di
Aldo Grasso

Raffaele Di Placido mostra il valore del gruppo in un mondo segnato dall’individualismo

«Taciti ed invisibili partono i sommergibili / cuori e motori d’assaltatori contro l’immensità…». Non so se i sommergibilisti possano essere definiti una tribù. Intanto, Raffaele Di Placido ha inserito anche loro nel suo «viaggio antropologico attraverso il Paese, alla scoperta di gruppi e realtà che si riconoscono in valori condivisi, codici identitari e rituali collettivi».
Nel corso delle venti puntate, «Tribù» propone ogni volta un racconto diverso, costruito attraverso un’immersione totale del conduttore nella comunità protagonista (Rai3).

Così, Di Placido sale a bordo di un sommergibile a Taranto e qui, invece dell’Inno dei sommergibilisti, viene in mente la canzone «Seguendo la flotta» di Alberto Arbasino: «Innamorarsi a Taranto / è stato un vero errore / l’ho fatto per amore / di un incrociatore». Sul sommergibile incontra uomini e donne e, immergendosi con loro, chiede come vivano, cosa provino, come trascorrano il tempo. È vero che, per vivere chiusi in un sottomarino, è fondamentale che la coesione del gruppo sia garantita dalla condivisione di valori e rituali, a cominciare dalla zona notte, dai bagni, dall’unico televisore. Però, più che il ritratto di una tribù, quello che emerge sembra un video promozionale della Marina Militare.



















































«Tribù» viene dal latino tribus, che diversi linguisti ricostruiscono come composto di tri- («tre») e della radice indoeuropea bhu («nascere»). Da «tribù» derivano «tribuni», «tribunali», «tributi»…

Di Placido ci mostra l’esistenza di un mondo
segnato dagli individualismi, di persone sempre più chiuse in sé stesse, di comunità sempre più virtuali e digitali. Eppure, c’è ancora chi si riunisce attorno a esperienze vive e concrete, formando vere e proprie tribù, con i loro linguaggi, i loro codici, i loro riti.

E allora tutti a leggere il fondamentale «Tribalismi» di Elio Franzini e Federico Vercellone, appena uscito per Neri Pozza: «Il vero rischio del nostro presente non è la crisi del Sé e dell’identità, bensì il suo contrario. Siamo esposti all’inflazione prodotta da mille identità che, affermando insistentemente sé stesse, logorano e disgregano il vincolo che le congiunge».

28 maggio 2026 ( modifica il 28 maggio 2026 | 18:30)