di
Anna Gandolfi
Il giornalista e scrittore, «postino sentimentale» da 28 anni: «Ma io in amore sono un pluriripetente». Agli Arcimboldi il suo spettacolo firmato con Simona Spartaco, sua moglie: «È lei a leggere Il Caffè prima che io lo invii in redazione. Siamo una squadra»
Massimo Gramellini, che voto si dà in pagella in Educazione sentimentale?
«N.c., non classificato. Sono un pluriripetente».
Però sale in cattedra, anzi sul palco.
«Non sono un insegnante, al limite un supplente. Però faccio il postino sentimentale. Una lettera alla settimana da 28 anni. Ne ho lette davvero di ogni».
Il caso più eclatante?
«Un filone ricorrente è la poca considerazione che abbiamo di noi. Rimaniamo dentro amori bloccati, finiti, malati, perché temiamo che, senza, sarebbe peggio. Nel mio spettacolo racconto di una vedova milanese di 89 anni che si è innamorata del vicino di 82: praticamente un toyboy. Lui mette in chiaro: non vedrò solo te. Lei dallo spioncino scorge altre due signore andare a trovarlo e soffre. Eppure, mantiene il legame. Non c’è età che tenga, se il tema è l’amore».
Massimo Gramellini — giornalista e scrittore, editorialista del Corriere della Sera, conduttore di In altre parole su La7 — agli Arcimboldi di Milano l’8 giugno porta «L’ora di educazione sentimentale», firmato con la scrittrice Simona Sparaco, sua moglie. «È lei a leggere Il Caffè prima che io lo invii in redazione. Io faccio lo stesso con i capitoli dei suoi libri. Siamo una squadra».
Ora anche colleghi.
«Vorrei che salisse sempre sul palco con me, non escludo che in futuro accada. Anche se da parte sua non è che veda tutta questa smania (ride, ndr)».
Nel libro «L’amore è il perché» (2025, Longanesi) Gramellini chiama Simona «la definitiva»: «Ho due divorzi alle spalle. Nelle promesse di matrimonio le ho detto: non è la prima volta che mi sposo, ma ti garantisco che sarà l’ultima». Lei romana, lui torinese. Entrambi autori, «lei finalista al Premio Strega».
E lavorare insieme com’è?
«Lei è un vulcano, piena di iniziative, luminosa e sbadata. Così il preciso della coppia devo essere io, che in realtà non lo sarei. Complementari. Abbiamo creato un Noi e gli abbiamo dato un nome».
Ovvero?
«La crasi dei nostri nomi. Mas-Simona. Manteniamo l’Io, coltiviamo un Noi. Ci vuole coraggio, perché amare significa accettare di soffrire. Nello spettacolo dico che l’amore non può prescindere dal suo gemello, il dolore. Se accogli uno, accogli l’altro».
Ha sofferto per amore?
«A 9 anni ho perso mia madre, l’amore incondizionato. Ho passato la vita a cercare donne diverse da lei — era espansiva, affettuosa — nell’idea che perderle sarebbe stato meno insopportabile. Poi ho attraversato la mia paura e mi sono innamorato di Simona, che invece ha il suo stesso carattere».
Perché portare l’educazione sentimentale a teatro?
«Perché siamo anestetizzati. Ci insegnano di tutto, ma non a riconoscere i nostri sentimenti e le nostre emozioni».
Come si porta questa lezione a casa, dove avete due figli maschi di 14 e 7 anni?
«Con l’esempio. Non puoi predicare che non si usa il cellulare e intanto continuare a scrollarlo. A cena si sta senza. Anch’io non rispondo, nemmeno se è lavoro».
In ogni tappa dello spettacolo c’è una classe in prima fila, anche a Milano.
«Non sapete quanto mi faccia felice questa cosa. Siamo nel tempo dell’odio, è passata l’idea che il male paga e il bene invece è sintomo di debolezza e ti trasforma in un “loser”. Nello spettacolo racconto storie che rivelano la prospettiva opposta: il male paga solo nel breve. Poi lascia macerie: materiali ed emotive. Alla lunga solo l’amore (cioè la capacità di mettersi nei panni degli altri, anche di chi ti sta sulle scatole) crea nuove realtà durature. Quando, dopo lo spettacolo, i prof mi scrivono che in classe i ragazzi riparlano di ciò che hanno ascoltato, sento di aver raggiunto il mio scopo. Non pretendo che si ricordino cosa ho detto, ma spero che si ricordino per sempre come l’ho detto. Con passione, con entusiasmo. Con amore, appunto».
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7 giugno 2026 ( modifica il 7 giugno 2026 | 07:40)
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