichiari, appunto, ma anche la piscina comunale di via Rodi, impianti dove il calcestruzzo c’è, ma senza farsi notare troppo.

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Il video dell’inaugurazione

Il suo nome, per molti, è legato in particolare al PalaLeonessa: la trasformazione del vecchio Eib di via Orzinuovi, nato per le fiere, reinventato tra gli anni Settanta e Novanta come palazzetto. Quel «ciambellone» grigio dai tratti un po’ sovietici lo immagina come una torta attraversata da aria e luce, con il campo da basket sotto un soffitto a cerchi concentrici, un pallone sfuggito al gioco e rimasto sospeso lì, sopra le teste. 

Ecco, la sua «opera prima» fatta di intrecci è proprio quel casco da ciclista del Velodromo: la copertura è formata da un reticolo di oltre seimila tubi in ferro di diametro diverso, collegati tra loro in un disegno geometrico di grande effetto visivo. Basti pensare che il montaggio ha richiesto due mesi di lavoro a 21 metri di altezza per inanellare – per la precisione – ben 6.528 profili tubolari su 1.605 nodi sferici. L’impianto – che può ospitare fino a duemila spettatori, di cui 1.400 con posto a sedere – è costato inizialmente 15 milioni di euro

La grande inaugurazione

Nel 2009 l’inaugurazione ha il tono delle grandi occasioni. Autorità locali e nazionali, dirigenti sportivi, amministratori. Il messaggio è semplice: il ciclismo italiano ha finalmente una casa.E per un periodo, è vero. Gare internazionali, eventi paralimpici, raduni della nazionale. La pista scorre veloce, tra le più rapide d’Europa. Gli atleti parlano di un impianto «che porta» la velocità, come se lì la fisica fosse leggermente diversa rispetto alle altre parti del mondo.

Il Velodromo ha la forma del casco da ciclista - © www.giornaledibrescia.it

Il Velodromo ha la forma del casco da ciclista – © www.giornaledibrescia.it

Nel tempo, il velodromo si rivela ciò che spesso diventano le grandi infrastrutture italiane: un sistema più che un luogo. Il Comune di Montichiari è proprietario dell’impianto; la Regione Lombardia interviene nella fase di sostegno e indirizzo strategico; la Provincia di Brescia svolge funzioni di coordinamento territoriale; la Federazione Ciclistica Italiana è il principale utilizzatore sportivo; società di gestione e soggetti tecnici si occupano della manutenzione.

Risultato: formalmente è una collaborazione, ma sostanzialmente è una frammentazione. Ogni passaggio decisionale richiede un equilibrio, ogni intervento rimanda a un altro livello, ogni problema tecnico diventa, inevitabilmente, anche un problema amministrativo. E così il tempo del velodromo inizia a somigliare sempre meno al tempo dello sport. E sempre così, inizia il capitolo meno glorioso, quello che inaugura la leggenda della «maledizione del Velodromo di Montichiari». 

La struttura fa acqua

La pista in legno è il cuore tecnico dell’impianto, ma è anche il suo punto più delicato: temperatura, umidità, microvariazioni ambientali. Le prime criticità non esplodono, si accumulano: infiltrazioni, interventi spot, manutenzioni straordinarie. La copertura, progettata come l’elemento iconico per eccellenza, diventa nel tempo un nodo gestionale complesso. Non c’è un crollo, non c’è uno scandalo improvviso, c’è qualcosa di più tipico: la progressiva difficoltà di mantenere ciò che è stato costruito.

Nel 2017 i problemi iniziano a farsi importanti: basta un temporale un po’ meno timido per vedere ricoperta di pioggia la pista. Un pasticcio. Al punto che Asd Energy, la società a quel punto alla gestione dell’impianto, recapita una comunicazione ufficiale sul tavolo di Comune e Federazione ciclistica italiana (Fci).

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VELODROMO, TETTO DA RIFARE

Il messaggio non è arzigogolato: a causa di infiltrazioni d’acqua che hanno interessato pista, tribune, parterre, spogliatoi e zona bar, i Campionati italiani di ciclismo su pista – che dovevano iniziare di lì a poco – sono annullati. Si capisce quasi immediatamente che la soluzione non sarà a breve termine: «Per riparare i danni al tetto – ammette l’allora sindaco di Montichiari Mario Fraccaro – servirà almeno un milione di euro», un preventivo certificato dopo il sopralluogo. 

Il sequestro nel 2018

Il 16 luglio 2018 i Carabinieri mettono i sigilli alla struttura che, su mandato della Procura di Brescia, è posta sotto sequestro. La decisione arriva dopo un sopralluogo dei Vigili del fuoco, un controllo durante il quale sono state rilevate alcune criticità, a partire «dall’inadeguatezza della pratica antincendio», passando per problemi strutturali e di agibilità alla luce delle norme vigenti. 

