Simone Eterno22 mag 2026, 10:02

Ultimi aggiornamenti: 22 mag 2026, 10:07

Il nostro calcio non sceglie: ricicla e continua ostinatamente a specchiarsi nel proprio passato, come se il futuro fosse un dettaglio trascurabile.

“Nazionale, l’idea è Conte”. “Napoli, si pensa a Sarri”. E via così, si riparte, ancora una volta. L’ormai certo addio di Antonio Conte dalla panchina dei partenopei ha aperto, puntualissimo, il valzer allenatori che ogni estate tiene ormai banco in Serie A. Perché in assenza di idee, progettualità e soprattutto denari per andare a pescare profili interessanti, in Serie A si resta aggrappati alla figura del tecnico. A un qualcuno che, con un colpo di magia, metta a posto tutto. Una sorta di metafora del comune mortale che, giocando 6 numeri, spera di svoltare la proprio vita.

Eppure, non solo la Serie A cerca di aggrapparsi al mito del ‘genio della lampada’ – o in questo caso della panchina – per rimanere aggrappato a quella speranza di poter svoltare tutto, ma, curiosamente, da qualche tempo a questa parte lo fa cercando soluzione sempre attraverso il ricorso agli stessi nomi. Eh già, perché il dato che più di tanti altri racconta la crisi di immaginazione del calcio italiano non arriva dai bilanci, dagli stadi o dai settori giovanili – quelli, purtroppo, li conosciamo già – bensì dalle panchine. E racconta un sistema che continua ostinatamente a specchiarsi nel proprio passato, come se il futuro fosse un dettaglio trascurabile.