Arrivano a Cannes le irresistibili ragazze di Pedro Almodóvar, cioè le protagoniste del film Amarga Navidad in concorso oggi e nelle sale da dopodomani: Rossy de Palma, Victoria Luengo, Barbara Lennie, Milena Smit, Aitana Sánchez-Gijón. Personalissima riflessione sulla creatività da parte del regista spagnolo che intreccia continuamente realtà e finzione, il film riunisce per la nona volta Rossy e Pedro rinnovando il loro sodalizio iniziato nel 1987 con La legge del desiderio e proseguito poi grazie a cult come Donne sull’orlo di una crisi di nervi, Gli abbracci spezzati, Madres Parallelas.

Tanto che l’attrice 61enne, viso lontano dai canoni tradizionali della bellezza cinematografica ma grande magnetismo ed eleganza sofisticata, è considerata il simbolo del cinema di Almodóvar che in Amarga Navidad le ha messo in testa una parrucca riccioluta.

Di questo e altro Rossy parla davanti al mare, sorreggendo l’immancabile ventaglio.

Al di là dell’onore, essere identificata con il grande regista un pochino le pesa?

«No, perché sono un’artista fluida. Non c’è solo il cinema nella mia vita: mi esprimo attraverso l’arte, il teatro, la scrittura, la musica. A guidarmi è la ricerca del bello».

Com’è cambiato Pedro a 76 anni?

«Si è evoluto, come tutti, e già in Dolor y Gloria aveva raccontato i suoi malesseri. Ma su un punto è quello di sempre: il cinema rimane il suo rifugio, la sua religione. Si sente vivo solo quando scrive un copione o sta sul set. Ed è bellissimo: oggi che la realtà ci sembra fantascientifica, c’è bisogno più che mai di credere nel cinema che, paradossalmente, dice la verità».

E lei cosa ha apprezzato di più in “Amarga Navidad”?

«L’onestà e il coraggio del regista nel parlare di sé senza filtri. C’è un personaggio maschile che fa lo strip-tease, ma è Pedro stesso a mettersi a nudo».

Perché Almodóvar capisce così bene la femminilità?

«È stato cresciuto dalle donne, a cominciare da sua madre che gli ha insegnato a raccontare la vita rendendola più interessante di quanto non sia nella realtà. Pedro ha dato la libertà a tutte noi, ci ha spinte ad essere quello che vogliamo senza provare sensi di colpa».

Com’è stato, per lei, compiere i 60?

«Sono entrata in un decennio importante: la sessantina è la pubertà della vecchiaia. Dopo esserti preoccupata innanzitutto degli altri, in questa fase della vita impari a mettere in primo piano te stessa».

Qual è la soddisfazione più grande della sua carriera?

«Ma io non ho mai pensato in termini di carriera o di strategie. Mi sono preoccupata di vivere. Pure quando ho fatto dei brutti film in Italia».

Quali?

«Nessun bisogno di ricordarli (indiziate sono alcune commediole degli anni ’90, ndr) ma chi se ne frega. Ho abitato a Roma, ammirato il Foro Romano, dato da mangiare ai gatti come faceva Anna Magnani, conosciuto persone che avevano lavorato con Fellini…che felicità. Se un film è brutto pazienza, la vita è magnifica».

Che progetti ha?

«Una nuova mostra d’arte e il remake del film di Carlos Saura La caccia, ma tutto interpretato da donne».

La presenza femminile nel cinema deve aumentare?

«Mi sono stufata di sentir reclamare lo spazio. Bisogna prenderlo senza troppe chiacchiere. Io non ho mai chiesto il permesso. E dopo, semmai, ho chiesto scusa».


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