Quei giorni, l’attuale sindaco Marco Togni se li ricorda bene. Ed è proprio lui, in una nota inviata alla stampa sul finire dell’anno scorso, a ripercorrerli: «Fu posto sotto sequestro a luglio del 2018 per varie negligenze ma, principalmente, perché chi amministrava allora fece scadere il certificato di prevenzione incendi. Il prefetto, a maggio 2018, scrisse all’Amministrazione chiedendo di fermare l’attività, ma rimanendo questo appello inascoltato, la Procura pose il Velodromo sotto sequestro» ha ribadito, sottolineando nuovamente come sia questo il nocciolo della questione (e non i problemi alla copertura che avrebbero potuto essere risolti, come suggerito quando sedeva nei banchi dell’opposizione). 

L'avviso apposto durante il sequestro dell'opera - © www.giornaledibrescia.it

L’avviso apposto durante il sequestro dell’opera – © www.giornaledibrescia.it

«Nell’estate 2019 divenni sindaco. I lavori erano da poco iniziati. Riguardavano il rifacimento della copertura e guarda caso, proprio come avevamo suggerito noi, con un costo di circa 500mila euro e di levigatura della pista ormai ammalorata dall’acqua. Capii però subito che qualcosa non quadrava e che i lavori non sarebbero bastati. Chiamai la Federazione dicendo loro di non avere aspettative ad entrare a fine settembre, che sarebbero serviti più tempo e soldi. Ottenni a novembre 2019 l’autorizzazione a far entrare almeno la Nazionale per gli allenamenti in vista delle Olimpiadi. A marzo 2020, pochi giorni prima del Covid – ricorda il numero uno di Montichiari – riuscii a far effettuare un sopralluogo di tutti i membri della Commissione prefettizia e finalmente uscì la verità: passati dieci anni dalla costruzione e subentrate le nuove normative di costruzione la struttura era da ritenersi una nuova costruzione. C’era quindi tutto da rifare, anche quello che prima andava bene… ».

Carte bollate

A scorrere parallelo a questo iter tecnico c’è anche il fronte giuridico. Dopo il sequestro dell’impianto, «motivato dal mancato rinnovo del certificato di prevenzione incendio», la società aveva «bussato» al Municipio chiedendogli i danni: precisamente li aveva quantificati in 413.332 euro, a causa dei mancati introiti (dato che l’impianto non ha potuto ospitare i campionati europei di pista calendarizzati per l’agosto 2018,), da richieste risarcitorie avanzate alla società da parte di terzi e dalle spese che dice di aver sostenuto a seguito del sequestro.

Il rendering dell'interno del Velodromo -  © www.giornaledibrescia.it

Il rendering dell’interno del Velodromo – © www.giornaledibrescia.it

L’Amministrazione Togni,  una volta insediata e data la disponibilità di Energy a colloquiare e a sciogliere la convenzione senza intavolare un lungo teorema di litigi, si è mobilitata per trovare un accordo risolutorio onde evitare di finire per tribunali. Il sequestro «è riconducibile alla sfera di responsabilità del Comune», si legge senza fronzoli nella delibera di Giunta che riporta la data di gennaio 2020. Ad ogni modo, l’ente «ha ritenuto solo in parte fondate le pretese del concessionario», ecco perché l’indennizzo stabilito (di 82mila euro) non copre in toto le richieste iniziali.

Nel 2024 il Pnrr avvia il sogno del progetto bis

Mentre il tempo passa e l’annuncio della riapertura del Velodromo si trascina di anno in anno, il 2024 consegna alla vicenda un nuovo capitolo. Questa volta, però, entusiasmante: il bando legato ai fondi messi sul tavolo dal Piano nazionale di ripresa e resilienza aggiudica al progetto bis di Montichiari un tesoretto di 4,4 milioni di euro. Per fare cosa? Per realizzare una palazzina di servizi da costruire accanto alla pista, unico impianto coperto in Italia, e un ciclodromo dove far crescere e allenare i bambini. Lavori che, come prevede la tabella di marcia del Piano, devono essere completati entro il 2026. 

Il disegno della nuova palazzina - © www.giornaledibrescia.it

Il disegno della nuova palazzina – © www.giornaledibrescia.it

Inutile negare che a farsi largo è un rinnovato entusiasmo: «Montichiari diventerà la Coverciano del ciclismo perché, come nel calcio, sarà il Centro Nazionale della Federazione Ciclismo. Oltre agli allenamenti degli atleti della nostra Nazionale, come in passato, il velodromo sarà aperto alle altre squadre nazionali, ma sarà a disposizione anche delle squadre e associazioni provinciali e regionali» annuncia il sindaco Marco Togni. 

