Cannes – La guerra. E i corpi degli uomini che cercano, disperatamente, un modo per restare vivi dentro la guerra. Non solo vivi: amanti. Fragili. Liberi. La guerra che diventa, paradossalmente, una zona franca, nella quale – in mezzo all’orrore, al caos, alla morte vicina – è possibile vivere un amore omosessuale che nella società civile è ancora proibito. A Cannes 2026, due dei film più intensi passati in concorso hanno messo il desiderio queer nel cuore stesso della Storia. Dentro le ferite dell’Europa, dentro il sangue del Novecento. “Coward” di Lukas Dhont, ambientato nella Prima guerra mondiale, da una parte. Con una interpretazione straordinaria dei due protagonisti. Dall’altra, “La bola negra” dei due “Javis”, Javier Calvo e Javier Ambrossi, che attraversa la guerra civile spagnola.

“Coward” di Lukas Dhont FRANCE CANNES FILM FESTIVAL 2026

Il regista Lukas Dhont

Lukas Dhont, il regista belga che già con “Girl” e “Close” aveva raccontato la vulnerabilità maschile, porta il suo cinema dentro le trincee. Ma non cerca l’epica, il fragore delle bombe, anche se non lo dimentica. Cerca qualcosa di infinitamente più fragile e difficile da mantenere vivo, fra i cadaveri da scaricare, i feriti urlanti, il massacro nella terra di nessuno, il fango delle trincee: la tenerezza.

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Un ragazzo belga, forte, innocente, come le migliaia che arrivano al fronte cantando canzoni di guerra. E l’incontro con una “compagnia teatrale” fatta di rejétés, di reietti, di ripudiati dalla guerra. Omosessuali utilizzati per fare spettacoli, per alzare il morale della truppa. Uomini che durante le pause della guerra si truccano, indossano abiti femminili, cantano. Uno di loro seducente e sfrontato, angelico e insinuante, turba l’animo di Pierre. E in quel teatro miserabile e bellissimo nasce anche un amore.

FRANCE CANNES FILM FESTIVAL 2026

Gli attori Valentin Campagne e Emmanuel Macchia

Dhont racconta che tutto nasce da una fotografia che aveva visto: soldati della Prima guerra mondiale vestiti con gonne di sacchi di sabbia, gioielli fatti con i bossoli. E da lì, ha disegnato un film che parla della dolcezza maschile, all’interno di una macchina – quella della guerra – che impone virilità, disciplina, eroismo. Che per i codardi, quelli che fuggono, ha pronta la fucilazione. E quei ragazzi invece, mentre aspettano di morire, scoprono il desiderio, il palcoscenico, le carezze. Dhont gira con delicatezza quasi irreale. Nebbia, fango, candele, tende militari che sembrano quinte teatrali. Il cinema di Dhont guarda i ragazzi come raggi di luce. La guerra uccide, mutila, insanguina, ma non riesce a sporcare i loro occhi azzurri, la loro pelle diafana. E proprio dentro la guerra l’amore riesce a nascondersi meglio che fuori, nella società civile, dove per due come i protagonisti del film non sembra esserci luogo dove nascondersi.

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“La bola negra” di Javier Calvo e Javier Ambrossi

Se “Coward” parla della Prima guerra mondiale come luogo in cui l’identità queer sopravvive clandestinamente, “La bola negra” racconta tre epoche, quasi a tracciare un quadro della memoria queer europea. Il film attraversa tre epoche – 1932, 1937, 2017 – ed è un libero riadattamento delle poche pagine sopravvissute di un’opera incompiuta di Federico Garcia Lorca. Parla di uomini che attraversano il Novecento imparando a nascondersi. “Vogliamo rendere omaggio alla lotta che le generazioni precedenti di uomini gay hanno dovuto combattere, e come sono state messe a tacere”, hanno dichiarato i registi. Al lungo applauso, alla fine del film, Javier Ambrosi in sala ha aggiunto, commosso: “Questo è per tutte le persone LGBT+ che non hanno potuto vivere liberamente”. Dalle Fiandre alla Spagna franchista della guerra civile, due film attraversati dalla stessa ostinazione: salvare dall’oblio quei desideri, quelle vite, quegli amori cancellati.