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Francesca Basso, corrispondente da Bruxelles
I Paesi in procedura per deficit eccessivo dovranno correggere i saldi «almeno» dello 0,5% del Pil all’anno: ecco perché l’Italia chiede una deroga
Il nuovo Patto di stabilità e crescita è stato approvato in via definitiva nell’aprile del 2024, dopo un lungo negoziato tra gli Stati membri che ha modificato la proposta originaria presentata dalla Commissione europea nell’aprile del 2023 (allora era commissario Ue all’Economia Paolo Gentiloni). Venne approvato dai Paesi Ue all’unanimità anche se solo uno dei tre testi la richiedeva: il regolamento sulla parte correttiva dei deficit. L’Italia votò a favore di tutti e tre i testi.
Cosa prevede il nuovo Patto
In base al nuovo Patto di stabilità, i Paesi con un debito eccessivo sono tenuti a ridurlo in media dell’1 % all’anno se il loro debito è superiore al 90% del Pil, e dello 0,5% all’anno in media se è tra il 60% e il 90%. Se il disavanzo di un paese è superiore al 3% del Pil, dovrebbe essere ridotto durante i periodi di crescita per raggiungere l’1,5% e creare una riserva di spesa per periodo con condizioni economiche difficili. Le nuove norme contengono varie disposizioni per consentire più spazio di manovra. In particolare, concedono tre anni supplementari oltre ai quattro standard per raggiungere gli obiettivi di un piano nazionale. L’Italia ha chiesto di rientrare in 7 anni.
Gli obblighi per i Paesi Ue
Tutti i Paesi Ue devono fornire piani a medio termine che delineano i loro obiettivi di spesa e le modalità con cui verranno intrapresi gli investimenti e le riforme. Violare le regole del nuovo Patto di stabilità non è un’opzione: la Banca centrale europea ha spiegato che, in caso di tensioni sui mercati, potrebbe escludere i Paesi che non rispettano la governance Ue dal suo programma di acquisto di obbligazioni. Gli Stati membri che beneficiano di un periodo di aggiustamento fiscale prolungato devono garantire che lo sforzo fiscale non venga rimandato agli ultimi anni. Inoltre i Paesi Ue devono mantenere la crescita della spesa netta al di sotto della loro crescita economica a medio termine.
In caso di procedura per deficit eccessivo (è il caso in cui si trova al momento l’Italia) il percorso correttivo di spesa netta dovrà essere coerente con una riduzione minima annua pari allo 0,5% del Pil in termini strutturali per ciascuno degli esercizi nei quali il deficit è previsto eccedere il valore massimo di riferimento. La procedura per i disavanzi eccessivi basata sul debito si concentra sugli scostamenti dal percorso della spesa netta.
Le clausole di salvaguardia
Le nuove regole prevedono, in caso di circostanze eccezionali, una duplice possibilità di ricorso a clausole di salvaguardia che consentono deviazioni dal percorso di spesa concordato, entrambe attivabili tramite raccomandazione del Consiglio sulla base di una previa raccomandazione della Commissione. È prevista la clausola di salvaguardia generale per una sospensione del Patto a livello Ue, in caso di grave recessione economica nell’Eurozona o nell’Ue nel suo insieme. Sono previste clausole di salvaguardia nazionali al verificarsi di circostanze eccezionali, al di fuori del controllo dello Stato membro, con rilevanti ripercussioni sulle finanze pubbliche. Finora è stata ammessa l’attivazione, su richiesta di uno Stato membro, della clausola di salvaguardia per la difesa. L’Italia chiede di usare quella clausola anche per l’energia.
In tema di flessibilità, il Patto stabilisce che la revisione del piano di bilancio dopo la sua approvazione e prima della fine del periodo di aggiustamento è consentita in due ipotesi: 1) l’insorgere di «circostanze oggettive» che ne impediscano l’attuazione; 2) la richiesta di revisione a seguito dell’insediamento di un nuovo governo.
