CREMONA – Ne possiede quattordici, allineate in un angolo, elettriche e acustiche, una più bella dell’altra, ma la sua preferita è la 12 corde nera. «Mi dà di più la sensazione dell’orchestra mentre la 6 corde è scarna». Roby Grablovitz, 75 anni, chitarrista, cantante e compositore, vive in una grande cascina a Sospiro trasformata in un santuario della musica, con la vecchia stalla adibita a sala prove, la collezione di strumenti in cucina e una gloriosa rivista rock, ‘Musikbox’, al centro del tavolo.

In copertina, dedicata agli Uriah Heep, i richiami degli articoli all’interno. Tra nomi leggendari come Miles Davis e Keith Emerson spunta quello dei Rocky’s Filj, il gruppo di Roby. Una band e un artista ricchi di talento che probabilmente avrebbero meritato di più. «La delusione è tanta. Ma non ho rimpianti perché ho conosciuto persone che ci hanno apprezzato».

anziani

Ora lo chiamano a suonare per gli anziani, dal palco alle case di riposo. «Mi piace regalare ai loro ospiti un po’ di serenità». Della carriera di Grablovitz e del suo rock progressivo si sa molto, meno dei risvolti più privati della sua biografia. A partire da quel cognome, inusuale nella Bassa. «È quello di mia mamma Eleonora, discendente di una facoltosa famiglia nelle cui vene scorreva sangue blu ma poi decaduta, costretta a fuggire da Zara durante la Seconda guerra mondiale dopo l’ascesa di Tito. Venne ospitata a Mantova, dove sono nato io, e non a Cremona perché non erano ancora pronte le case popolari per i profughi dalmati e istriani. Costruiti gli alloggi a Borgo Loreto, ci siamo trasferiti in quel quartiere». Roby, la madre e il padre, Carlo, colonnello della Guardia di finanza originario di Lecce e in servizio a Mantova. È grazie a lui se il figlio ha scoperto a 14 anni la musica. «Ha assemblato per me una piccola chitarra con le cassette della frutta e al posto delle corde quelle della frizione di una moto. Con un’altra chitarra facevo il bullo alla finestra del nostro appartamento al pianoterra. ‘Dai, Roby, suona qualcosa per noi’, dicevano le ragazze passando. ‘No, sono stanco’, rispondevo. In realtà, della chitarra c’era solo il manico».

Ma la passione per la musica cresce diventando una faccenda seria. Anzi, la sua vita. «Mi sono iscritto al Conservatorio Arrigo Boito di Parma conseguendo il diploma in chitarra classica e pianoforte. Nel frattempo avevo un complessino che riproponeva le hit dei Dik Dik, dell’Equipe 84, dei Corvi e dei Pooh. I Pooh no, sono venuti dopo».

La svolta nel 1971 con la vittoria dei Rocky’s Filj, formatisi da poco, al Festival d’avanguardia e nuove tendenze di Roma, presentato da Renzo Arbore. Nei concerti fanno da spalla alla leggendaria Electric Light Orchestra (Elo) e, per due anni, al Banco del Mutuo Soccorso.

Il chitarrista-flautista si accalora ricordando i tempi d’oro. «Dietro le quinte, quelli del Banco, quando c’era ancora Francesco Di Giacomo, andavano giù di testa, impazzivano per i nostri cambi di ritmo, ci incitavano. Eravamo in simbiosi con loro. Ci hanno anche ‘rubacchiato’ qualche idea».

Grablovitz e i suoi compagni d’avventura (Rocky Rossi, Luigi Ventura e Rubino Colasante) si esibiscono più volte al Parco Lambro accanto agli Area di Demetrio Stratos e, nel 1973, pubblicano per la Ricordi l’album ‘Storie di uomini e non’, registrato nello studio accanto a quello dove stava muovendo i primi passi un certo Edoardo Bennato. In copertina la facciata del tribunale di Milano e, in primo piano, il volto di un senzatetto lì per caso.

