L’articolo del New York Times sugli abusi nelle carceri israeliane, firmato da Nicholas Kristof, corrispondente di guerra e vincitore di due Premi Pulitzer, segna un punto di non ritorno, collocandosi a metà tra il libello medievale e il caso Dreyfus. Kristof raccoglie testimonianze di ex detenuti palestinesi che accusano guardie, soldati israeliani e uomini dello Shin Bet di violenze sessuali sistematiche all’interno del sistema carcerario e, fin qui, non ci sarebbe nulla di strano, se le accuse fossero provate. A seguire, però, il testo rilancia (e qui veniamo al punto dolente) anche accuse secondo cui alcuni detenuti palestinesi avrebbero subito aggressioni sessuali tramite l’uso di cani da parte delle guardie israeliane: il che getta un’ombra sulla credibilità dell’intero articolo. In particolare, viene riportata la testimonianza di un ex detenuto che sostiene di essere stato “penetrato” da un cane durante la detenzione, facendo precipitare il racconto nel grottesco e nel perverso, e richiamando inevitabilmente le cosiddette “calunnie del sangue” dell’Europa cristiana medievale, quando gli ebrei venivano accusati di pratiche rituali sadiche e di ogni genere di perversione sessuale. Dopo la pubblicazione dell’articolo sono dovuti intervenire veterinari, medici e addestratori cinofili per spiegare che è anatomicamente impossibile che un cane stupri un essere umano nelle modalità descritte, e che venga addirittura addestrato a farlo. Siamo dunque davanti non a una denuncia dimostrata, ma a una fantasia perversa o a una pura e semplice menzogna elevata al rango di verità.

Già in passato Kristof è stato accusato di aver romanzato o enfatizzato alcune storie per ottenere visibilità, ma qui siamo ben oltre la logica del tornaconto personale o della carriera. Qui tornano il Medioevo e il caso Dreyfus: anche allora furono usati documenti falsificati, accuse infamanti e una macchina mediatica appositamente costruita per trasformare un individuo integrato nelle istituzioni, un militare, un patriota, in un corpo estraneo da sacrificare. Ma il problema non riguarda soltanto la storia dei “cani che stuprano”. Di tutti i racconti riportati sui presunti abusi sessuali non esiste alcuna reale possibilità di verifica odi indagine indipendente. Mancano prove concrete, riscontri, testimonianze verificabili. Come riporta il giornalista israeliano Amit Segal, Kristof costruisce la sua accusa di stupri sistematici su 14 testimonianze, 12 delle quali anonime, mentre le uniche due pubbliche risultano assolutamente inattendibili. Molte delle testimonianze anonime citate da Kristof, prosegue Segal, provengono inoltre da Euro-Med Human Rights Monitor, che il giornalista del Nyt presenta come un imparziale «osservatorio per i diritti umani».

In realtà, l’organizzazione è stata più volte accusata di agire come una struttura di propaganda vicina ad Hamas. Il suo presidente, Ramy Abdu, ha celebrato pubblicamente il 7 ottobre, e negli ultimi mesi ha rilanciato una lunga serie di falsità e teorie cospirazioniste poi smentite. L’unico ex alto dirigente israeliano citato nell’articolo è Ehud Olmert. Ma anche qui il castello si incrina: in una lettera inviata al New York Times, Olmert ha negato di aver pronunciato le frasi che gli sono state attribuite. Come ha osservato lo storico militare dell’Università Ebraica Danny Orbach, intervenuto sul caso, l’antisemitismo sta poco alla volta corrompendo anche le istituzioni più serie e rispettabili. Il New York Times, un tempo considerato uno dei giornali più autorevoli al mondo, oggi sembra disposto ad abdicare alla propria credibilità pubblicando un articolo fondato quasi per intero sulla propaganda islamista. Esperti delle Nazioni Unite, che avrebbero dovuto verificare l’esistenza di una carestia, hanno basato le loro analisi su dati manipolati e, una volta smascherati, hanno continuato comunque a diffonderli. Procuratori dei tribunali internazionali emettono mandati di arresto in assenza di prove solide, mentre alcuni studiosi del genocidio utilizzano criteri inventati di sana pianta per ridefinire il concetto stesso di genocidio. E gli esempi vanno moltiplicandosi, perché di questo abisso, in cui siamo precipitati, al momento non sembra aver toccato il fondo.