di
Irene Soave
Una sentenza di venerdì ha anche bloccato la decisione del consiglio d’amministrazione del centro, il più importante teatro degli Stati Uniti, di chiuderlo per due anni per una «ristrutturazione completa»
Una sentenza a livello federale di venerdì blocca l’«invasione» del Kennedy Center da parte di Donald Trump: un giudice ha disposto che aggiungere il nome Trump al nome del centro – che era diventato «The Donald J. Trump Kennedy Center» – è stato illegittimo. La sentenza dice anche che il centro non può, come il consiglio d’amministrazione, vicino a Trump, aveva disposto, chiudere per «ristrutturazioni sostanziali» che durerebbero due anni a partire da luglio, azzerandone i programmi culturali.
L’importanza del Kennedy Center
Il Kennedy Center, a Washington, è il più grande centro culturale e artistico degli Stati Uniti. Ha il più ricco e influente programma di spettacoli dal vivo: teatro, balletto, danza, opera, jazz, musica contemporanea. È la sede dell’Orchestra sinfonica nazionale e dell’Opera nazionale di Washington. Ed è intitolato a John F. Kennedy perché da presidente aveva considerato le arti e la cultura fondamentali per lo sviluppo di un’identità nazionale. Dall’inizio del suo secondo mandato, Donald Trump ha avviato una sorta di «scalata» al Centro, per «cancellare», così aveva annunciato nel 2025, «gli idoli woke». Per molti critici, le mire di Trump sul Kennedy Center fanno parte di un più ampio tentativo di cancellare i valori progressisti dal mondo della cultura.
Un esempio del 2025: il Kennedy Center assegna ogni anno i Premi Kennedy (Kennedy Center Honors) e quelli dello scorso anno erano stati assegnati a un «Pantheon» di celebrità politicamente allineate con i Repubblicani, e sostenitori del presidente, da Sylvester Stallone a Gloria Gaynor.
La ristrutturazione bocciata dal giudice
Oltre a farlo rinominare in «Trump Kennedy Center», l’amministrazione ha chiesto una ristrutturazione completa del centro, costruito nel 1965. Da settimane, per esempio, la direzione del centro organizza visite guidate per giornalisti e politici per far vedere tutti i punti danneggiati dell’edificio, con muffa o perdite d’acqua. La soluzione: chiuderlo completamente per due anni per restaurarlo – ma con l’effetto anche di far perdere al suo cartellone la centralità di cui gode nella vita culturale del Paese. La chiusura del centro – per due anni, a partire da luglio 2026 – è stata disposta il 16 marzo, con un voto del consiglio di amministrazione.
La sentenza di venerdì: «Decisioni infondate»
Un giudice di Washington, Christopher Cooper, ha definito la decisione di chiudere il centro «infondata e apparentemente strategica», oltre che estranea agli scopi che il centro ha per legge. «Gli amministratori avrebbero potuto valutare l’opportunità della chiusura in diversi modi prudenti. Questo non lo è stato». Cooper ha inoltre concluso che il consiglio di amministrazione «ha oltrepassato i propri limiti statutari» aggiungendo unilateralmente il nome di Trump al centro. Il Congresso ha dato il nome al Kennedy Center e solo il Congresso può cambiarlo. Ha ordinato di rimuovere il nome di Trump dalla facciata dell’istituto e da qualsiasi «materiale ufficiale», come insegne digitali o fisiche, entro due settimane.
La reazione di Trump: «Non mi interessa»
Subito dopo Trump ha commentato la sentenza con un post su Truth, il social da lui fondato con cui comunica direttamente più volte al giorno. «Il Kennedy Center non mi interessa», ha scritto. «A meno di non essere libero di fare quello che faccio meglio di tutti, riportare alla sua grandezza questa Istituzione fisicamente, finanziariamente e dal punto di vista artistico, non ho alcun interesse a continuare quello che sarebbe solo un viaggio disperato a Never Never Land [sic]».
I precedenti: la sala da ballo e l’arco di trionfo
Per molti commentatori, la rinomina del Kennedy Center è parte di un programma che Trump si è dato per il secondo mandato: lasciare il proprio marchio su monumenti e luoghi istituzionali della capitale. Di queste iniziative fa parte per esempio la demolizione dell’ala Est della Casa Bianca, per farne una grande sala da ballo. Ha fatto aggiungere il suo nome o la sua effigie a diversi edifici governativi, tra cui la sede del Department of Justice. Sta cercando di far costruire un Arco di Trionfo sul fiume Potomac. Anche alcuni di questi progetti sono finiti in tribunale, e si vedrà cosa i giudici permetteranno.
30 maggio 2026
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