Un polemico riferimento al tema, già allora attualissimo, della giustizia e alla disavventura kafkiana capitata a uno dei componenti della band, arrestato e finito in carcere per due mesi per guida senza patente. «Ai giorni nostri sarebbe un’assurdità. Chi è lo sfortunato fermato dal vigile davanti alla Banca d’Italia? Il sottoscritto». L’artista cremonese sconta la pena e si aggrega di nuovo ai Rocky’s Filj, che lo aspettano a braccia aperte, per partire con Bobby Solo per una lunga tournée in Cile, Brasile, Venezuela, Colombia, Perù e Argentina.

«Ci siamo spinti sino a Bariloche, sul palco dell’Hotel Du Lac, 14 mila chilometri dal Polo Sud, dove sarebbe stato catturato Priebke. Bobby era simpaticissimo, un mattacchione ipocondriaco: se non c’era un medico in sala si rifiutava di esibirsi».

Dopo il Sud America, gli Stati Uniti (New York, Chicago, Boston) e il Canada (Montreal e Toronto). Arrivano poi le collaborazioni con Iva Zanicchi, che accompagnano in Russia, e Franco Califano: «Stravedeva per noi. Una volta in Puglia ci hanno portato via il furgone con tutti gli strumenti ma lui, grazie alle sue amicizie, è riuscito a farcelo ritrovare intatto, comprese le monetine lasciate sul cruscotto».

Dagli Area e dal Banco alla Zanicchi e agli altri: un cambiamento radicale. «Avevamo fame, dovevamo lavorare. Con l’altra musica si faceva qualcosa, ma non si riusciva a sopravvivere. Quindi, grazie a san Bobby, santa Iva e san Franco che ci hanno salvato».

bobby

Grablovitz ha continuato sino al 1982, quando si è sposato. Invece i suoi colleghi sono andati avanti affiancando Daniela Goggi, sorella di Loretta, e Fra’ Cionfoli. Il gruppo si è sciolto alla morte, nel 1985, di Rocky Rossi, il cantante, in un terribile incidente stradale. «Noi tre siamo rimasti in contatto. Ogni anno, l’ultima volta pochi giorni fa, andiamo a trovare il nostro leader al cimitero di Nibbiano, in provincia di Piacenza, dove riposa».

Roby ha deciso di lavorare da solo in discoteche, pub e piano bar. Ha anche insegnato ai bambini. «Ho avuto più di 260 allievi diluiti in una settimana». Si reca volentieri pure alle feste di piazza e nelle case di riposo. «Adoro cantare per gli anziani i brani di Orietta Berti o dei Ricchi e Poveri, basta poco per farli contenti, è bellissimo sapere che si divertono. No, non è per me un passo indietro. Amo la musica, tutto ciò che lo è va bene, anche suonare un campanello o il triangolo mi emoziona».

Lui e i suoi inseparabili amici erano tecnicamente preparati, ispirati, avanti, forse troppo, con il loro sound originale. Sono andati a un passo dal grande successo, ma non hanno sfondato. «Perché? Siamo stati poco pubblicizzati, poco sponsorizzati. Abbiamo venduto più all’estero che in Italia e avuto ottime recensioni in Francia, Germania, America. Avremmo meritato di più, molto di più. Eh sì, la delusione è tanta. Ce la facevano tutti, si vede che c’era qualcosa che non andava. Eravamo bravissimi, all’altezza, fantastici, ma sfortunati. Però non ho rimpianti, sono felice di aver fatto quello che ho fatto. Comunque sia, ho conosciuto gente che ci ha apprezzato. Ed è questo ciò che conta».

L’inquilino della grande cascina rosa ripone la 12 corde e richiude la vecchia rivista specializzata, che scriveva: «Gli aspetti neoclassici di Colasante e di Grablovitz, ma anche la sua temerarietà, la felice esplosività di Rossi come pure l’incantevole trombone di Ventura portano a qualcosa di concreto, realmente importante». I Rocky’s Filj e il loro chitarrista erano questo.