La speranza dell’Italia di andare sotto il 3%
Fino a qualche settimana fa l’Italia ha sperato di scendere sotto la soglia del 3% del rapporto tra deficit e Pil per poter uscire dalla procedura per deficit eccessivo. Speranza che si è spenta il 22 aprile scorso quando l’Istat ha comunicato il dato definitivo sul deficit italiano relativo al 2025, diffuso da Eurostat: 3,1% del Pil per il 2025, rispetto al 3,4% del 2024. La premier Giorgia Meloni Meloni ha rimarcato più volte come nel 2022, quando si è insediato il governo, il rapporto deficit/Pil fosse all’8,1% mentre oggi è al 3,1%. «Un dato non solo inferiore di 5 punti percentuali rispetto a quando ci siamo insediati, ma anche migliore delle previsioni del governo stesso, che si fermavano al 3,3% per il 2025». Ma non è bastato per rientrare dalla procedura d’infrazione Ue con un anno di anticipo, circostanza che avrebbe consentito maggiore capacità di spesa per lo Stato. Tuttavia il commissario Ue all’Economia Dombrovskis ha detto che l’uscita anticipata dalla procedura per l’Italia è teoricamente possibile già in autunno, a condizione che Eurostat riveda al ribasso i dati del deficit 2025 – in particolare l’impatto del Superbonus – portandolo stabilmente sotto la soglia del 3% del Pil.
La richiesta di sospensione del Patto
L’uscita dalla procedura d’infrazione in primavera avrebbe permesso di liberare spazi di finanza e magari risorse in vista dell’ultima Legge di bilancio della legislatura così come accedere ai prestiti del programma Safe sulla difesa, le cui spese sono calcolate in circa 12 miliardi nel prossimo triennio, attivando la clausola di salvaguardia. L’esecutivo italiano ha inizialmente chiesto alla Ue di ragionare sulla possibilità di sospendere il Patto di stabilità, come venne fatto a marzo 2020 all’inizio della pandemia di Covid e affrontare meglio i contraccolpi del caro energia. Ma la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen al termine del summit Ue di Cipro aveva escluso «per il momento» questa possibilità, spiegando che la clausola di salvaguardia generale «può essere attivata solo in caso di grave recessione economica nell’area euro o nell’Ue nel suo complesso» e aveva aggiunto che «per fortuna, non è questa la situazione in cui ci troviamo attualmente».
La lettera di Meloni a von der Leyen
Poi all’Eurogruppo del 5 maggio, il ministro all’Economia Giancarlo Giorgetti aveva ipotizzato un’ulteriore soluzione al commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis: estendere l’applicazione della clausola di salvaguardia nazionale per la difesa alle conseguenze negative sul settore energetico causate dalla crisi iraniana. Ma in quella occasione la replica era stata che «per il momento il consiglio della Commissione è di attenersi a misure temporanee e mirate, con un impatto fiscale contenuto».
Il governo ha quindi deciso di formalizzare la richiesta in una lettera che la premier Giorgia Meloni ha indirizzato alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, sollecitando la possibilità di deviare dai vincoli sui conti pubblici in ragione delle «circostanze eccezionali» innescate dalla corsa dei beni energetici. «L’Italia ritiene necessario — ha scritto Meloni— estendere temporaneamente il campo di applicazione della clausola di salvaguardia nazionale, già prevista per le spese di difesa, anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica».
La deroga chiesta dall’Italia e il nuovo no di Bruxelles
La clausola evocata da Giorgia Meloni è quella che consente agli Stati membri di procedere in deroga alle regole di bilancio Ue. Un meccanismo, secondo il governo italiano, ormai indispensabile stante il contesto di rincari del petrolio e del gas causati dalla guerra nel Golfo. In risposta alla lettera, però, la Ue ha già ribadito che l’orientamento della Commissione non prevede deroghe: «Per quanto riguarda la flessibilità fiscale in materia di energia, vorremmo sottolineare che, in questa fase, l’attenzione è rivolta allo sfruttamento pieno dei finanziamenti Ue già disponibili, che sono davvero ingenti», ha spiegato nella mattinata di lunedì 18 maggio la portavoce della Commissione confermando la ricezione della lettera di Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen e aggiungendo che l’esecutivo Ue non fa «commenti specifici» sulla missiva. La portavoce ha poi ribadito che l’Ue «continua a seguire da vicino gli sviluppi ed è pronta ad agire di conseguenza, anche avvalendoci delle flessibilità esistenti». Per questo c’è il rischio di nuove tensioni tra Roma e Bruxelles.
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18 maggio 2026 ( modifica il 18 maggio 2026 | 12:54)
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