di
Davide Frattini

I dissidi con Donald Trump e l’allarme dei generali: mancano 17mila soldati combattenti.

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE 
GERUSALEMME – Tre gradini. Che i portavoce adulanti esaltano come una corsa in salita: «Primo ministro, non riusciamo a starle dietro». Tre passi indietro nel tempo: la scala porta al vecchio ufficio di David Ben Gurion dentro alla Kyria, il Pentagono israeliano alla periferia di Tel Aviv. «Questa è stata la prima stanza del governo. Nel 1949 qui sono state prese molte decisioni fondamentali: allora affrontavamo l’accerchiamento degli eserciti arabi e lo abbiamo demolito, così come abbiamo rotto l’accerchiamento iraniano. Adesso siamo noi ad assediarli», proclama Benjamin Netanyahu.

In realtà la stretta diventata quasi soffocante che il premier israeliano vorrebbe allentare è quella dell’amico Donald. Per riuscire come una volta a far breccia tra i pensieri fluttuanti del leader americano e convincerlo che l’accordo con l’Iran è un errore enorme. Com’era riuscito a persuaderlo che l’intesa sul programma atomico firmata con gli ayatollah dal predecessore Barack Obama andasse stracciata. Com’era riuscito a dissuaderlo dall’idea che la soluzione dei due Stati fosse ancora possibile, mostrandogli una mappa di Manhattan per ridurre la complessità del conflitto israelo-palestinese alle dimensioni dello sguardo presidenziale.



















































Quello era il primo mandato alla Casa Bianca. Il Trump II è molto meno malleabile, più incline ad ascoltare i suggerimenti e le esigenze di altri alleati nella regione come l’Arabia Saudita. Martedì scorso i due amici — che una volta si ripetevano «pensiamo allo stesso modo» — avrebbero avuto una telefonata di «fuoco», come infiammati — usando un’espressione inglese — sarebbero stati i capelli di Bibi dopo aver messo giù la cornetta. I dizionari spiegano che «hair on fire» vuole dire nel panico, con l’acqua alla gola: così il primo ministro è stato descritto da una fonte americana ad Axios. Mentre Trump ha commentato: «Sull’Iran fa quello che voglio io».

Il colloquio è avvenuto poche ore dopo che il presidente aveva annunciato di aver ordinato la sospensione del nuovo assalto contro Teheran. Ancora peggio per Netanyahu, lo scambio di contrarietà è arrivato dopo che si erano sentiti due giorni prima e il presidente lo aveva assicurato che i bombardamenti interrotti dalla tregua del 7 aprile sarebbero ripartiti. C’era già anche un nome per l’operazione: Mazza, martello da demolizione. Ma Donald ha di fatto tolto a sorpresa la sedia di comandante in capo da sotto a Netanyahu.

Che non può mostrare agli israeliani di essere capitombolato — le elezioni sono previste per il prossimo autunno — e soprattutto resta convinto che un attacco sia inevitabile. Confida che gli iraniani stiano solo prendendo tempo, che non cederanno mai sulle questioni essenziali a partire dalla rinuncia all’arricchimento dell’uranio, soprattutto che non permetteranno che i 450 chili di materiale nucleare seppelliti sotto le macerie dei siti di Isfahan e Natanz vengano trasferiti in un altro Paese.

Così il primo ministro e i suoi generali si preparano alla guerra, quella in Libano contro Hezbollah — fronte legato all’Iran — non si è mai fermata. Allo stesso tempo lo Stato maggiore avverte che le forze armate «sono al collasso», le truppe sono ancora dispiegate nel 60 per cento della Striscia di Gaza, mancano almeno 17 mila soldati combattenti. Per ora la soluzione trovata dal governo è stata estendere il servizio obbligatorio e quello di riserva per chi il militare già lo fa, mentre Netanyahu subisce la pressione dei partiti religiosi perché garantisca l’esenzione totale agli studenti delle scuole rabbiniche. Altrimenti minacciano di mollarlo: il premier deve portare avanti le campagne militari in contemporanea a quella elettorale, le decisioni si incrociano.

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23 maggio 2026 ( modifica il 23 maggio 2026 | 11:36)