Si definisce «una maratoneta anomala» Malika Ayane. La cantautrice ha indossato le vesti di runner e lo scorso autunno ha partecipato alla sua prima maratona a New York (che ha chiuso con un tempo di 4 ore, 18 minuti e 33 secondi). Ma, parlando di questa sua passione a margine dell’evento “Ieo con le donne” di cui è stata ospite a Milano – una giornata dedicata dall’Istituto europeo di oncologia alle donne che hanno vissuto l’esperienza del tumore al seno – si schermisce: «Non sono proprio esattamente l’esempio da seguire sulla condotta esemplare», sorride. «Però – aggiunge – proprio perché nella realtà non siamo tutti asceti e, giustamente ci si gode anche la vita, quello che io consiglio alle donne è di fare prevenzione, il più possibile, cerco di farlo anch’io. Per cui andare a fare i controlli, imparare a capire quello che possiamo fare da sole, come l’autopalpazione del seno e non solo, documentarsi sempre. E non avere paura, perché per fortuna sono stati fatti tantissimi passi avanti e ogni cosa fatta per tempo può essere meno meno spaventosa».



L’impresa di New York

Per la sua impresa a New York, Ayane – che guarda già al prossimo traguardo a cui puntare («Londra 2027, magari, ma vedremo») – ammette di aver affrontato una preparazione impegnativa: «Mi sono allenata tantissimo, assolutamente. Lo sport è una cosa, ma è anche una questione di testa: io sono convintissima che parte di quello che poi succede al nostro corpo è anche conseguenza di come ci sentiamo interiormente. È un bellissimo circolo virtuoso. Fare attività sportiva, metterci in connessione con un sacco di altre persone, fare bene anche in quel senso, ci stimola. Al di là delle endorfine, ci fa bene sotto un sacco di punti di vista».



La salute femminile

Essere sul palco di “Ieo con le donne”, dal quale ha anche dedicato un paio di canzoni al pubblico femminile presente in platea al Teatro Manzoni, «è bello», dice. «La salute femminile, la medicina applicata alle donne, è un qualcosa che si è andata a studiare recentemente, perché è sempre stato tutto abbastanza “uomo-centrico”. Ed è molto bello il fatto che anche la malattia o la cura di una malattia diventi un modo per generare una collettività e diluire la parte brutta della faccenda trasformandola anzi in una forza propulsiva. Quindi è un piacere essere qui con queste donne». Anche se, tiene a puntualizzare, la malattia non definisce una persona: «Penso che raccontare non tanto la lotta con una malattia, ma l’emotività delle donne sia una cosa che mi viene meglio. Mi piace pensare che non deve essere mai la malattia a rappresentare una persona e neanche la lotta alla malattia, quindi la cura. La persona definisce se stessa e quello che sente, poi quale sia la causa di quello che sente è tutto un altro discorso. Quindi mi piace continuare a raccontare le donne indipendentemente dal punto in cui si trovano», spiega.



La musica come terapia

E l’arte, come la musica, può essere una terapia: «Penso lo sia per qualsiasi cosa, anche per le giornate storte – sorride –. Per fortuna ci sono un sacco di modi per aggregare le persone. Trasformiamo ogni cosa in un pretesto per stare insieme. La musica è un linguaggio, ma è anche un luogo ed è anche medicina, è tantissime cose contemporaneamente. È quella cosa per cui quando ero piccola e vedevo quali erano le difficoltà della vita, e le percepivo causa forte sensibilità, cantavo e ascoltavo le canzoni, e poi non è che naturalmente stavo meglio, ma sentivo che le mie emozioni e quello che provavo avevano un posto, riuscivano ad esistere».


La musica, dunque, racconta Ayane alle donne, può essere «una carezza, quella carezza calda quando non stai bene e hai diritto a non stare bene, così come la detonazione della forza grandiosa che hai quando invece stai bene.

La musica può essere il modo di fare funzionare le cose, perché riesce a mettere insieme tantissime persone e a farle sentire come un unico organismo. É stupendo, è come il vento, il mare, è tutto». E la musica deve entrare sui grandi temi, «in primo luogo perché dobbiamo restituire un po’ della fortuna che ci è capitata, ma questo vale per tutti: chi ha grandi risorse deve fare grandi investimenti; chi può cavarsela cantando una canzone, che canti una canzone. Siamo una collettività, una società composta di singoli individui, dei puntini che uniti insieme possono diventare un filo lunghissimo. Il fatto che oggi qui ci sia un gruppo molto nutrito di donne accomunate da un guaio è un modo diverso, vincente e giusto di affrontare la cosa. Inevitabilmente il problema un pochino si diluisce se ad affrontarlo sono in tanti, senza dimenticare naturalmente il proprio privato».

Malika madre

Parlando di sé, Ayane racconta anche dell’esperienza di essere madre, che per lei è stata «uno stimolo veramente gigantesco. Mia, comunque un padre ce l’ha ed è presente – precisa –. Ma la prima cosa che ho notato, appena sono diventata un po’ famosa, ma anche quando cercavo dei lavori normali prima che il successo mi arrivasse, è che era come ci fosse proprio un approccio molto differente verso la madre e verso il padre, per cui sei sempre un po’ “colpevole” di essere madre a prescindere, poi se sei anche giovane hai una doppia colpa, e se sei giovane e famosa lì è proprio una tragedia – scherza – .Il pensiero che mi ha dato più forza, quando mi sono persa magari dei compleanni o la recita di Natale, è sempre stato quello che anche mia madre lavorava tantissimo e si perdeva molto spesso le recite di Natale e i compleanni, però non aveva la fortuna di fare il lavoro più bello del mondo. A volte faceva due lavori per garantire banalmente il tetto sulla testa a me e mia sorella. Quindi mi sono detta: se devi subire un po’ l’assenza dei genitori, allora che sia perché nella vita si può cercare di andare verso quello che desideri. E sta funzionando anche molto bene, per fortuna. Mia adesso ha 20 anni, penso che il primo traguardo da genitore è quando vedi una persona che stimi, e lì devi anche essere molto fortunato. Un’altra volta la vita è stata molto generosa con me». Il successo arrivato col duro lavoro, evidenzia infine, «mi ha insegnato che la vita non ti deve niente e che contemporaneamente è una possibilità. Per cui focalizzarsi su una sventura o una sfortuna non porta a nulla, e neanche autocommiserarsi. Bisogna darsi da fare, riconoscendosi i giusti momenti di frustrazione o di sofferenza perché quelli sono stralegittimi, e senza neanche sentirsi dei grandi eroi, ma pensando che ogni ogni giorno in più è un giorno benedetto e si può trovare la gioia nel cercare di prendere il meglio possibile proprio da quella giornata. Quello che ho visto è che inevitabilmente poi le cose succedono se smetti di essere ossessionato sia dal farle succedere sia dal fatto che invece non stiano capitando a te. Quello che ho imparato, in definitiva, è che bisogna bisogna stare bene».




Ultimo aggiornamento: mercoledì 20 maggio 2026, 14:52





© RIPRODUZIONE RISERVATA