di
Andrea Laffranchi
Il rocker e la battuta sull’amico: «Ha opinioni molto personali, è un poeta»
«Pensa a cantare». È il classico commento, condito da qualche insulto da leone da tastiera, che accompagna qualsiasi post, di un qualsiasi artista, su qualsiasi tema di attualità o politica. Come se le canzoni e i cantanti dovessero uniformarsi al pensiero unico sentimentale, avere una neutralità assoluta rispetto al tempo e allo spazio. Come se negli anni 60-70 la rivoluzione giovanile — i giovani li hanno inventati i Beatles, prima di loro si passava dai calzoncini corti alle medie, alla giacca e cravatta al liceo — non avesse camminato sulle note delle canzoni e sulle idee di chi le scriveva. Come se la musica fosse solo intrattenimento, e non anche un prodotto culturale. Certo, negli ultimi anni l’impegno è svanito, soprattutto nella fascia degli artisti da classifica, ma la dimensione collettiva si è persa ovunque nella società.
Il dibattito, già Guccini ai tempi dell’«Avvelenata» diceva che le canzoni non fanno rivoluzioni, è spesso rilanciato da politici che temono di perdere voti (fosse così Trump non sarebbe stato ri-eletto, aveva contro pure Taylor Swift che sposta il Pil ma non evidentemente i voti) e a spostarlo all’interno della comunità artistica ci ha pensato Francesco De Gregori.
«Provo sempre un certo imbarazzo quando leggo che un uomo di spettacolo vuole schierarsi in maniera netta, apodittica, su questioni internazionali o di guerra. Il mondo va analizzato con cura e il proclama buttato giù da un palco o in un appello mi lascia indifferente», ha dichiarato la scorsa settimana.
Non è un’abiura del passato. Di canzoni antimilitariste come «Generale» o «Il vestito del violinista», o dell’impegno civile di «Pablo» perché, ha aggiunto, se c’è sa sensibilizzare il pubblico meglio farlo «attraverso le canzoni che scrivo, non attraverso le cose che dico». Sì, lo dice De Gregori, un simbolo del cantautorato impegnato, quello che muove le coscienze e non solo i cuori. Ruolo che evidentemente non vuole sentirsi addosso. «Non mi sento superiore a nessuno da potergli insegnare come si vive, come si legge un articolo di giornale o quale posizione prendere su Gaza o su Israele o sull’Iran. Non mi sento in grado di dare lezioni perché ho le idee confuse anch’io. Per citare Whitman “contengo moltitudini”. Non mi va nemmeno di prendere lezioni da nessuno, soprattutto da un cantante o da un uomo di cinema. Se devo andare a lezioni da qualcuno leggo un filosofo». Non siamo lontani dal «pensa a cantare».
Le risposte gli sono arrivate da colleghi, amici al di sopra di ogni sospetto di invidia o gelosia. Vasco anzitutto. Il Principe a fare il tifo braccia alzate sottopalco a un concerto lo si è visto solo da lui e l’unica cover registrata dal rocker in carriera è «Generale», brano cui nel 1995 affidava addirittura l’apertura dei concerti di «Rock sotto l’assedio».
Il cuore del nuovo tour di Vasco, partito l’altra sera dallo stadio Rimini, è un trittico di canzoni che parlano di guerra: l’inno antimilitarista «(Per quello che ho da fare) Faccio il militare», «Gli spari sopra» e «C’è chi dice no». Anche Vasco mette il focus sulle canzoni; «Sul palco non parlo, sono le canzoni che parlano per me. E si vede chiaramente la posizione che hanno: contro il potere, arrogante e prepotente». Sul palco però una frecciatina al governo gli scappa e dietro le quinte le opinioni su leader mondiali «psicopatici», miliardari e corporation che ci controllano, non le ha tenute per sé.
De Gregori è un amico che sbaglia? «Le sue sono opinioni molto personali e rispettabilissime e non è che dica cose sbagliate ma è un modo di vedere le cose provocatorio. Non mi sono meravigliato: lui è fatto così, è un poeta, non un politico che fa discorsi perché gli serve avere del consenso. Di Salvini ne abbiamo già abbastanza».
Anche Elisa, una che è scesa in piazza e sui social per Gaza e la Flotilla, non ci sta. «Che strano… la generazione di De Gregori ha vissuto la musica come cardine della rivoluzione giovanile. Per me è un punto di riferimento, e per una volta non siamo d’accordo».
Il problema non è se un artista debba parlare o tacere. Piuttosto sono quelli che stanno zitti. Non per scelta intellettuale, ma per paura di perdere pubblico. Quando Salmo spiegò che «se dici “grande Salvini” devi bruciare i miei cd, o cambiare le tue idee» — e lo disse con la Lega in piena forza — finì per suonare a San Siro. L’autocensura, che brutta.
1 giugno 2026
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