A prescindere dall’esito della finale di Champions contro il Psg, aperto un ciclo grazie al tecnico spagnolo sul quale si è insistito dal 2019. La difesa di ferro e i giovani talenti, così i Gunners hanno solide basi per il futuro. La certezza della vittoria del campionato è arrivata grazie all’1-1 del City sul campo del Bournemouth
19 maggio 2026 (modifica alle 22:54) – LONDRA
Mikel Arteta sta per prendere la parola nell’Emirates Stadium in festa e si prende un momento per guardarsi attorno. Il popolo dell’Arsenal è un fiume in piena di emozioni, i cori ripetuti come una litania religiosa, dal “North London Forever” da pelle d’oca al “We’re top of the league” cantato per 556 giorni negli ultimi quattro anni. In quel momento, subito dopo la partita di ieri col Burnley che ha messo i Gunners in condizione di vincere la Premier, Arteta si rende conto di quello che ha fatto: ha ridato al popolo dell’Arsenal la fiducia. Il titolo vinto stasera in televisione, guardando il Manchester City non riuscire a battere il Bournemouth, promette di essere solo l’ultima spinta, perché trasforma quell’arrivederci che Arteta riesce a pronunciare dopo aver guardato il suo stadio è una sorta di parola d’ordine per salire al livello successivo. Adesso che ha vinto, adesso che ha chiuso il digiuno da Premier League che durava dal 2004, l’Arsenal è pronto ad aprire un ciclo. Non importa come finirà la finale di Champions col Psg sabato prossimo: i Gunners sono finalmente la squadra più forte d’Inghilterra, sono seduti sul trono. E hanno tutto quello che serve, dalla struttura ai campioni, per fare in modo che il loro regno sia duraturo.
strategia—
È stato complicato tornare a essere la squadra migliore d’Inghilterra. L’Arsenal per farlo ha scelto una strategia poco comune nel calcio tritatutto di oggi: ha creduto in un allenatore, in un progetto, e l’ha portato avanti fino a quando ha prodotto risultati. Aggiustandolo in corsa, ma muovendosi sempre con l’idea che Arteta fosse il centro di gravità attorno a cui far ruotare i tasselli della missione Premier. Ci hanno creduto così tanto che, preso come allenatore, l’hanno presto trasformato in manager, non con potere assoluto alla Wenger ma parte del processo decisionale. Come le scommesse più redditizie, puntare su di lui ha pagato a lungo termine. I Gunners ci hanno creduto nel dicembre 2019, capito che l’era Unai Emery era finita, l’hanno applaudito quando alla fine della traumatica stagione del Covid ha vinto l’FA Cup e gli hanno dato il tempo di crescere, come quel gruppo di giocatori giovani su cui ha puntato. La proprietà dell’Arsenal ha avuto il merito di pazientare, di aspettare che il suo allenatore scelto senza avere nessuna esperienza da numero 1 trasferisse sul campo le idee imparate dai suoi maestri quando era giocatore e da Pep Guardiola, suo capo negli anni al Manchester City. L’era Arteta all’Emirates non è sempre stata un successo ma è stata un progresso costante: due volte 8°, una volta 5° col ritorno in Champions sfuggito in extremis, poi i tre secondi posti consecutivi, a fare l’esperienza che serve per vincere. “La continuità è fondamentale, l’identità di vedute tra chi va in campo e chi siede dietro la scrivania” ha detto recentemente Guardiola, spiegando perché in 10 anni col City ha vinto 20 trofei. L’Arsenal ha preso una pagina dallo stesso manuale: ha creduto in Arteta e con lui, attorno a lui, si è evoluto fino a tornare vincente.
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ciclo—
Questa Premier rimessa in bacheca dopo 22 anni non è un punto d’arrivo, ma un punto di partenza. L’Arsenal adesso è la squadra più forte d’Inghilterra e una delle più forti d’Europa. Non è perfetta e anche in questo mercato, come in quelli degli ultimi anni, proverà a trovare gli uomini giusti per crescere. Un’idea che non cambierebbe nemmeno se, conquistando la Champions, questa diventasse la miglior stagione nella storia del club. All’Arsenal degli ultimi anni mancava solo una cosa per essere veramente élite: la convinzione di potercela fare, di poter vincere. La Premier era il trofeo che voleva, quello che i tifosi sognavano, quello che il club aveva messo al primo posto perché non vincerla per più di due decenni è stato un peso. Uno che aveva allontanato la gente dall’Arsenal, tornata a frequentare l’Emirates e a renderlo uno degli stati più caldi della Premier capito che il progetto attorno ad Arteta era quello giusto. La squadra quest’anno ha vinto perché era più profonda delle altre, perché poteva sopportare l’assenza di giocatori chiave come Martin Odegaard e Bukayo Saka, perché aveva giocatori importanti in ogni reparto. Nessuno in Premier ha una difesa forte come quella con Raya in porta e Saliba-Gabriel coppia di centrali. Nessuno ha un centrocampista monumentale come Declan Rice, evolutosi anche lui ai Gunners fino a diventare il migliore del ruolo. Su questa ossatura, l’Arsenal intende andare avanti nel progetto Arteta. Aprire un ciclo, fare in modo che questa squadra, questi uomini, diventino epici come gli Invincibili. Perché ora che ha imparato a vincere, ora che i fallimenti degli anni passati hanno forgiato questo successo, l’Arsenal non ha più intenzione di fermarsi.
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