La storia di Guido Fanti, il sindaco bolognese pioniere del rinnovamento e del “modello emiliano”, è finalmente narrata in un documentario. S’intitola Guido Fanti, il Visionario e viene presentato dai registi Paolo Soglia e Lorenzo Stanzani domani alle 18 al Modernissimo, alla presenza di Gian Luca Farinelli, del presidente della Regione Michele de Pascale (“È stato un innovatore che ha interpretato l’autonomia regionale come strumento di coesione, sviluppo e democrazia”), del sindaco Matteo Lepore (“E’ stato capace di tenere insieme visione e concretezza senza perdere il rapporto con la vita quotidiana”), Maurizio Fabbri, presidente dell’Assemblea Legislativa e Lanfranco Fanti, figlio del visionario Guido.

Stanzani, lei nel 2008 ha raccolto un’intervista di oltre un’ora con Guido Fanti su cui avete costruito il film. Si è fatto un’idea dell’origine di questa visionarietà?

“Credo che in Fanti ci fosse tanto buonsenso, da un lato tanta umiltà e dall’altra tanta grandeur. Nel senso che sentiva che era quello che doveva fare grazie a studi e analisi e allo stesso tempo aveva la convinzione di essere dalla parte del giusto, che quelle cose fossero importanti da fare. E non a caso, poi, sviluppa un’amicizia con Giuseppe Dossetti”.

Soglia, c’è un momento in particolare dell’intervista che l’ha colpita?

“C’è un momento di racconto serissimo, che io e Lorenzo abbiamo trovato esilarante. È quello in cui racconta di quando Boris Ponomarev, plenipotenziario del Politburo sovietico, arriva in città perché riteneva che il P.C.I. bolognese fosse un po’ fuori linea. Secondo Ponomarev Fanti dice cose eretiche, tipo che la politica del partito comunista – siamo negli anni ’60 – si deve staccare da quella dell’Unione Sovietica. E arriva con il giornalino della Federazione di Bologna, La Lotta, sottolineato con matita rossa e matita blu e fa le pulci su tutte le cose che Fanti, come segretario del partito bolognese, aveva fatto. Il finale, che non svelo, è un bel colpo di scena”.

Quali furono i suoi grandi progetti?

“Lui è sindaco dal 1966 al 1970 e tutti i progetti della giunta Fanti, che sono poi la Bologna di adesso, dalla tangenziale alla collina, sono studi che lui fa di proiezioni sul Duemila. Lui guarda a 40 anni dopo. Ed è visionario anche politicamente, non solo nell’amministrazione comunale, perché anticipa cose pazzesche anche quando diverrà presidente della Regione”.

Stanzani, lei è anche il montatore del film. Che scelta di materiali avete fatto?

“Abbiamo utilizzato materiali della Cineteca e dell’Istituto Gramsci, scegliendo soprattutto materiale poco mostrato, forse perché non è di grande impatto qualitativo. C’è ad esempio il momento in cui Kenzo Tange viene in Comune, e il girato non è il massimo, avevano sbagliato l’esposizione, ma a noi non interessava compiacere attraverso l’estetica, volevamo andare nel concreto”.

Kenzo Tange fu un grande capitolo, parte del progetto della città nuova. Come doveva diventare Bologna?

“Abbiamo trovato tanto materiale, anche disegni originali di Tange, che poi realizzò solo le Torri della Fiera. Il centro storico doveva essere liberato da tutte le attività grosse e commerciali, ad esempio, per avere una vocazione più culturale, spostando tutto il resto nella città nuova”.

Perché si candidò a presidente della Regione dopo solo un mandato da sindaco?

“È sempre stato per la velocità dei mandati, ma è sempre stato anche un uomo ambizioso e quindi vedeva nella nascita delle regioni uno sviluppo e nuove possibilità di dialogo alternativo con il governo”.