di
Francesca Angeleri
Il presentatore simbolo delle reti Mediaset è uno degli ospiti di punta della prima giornata della quindicesima edizione del Festival della Tv di Dogliani, oggi alle 16.15 in piazza Umberto I
Se dici televisione, dici Gerry Scotti. È indiscutibile. E non è un caso che il presentatore simbolo delle reti Mediaset sia uno degli ospiti di punta della prima giornata della quindicesima edizione del Festival della Tv di Dogliani, oggi alle 16.15 in piazza Umberto I.
Scotti, il suo successo è quanto mai solido, in termini di ascolti e di stima da parte del pubblico e dei suoi competitor. Ne è orgoglioso?
«In questo momento io ho un solo vero competitor: Stefano De Martino. Gli altri sono competitor per modo di dire».
La sua qualità più forte?
«Non si diventa Gerry Scotti in un giorno. Sono quarantuno anni che faccio questo mestiere. È un lavoro che più fai e più impari. Basta non convincersi mai di essere arrivati o di dover insegnare qualcosa agli altri. Io mi sento ancora uno che sta imparando».
In un palinsesto globale con tantissimi programmi, il suo, che è molto ancorato ai format classici, è in prima posizione. Resta sempre tutto uguale in televisione?
«La gente ti rispetta e ti premia quando fai il tuo lavoro bene, quando li rispetti. Per cui il dato che salta più agli occhi, e che meriterebbe di essere studiato dalle università — ho saputo che la Bocconi ci sta facendo una ricerca — è come dieci milioni di italiani mediamente, sommando Rai 1 a Canale 5, sommando i Pacchi alla Ruota, sommando Scotti a De Martino, scelgano a quell’ora di guardare quel tipo di televisione. Il 50 per cento è una cosa che non accadeva dal dopoguerra. Vuol dire che qualcun altro dovrebbe cambiare tipologia di offerta».
È un fenomeno grosso.
«Il fenomeno più largo non è Gerry Scotti da solo e non è De Martino da solo. Il fenomeno viene ampliato dal fatto che uno che fa il 25 per cento oggi è già un fenomeno. Ma se fa il 25 per cento e il suo competitor fa anche lui il 25, siamo nel sovrannaturale».
Mi sta dicendo che ci sarà un Sanremo Gerry Scotti — Stefano De Martino?
«No, no. non faccio parte della scuderia Rai. Chissà, può darsi che Stefano arriverà a invitarmi come fece Carlo Conti. Ma per adesso non ne abbiamo ancora parlato».
Cosa le piacerebbe avere di De Martino?
«Sinceramente solo una cosa: l’età. Quando ci siamo conosciuti la prima volta lui era un ragazzo di Amici e io ero già Gerry Scotti. Ha sempre mantenuto un grande rispetto, mentre la prima cosa su cui può inciampare un ragazzo giovane che arriva al successo è perdere il senso della misura».
Oggi, a Dogliani, lei testimonia anche quanto la televisione sia viva e vegeta?
«Di funerali della televisione ne sento parlare dagli anni Novanta e anche a cavallo dei 2000: con Internet, con il Grande Fratello, con i telefonini, coi social… e tutte queste cose e ciò che nasce ancora continua a nutrirsi di televisione. E soprattutto della televisione generalista, che resta sempre il principale luogo di intrattenimento, informazione e compagnia degli italiani».
Lei ha ben saldo il polso del suo pubblico. Cosa vogliono e di cosa hanno bisogno gli italiani?
«Di punti fermi. Di serenità. Di normalità. Ovunque ti giri trovi notizie drammatiche, tensione, paura. Le persone hanno bisogno di familiarità. E attenzione: non vuol dire banalità. Vuol dire entrare nelle case con il tono con cui entrerebbe un amico o un parente».
Quanti «mostri» ha generato la tv?
«Io questa storia della televisione cattiva maestra la sento da troppi anni. I cattivi maestri sono ovunque. In metropolitana, negli stadi, nelle strade. Se dei ragazzi girano coi coltelli, non l’hanno imparato da me o da Bonolis o da Carlo Conti o da Amadeus. Io sono un padre e un nonno: i cattivi maestri li riconosco benissimo».
Lei ama questo festival di Dogliani?
«Sono nato e cresciuto in campagna e tutto quello che di valore accade nei piccoli centri per me ha un valore enorme. Senza contare il fattore cibo e vini».
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29 maggio 2026
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