La creazione di un sito web, per molti anni, è stata un terreno di confine tra geek con dimestichezza per Html e Css, agenzie con preventivi più o meno farciti e cugini volenterosi armati di WordPress. Nel giro di due anni l’AI generativa ha riscritto le regole. Oggi un creator, un negoziante, un artigiano, un consulente, un’associazione o un piccolo ristorante possono scrivere due paragrafi di descrizione della loro attività e ottenere in pochi minuti una vetrina online navigabile, mobile-friendly, con modulo di contatto, mappa, prenotazioni e persino un mini e-commerce.
Le vie percorribili – per fare da soli – sono essenzialmente tre. La prima è quella dei chatbot AI generalisti, come ChatGPT, Claude, Gemini e gli altri, che producono codice grezzo e prototipi navigabili dentro la chat. La seconda è quella dei cosiddetti builder specialistici come Wix, Squarespace e Hostinger, che hanno integrato l’AI dentro piattaforme mature di hosting e gestione. La terza è quella dei tool detti di “vibe coding“, come Lovable, Bolt.new e v0 di Vercel, che stanno a metà strada: usano i modelli generalisti come motore ma includono hosting e implementazione (deploy) con un clic. Il punto chiave, in tutti e tre i casi, è che si porta un risultato a casa, ma non è detto che sia quello più corretto o adeguato alle proprie reali necessità: l’AI abbassa la barriera d’ingresso, non la cancella.
La strategia prima dello strumento
La regola d’oro per un buon progetto, a prescindere dalla strada che si decide di intraprendere, è che l’AI restituisce sempre la qualità del prompt che riceve. E a seconda dello strumento sarebbe bene allestire una mise-en-place differente. Nel caso dei chatbot generalisti (ChatGPT, Claude, Gemini), la costruzione del prompt è il “lavoro”. Va evitata in ogni caso la richiesta monolitica del tipo “fammi un sito completo per la mia attività”, perché i modelli sbagliano molto di più sulle commesse enormi che su quelle frammentate. La via corretta, semmai, è procedere per piccoli passi: prima la struttura, poi una pagina alla volta, poi le rifiniture grafiche, poi il responsive – tenendo presente fin dall’inizio anche il problema dell’implementazione. Hosting, dominio e certificati Ssl, infatti, non sono inclusi nel pacchetto, e chi parte senza un piano rischia di ritrovarsi con un codice elegante e nessun posto dove pubblicarlo: meglio decidere a monte se il sito vivrà su Vercel, Netlify, GitHub Pages o un hosting tradizionale, perché alcune scelte di codice dipendono dalla destinazione.
Con i builder specialistici (Wix, Squarespace, Hostinger), invece, il lavoro a monte assomiglia a quello del committente di un’agenzia. Conviene scrivere un mini-brief di dieci righe (soggetto, offerta, pubblico, tre azioni che si vogliono far compiere all’utente, tono di voce, palette, esempi di siti che si apprezzano) perché il sistema lo userà in un colpo solo per generare la bozza completa. La fatica, in questo scenario, si concentra prima e dopo: prima nel definire chiaramente cosa si vuole, dopo nella revisione manuale dei testi (homepage, proposta di valore, call to action, biografia). Soprattutto in italiano, dove le bozze generate tendono ancora a una formalità impersonale che funziona poco per attività locali e marchi emergenti.
Per i tool di vibe coding (Lovable, Bolt.new, v0), infine, l’approccio è molto diverso: l’implementazione non è un problema, ma il vincolo vero è la complessità progressiva. Questi strumenti funzionano benissimo nel portare al settanta per cento del prodotto in poche ore; il restante trenta per cento richiede però competenze tecniche che il tool non può sostituire. La strategia sensata, di conseguenza, è partire con un perimetro minimo e ben definito (magari una landing page) ed espandere solo dopo aver visto reggere la prima versione, evitando di farsi tentare dall’apparente facilità con cui si aggiungono funzionalità.