di
Chiara Bidoli

Don Carraro, direttore di Cuamm Medici con l’Africa: «In Africa è decisivo il tracciamento. Il Covid si trasmetteva più facilmente, per l’Ebola serve invece un contatto attraverso i liquidi»

«Siamo in Africa da 76 anni, presenti in 10 Paesi con 21 ospedali e quasi 1.000 centri sanitari. Siamo anche in Uganda, ma non nell’area che confina con il Congo e il Ruanda (dove è presente il villaggio di Rwentobo da dove venivano i due cooperanti sottoposti ai test per l’Ebola, ndr)», spiega don Dante Carraro, direttore Cuamm Medici con l’Africa.

L’Africa ha una lunga tradizione di focolai di Ebola, è preparata ad affrontarli?



















































«In alcuni Paesi, ogni due-tre anni, c’è sempre qualche focolaio di Ebola, ma l’Uganda, per esempio, ha imparato a gestire questa emergenza in modo efficace, grazie a un sistema sanitario molto allertato. I focolai attuali presenti in Uganda sono causati dalla gente che si sposta per paura da Paesi come il Congo che, da un punto di vista sanitario, è invece completamente destrutturato. Il problema dell’Africa sono i confini permeabili che non consentono di isolare i focolai».

Perché l’Ebola conta tanti morti tra gli operatori sanitari?

«Perché si trasmette attraverso i liquidi biologici: tramite, per esempio, il contatto con sangue infetto contratto durante l’assistenza per un parto o per un’emorragia».

Come state vivendo in Africa, e in particolare in Uganda, questa allerta?

«Non abbiamo paura, siamo preparati ad affrontare le emergenze. I nostri volontari sanno che quando c’è una situazione a rischio è necessario attrezzarsi per proteggersi. Il nostro protocollo prevede l’utilizzo di Dpi (Dispositivi di protezione individuale, ndr) come guanti, camici, mascherine, occhiali, stivali, tutti presidi monouso che poi vanno, non solo buttati, ma bruciati».

Rispetto al Covid, vede un rischio maggiore di diffusione del virus dell’Ebola?

«Il Covid si trasmetteva più facilmente, soprattutto per via aerea. Per l’Ebola, invece, serve un contatto attraverso i liquidi. Se c’è un focolaio anche gesti banali come strofinarsi gli occhi con mani sporche, potenzialmente infette, potrebbe risultare pericoloso, perché si rischia di far passare il virus attraverso il liquido lacrimale».

Dagli africani l’Ebola è vissuta come un virus «tra i tanti» o come una vera e propria emergenza?

«Già nel 2014, quando è scoppiato il focolaio in Sierra Leone dove ci sono state circa 7.000 vittime, abbiamo sperimentato che dopo un primo periodo di diffidenza la paura era tanta ma non sempre poteva essere affrontata razionalmente».

«I morti infetti erano vere e proprie bombe biologiche ma, nonostante i rischi noti, la popolazione preferiva vegliarli e rischiare di infettarsi piuttosto che seppellirli. A volte la prevenzione si scontra con tradizioni estremamente radicate».

Nella gestione dei focolai di Ebola in Africa qual è il rischio più grande che vede?

«Che si chiudano gli ospedali. In Sierra Leone li abbiamo tenuti aperti grazie all’utilizzo dei dispositivi individuali di protezione e, soprattutto, grazie al tracciamento dei contatti, fatto in collaborazione con le autorità locali e con dei ragazzi di strada che prendevano nota, villaggio per villaggio, degli infetti per poterli, così, isolare. Possiamo dire di aver sconfitto l’Ebola con un motorino, un taccuino e una matita».

26 maggio 2026