di
Davide Ferrario

L’arrivo del nuovo direttore sportivo dell’Atalanta (ed ex Juventus). La morale? Il mondo del calcio è come Melania, una delle città invisibili di Italo Calvino: gli attori si scambiano le parti e la recita procede

Giuntoli Cristiano, chi era costui? Certo non ce lo ricordiamo per le sue gesta sul campo, avendo militato in squadre quali Colligiana, Imperia, Latina, Savona, Sanremese e Valle d’Aosta. Ma non sarà mica allora quel direttore sportivo della Juventus che due anni fa ci tormentò con la telenovela dell’affare Koopmeiners, diventando bersaglio degli strali degli inviperiti tifosi atalantini? 

Bersaglio secondario, sia chiaro, perché il principale rimaneva — giustamente — l’olandese stressato. Ripesco, nei siti, il post di qualcuno che scriveva «basta fare affari con chi ha rovinato il calcio in Italia». E adesso mi dite che quello stesso Cristiano Giuntoli varca il cancello di Zingonia per diventare il nostro direttore sportivo, salutato dagli osanna dei sostenitori in cerca di rivincite dopo un’annata un po’ così? 



















































Certo qualche complottista bianconero potrebbe sostenere che Giuntoli lavorava già per l’Atalanta proprio ai tempi dell’affare Koopmeiners perché 60 milioni di euro, per il fallimento che poi si è rivelato il povero Teun, hanno fatto felici solo i Percassi. La realtà, più prosaicamente, è che il calcio è prima di tutto business e gli addetti ai lavori non guardano mai la maglia che uno ha indossato prima, proprio come un manager passa da una ditta alla concorrenza senza farsi troppi problemi. Cambiare società vale per i calciatori, figurarsi se non funziona per i dirigenti

Il mondo del calcio è come Melania, una delle città invisibili di Italo Calvino. Nella piazza di Melania, dice lo scrittore, tutti gli abitanti interpretano una parte e quando uno muore, qualcun altro lo rimpiazza prendendone il posto, ma non necessariamente nello stesso ruolo. Così la grande messa in scena va avanti per anni rimanendo sempre la medesima, ma con lievi cambiamenti, tali da rendere irriconoscibile, per attori e spettatori, il disegno generale. Il risultato è che sembra che tutto abbia un senso, anche se nessuno sa dire quale, mentre ciascuno, col tempo, si avvicina alla sua uscita di scena. 

Tale è la condizione del tifoso: immerso in un bailamme di forze su cui non ha controllo, ma tenacemente abbarbicato alla fede che gli dice che c’è un perché alla sua sofferenza settimanale. Intanto, sulla piazza, gli attori si scambiano parti e costumi mentre la recita procede. Perciò diamo il benvenuto a Giuntoli e facciamogli gli auguri di buon lavoro. Basta che non ci faccia ricomprare Koopmeiners.


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30 maggio 2026