Cosa prevede, nel dettaglio questo secondo progetto? La realizzazione della nuova palazzina dei servizi che ospiterà, oltre ad alcuni alloggi, un centro di medicina sportiva, un centro biomeccanico e di posizionamento in bicicletta. Il nuovo ciclodromo «sarà un circuito aperto a tutti e dove bambini e ragazzi potranno avviarsi al ciclismo in totale sicurezza tramite apposite scuole senza incorrere nel pericolo della strada».

A Natale nel 2025 via i sigilli

Si arriva così a dicembre 2025. Ecco la notizia attesa ormai da anni: la Commissione provinciale di vigilanza ha concesso il nullaosta alla riapertura dell’impianto «titolare» (quello progettato da Eliseo Papa). Stavolta, dopo una ristrutturazione a tutto tondo, ci sono le condizioni di agibilità necessarie alla luce delle normative vigenti.

Il sindaco di Montichiari, Marco Togni - © www.giornaledibrescia.it

Il sindaco di Montichiari, Marco Togni – © www.giornaledibrescia.it

La burocrazia ha però i suoi tempi (parecchio pachidermici). Ed è così che il Comune si prepara all’affidamento diretto alla Federazione ciclistica, che già utilizza l’impianto. Gli approfondimenti tecnici hanno chiarito come non sia necessario procedere con un bando: gli uffici comunali sono al lavoro per mettere a punto la convenzione, che dovrebbe essere siglata entro l’autunno. Con un punto fermo che il sindaco Marco Togni tiene a specificare: «Il Velodromo non sarà a uso esclusivo della Federazione, ma resterà aperto alle società locali e agli amatori». Il presidente della FederCiclismo, Cordiano Dagnoni, è in linea, tanto che sottolinea: «Finalmente il ciclismo italiano torna nel pieno utilizzo di quella che sarà la sua casa e che in questi anni, anche se con un utilizzo ridotto, ha permesso di preparare le nostre Nazionali per gli appuntamenti internazionali».

Tutto bene quel che finisce bene, dunque? Macchè. Se per la struttura originaria si vede la luce in fondo al tunnel, la trama torna ad infittirsi per l’opera che aveva riconsegnato entusiasmo: la cittadella sportiva legata ai fondi del Pnrr.

Quei cantieri fuori tempo

Arriviamo a maggio 2026: la scadenza del Pnrr è a un passo ma i lavori del progetto bis sono ben lontani dalla meta. Quanto lontani? Parecchio: stando all’ultimo report ufficiale sullo stato di avanzamento del Piano nazionale, la macchina dei cantieri ha realizzato solo il 25% di quanto previsto. Lo conferma sempre il sindaco: «Al momento la ditta non è in linea con il cronoprogramma, i lavori dovevano già essere terminati. Se i cantieri sforeranno il tempo massimo, come accade sempre, scatteranno le penali previste all’interno del contratto». Eccola, «la maledizione  del Velodromo»: nulla, neppure una volta, è filato liscio.

Il nuovo ciclodromo sarà realizzato a est del velodromo -  © www.giornaledibrescia.it

Il nuovo ciclodromo sarà realizzato a est del velodromo – © www.giornaledibrescia.it

Anche perché la domanda, ora, è un’altra: cosa accade per le opere fuori tempo massimo rispetto al Pnrr? La risposta è: non si sa. «Abbiamo posto il quesito – ammette Togni – ma per il momento non ci sono coordinate precise su cosa accadrebbe in caso di revoca, né su chi dovrebbe eventualmente restituire le somme, né se la restituzione dovrà essere parziale o totale o, ancora, se oltre una certa soglia di avanzamento dei lavori possa scattare una deroga». Significa che il sistema non è ancora in grado di indicare con chiarezza chi dovrà rispondere nell’ipotesi peggiore, ossia se e chi dovrà – eventualmente – restituire (in toto o in parte) quei 4,4 milioni. 

Il velodromo di Montichiari oggi è un paradosso perfettamente italiano: un’eccellenza tecnica che convive con una storia amministrativa irrisolta. Non è un’opera incompiuta, è un’opera intermittente. Quando è pieno, funziona come uno dei migliori impianti al mondo. Quando è vuoto, sembra una promessa sospesa a metà frase. E forse il suo destino non è mai stato davvero sportivo. È stato istituzionale. Perché alla fine, dentro quella pista perfetta, il vero avversario non è mai stato il cronometro. Ma il tempo delle decisioni. Maledizione…