di
Luca Iaccarino
Morto il fondatore di Slow Food, carismatico capopopolo che pareva uscito da un quadro di Pellizza da Volpedo. Lusingato dal riconoscimento del potere
Addio Líder Máximo. Ieri sera – giovedì 21 maggio – è morto Carlin Petrini (guai a chiamarlo Carlo, si contrariava), fondatore di Slow Food, carismatico capopopolo che pareva uscito da un quadro di Pellizza da Volpedo.
Se chiudo gli occhi non mi appare il suo volto scavato degli ultimi tempi, bensì quello rotondo delle vecchie foto in bianco e nero: erano gli anni Ottanta, la militanza di sinistra usciva dai plumbei Settanta e scopriva l’edonismo in salsa rossa, Slow Food era ancora Arcigola e Petrini era un ragazzone con la camicia scozzese, che cantava e ballava con l’inseparabile Azio Citi a fare il coro. Un Guccini pedemontano, con Bra al posto di Pavana, ma la stessa passione per le osterie, i pintoni, la festa e la persone. Si trovano on line quelle immagini, e pare incredibile che quell’omone gioviale sia lo stesso Carlin che è morto ieri.
Ma quello era il seme, c’era già tutto un Dna (non modificato, guai) fatto di comunità, di cultura contadina, di vino rosso e tajarin. Slow Food nasce nel 1986 ma presto si trasforma come si trasforma il corpo del capo: Carlin supera una malattia e ne esce mutato nel fisico e nello spirito – scavato e riflessivo; era un compagnone, è diventato un druido – così cambia la sua associazione, che progressivamente s’allontana dalle serate tra Barbera e Champagne e diventa un’internazionale socialista dei contadini. Alla difesa delle produzioni tradizionali italiane si affianca un movimento uguale e planetario delle identità culturali: nasce Terra Madre.
Se devo mettere in fila i momenti pubblici in cui ho avuto la pelle d’oca certamente inserisco a pieno titolo i discorsi d’apertura del congresso che Carlin teneva di fronte a migliaia di allevatori e agricoltori in vestiti tradizionali arrivati da ogni parte del globo. Partiva lento, essenziale, poi mano mano accelerava, si scaldava, all’italiano subentrava il piemontese – l’arguzia contadina non si traduce – e alla fine le sue parole trasmettevano una tale passione che veniva voglia di uscire dall’auditorium del Lingotto e andare subito a cambiare il mondo, senza nemmeno prima prendersi un caffè.
Progressista? Reazionario? Gli hanno detto di tutto: la sua attenzione per le comunità locali, il fiero atteggiamento no global, le battaglie contro le multinazionali e le innovazioni tecnologiche (sopra tutte: gli Ogm), tutto questo cos’è? Certo gli piacevano la decrescita di Latouche e il ruralismo dell’americano Wendell Berry (di cui aveva fatta propria la frase «mangiare è un atto agricolo»), invitava l’indiana Vandana Shiva e stava dalla parte degli ultimi, e quando si trattò di coniare un motto fu «buono, pulito e giusto», con «giusto» last but not least. Ma pure era lusingato dal riconoscimento del potere, andava a piantare alberi con Carlo d’Inghilterra, la sua amica Alice Waters seminava l’orto di Michelle Obama, era diventato amico fraterno di Papa Francesco che un po’ era come lui, rivoluzionario e conservatore senza soluzione di continuità. Gli piacevano gli artisti, i musicisti soprattutto, si divertiva a far serata con quelli del Premio Tenco a Sanremo, sotto gli ulivi di Badalucco, e nelle notti di Langa – dove aveva riportato in auge l’antico rito pasquale del Cantè j’euv, il cantare, bere e mangiare passando di cascina in cascina – al suo fianco, accanto a Ezio Mauro («Repubblica» per anni fu la sua voce) c’erano fisarmonicisti e sempre, inseparabile, Azio.
Con spirito pragmatico tipicamente piemontese, in politica andava d’accordo con chi trovava affine – Chiamparino, Fassino – ma pure con chi serviva alla causa: immagino sentisse affinità con la Lega delle origini, quella di Gipo Farassino, fatta di dialetti, gitani e identità (certo non quella di Salvini); collaborò proficuamente con l’allora presidente della Regione Piemonte Ghigo, che rese possibile il Salone del Gusto; era in sintonia con Alemanno, anni luce prima delle lettere dal carcere, quando era ministro dell’Agricoltura; due anni fa, durante la conclusione di Terra Madre, gli vidi persino far buon viso di fronte a un bizzarro discorso di Lollobrigida che parlava di celti, divinità, boschi e riti pagani. La realpolitik gli fece financo sopportare gli imprenditori – che, diciamo, non erano il suo genere – perché gli servivano fondi per gli innumerevoli progetti, e se tanti gli contestarono l’abbraccio con Oscar Farinetti va detto che senza l’aiuto dell’astuto albese oggi non ci sarebbe l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.
Negli ultimi anni era stanchissimo, ricordo una volta a pranzo, prima di una conferenza durante un festival di Lonely Planet, a Rimini: il gomito sul tavolo, la testa calva sorretta dalla mano ossuta, Kurtz in Apocalypse Now. Stremato. Poi era salito su un palco, era partito lento, e poi aveva trascinato la platea. Petrini è stato un leader sociale come pochi se ne contano e se ne sono contati in questo Paese, un Ciotti, uno Strada (mutatis mutandis, naturalmente), e di tanti leader ha avuto un limite: non è stato capace di lasciar posto a un delfino. È vero, si potrebbe dire che l’enorme comunità di Slow Food è la sua eredità, ma una comunità ha bisogno di una guida, e già negli ultimi tempi la presenza sempre più rada del fondatore mi pare aver indebolito l’impatto dell’associazione: un tempo le leggi sull’agroalimentare si facevano con Slow Food, ora con Iginio Massari (ma questa è tutta un’altra storia).
Tutto era politica per lui tranne – e questo lo distingueva da certi militanti degli anni Sessanta – il personale. Era gelosissimo dei propri (pochi) giorni lontani dalla lotta, nulla si sapeva della sua vita privata. I ben informati favoleggiavano di un suo buen retiro in America Latina, e noi che siamo cresciuti nel suo mito lo credevamo immerso in un’atmosfera alla Paolo Conte, in una milonga, con un panama in testa e un buon Margarita in mano. Non so cosa gli abbia detto Papa Francesco sull’aldilà, ma a me piace immaginarlo così, di nuovo in carne, di nuovo con un camicione, di nuovo a ballare «Sud America».
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22 maggio 2026 ( modifica il 22 maggio 2026 | 15:20)
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