di Riccardo Jannello Cent’anni fa moriva Antoni Gaudì, il visionario architetto che del modernismo catalano – evoluto e adattato ai suoi gusti moreschi e gotici e a una universalità che ha ben pochi riscontri nel genio umano – ha fatto una questione di vita anche se poi è andato ben oltre. Verso il cielo con le torri della Sagrada Familia, la sua opera iconica e infinita, patrimonio dell’Unesco e meta di ogni studioso e turista: nel 2025 i visitatori sono stati 4milioni e 900mila circa. Ogni giorno, in quel cantiere, Gaudì voleva essere considerato come tutti gli altri operai e non il genio che aveva sconvolto quell’opera la cui direzione gli era stata affidata un anno dopo la prima pietra, nel 1883, e di cui aveva ridisegnato il progetto di Francisco de Paula del Villar y Lozano (nella cui bottega svolse una parte del tirocinio) per farla diventare “il lasciapassare per l’eternità”. Si impiastricciava, sudava.
La sera del 7 giugno 1926 usciva proprio dal cantiere dell’Eixample per andare a pregare nella chiesa di San Filippo Neri: era devotissimo. Camminava distrattamente immerso nei suoi pensieri creativi quando fu urtato da un tram. Cadde e rimase gravemente ferito sul selciato senza che nessuno lo soccorresse e lo riconoscesse: senza documenti, sembrava un barbone sporco di cemento e colori e con un paltò altrettanto macchiato. Un tassista si decise a raccogliere quel corpo che disturbava il traffico e a portarlo all’Hospital de la Santa Creu dove venne ricoverato nel reparto dei poveri. Solo dopo diverse ore, quando chi cercava Gaudì mise in correlazione l’investimento col percorso abituale dell’architetto verso la chiesa, si dette il nome al moribondo. Antoni Gaudì y Cornet morirà la mattina del 10 giugno. Un lutto profondo e trasversale: il “più catalano dei catalani” veniva pianto dal dittatore Primo de Rivera e dai socialisti, dagli aristocratici e dai diseredati, ma soprattutto dalla Chiesa. I funerali, due giorni dopo, videro Barcellona tutta in piazza davanti alla Cattedrale e poi in corteo fino alla Sagrada Familia dove nella cripta, con il permesso del governo e del Papa, venne tumulato. Gaudì avrebbe compiuto il 25 giugno 74 anni.
Era nato a Reus da una famiglia povera: il padre calderaio la madre contadina che però se ne andò quando Antoni era piccolo e soprattutto malconcio per feroci reumatismi. Ma sapeva disegnare e trovò un amico che lo aiutò a iscriversi a 17 anni alla scuola di architettura di Barcellona. L’ascesa fu rapida: cultura e stile fecero innamorare il ricco industriale Eusebi Guell che lo definì “il suo ideale: l’unione tra genio artistico e impegno sociale”. Nascono così il Parco, il Palau e i Padiglioni col nome del mecenate. Ma l’opera di Gaudì era ormai ambita ovunque e così ecco le commesse per edifici privati: Casa Batllo e Casa Milà (o Pedrera) quasi di fronte una all’altra sul Passeig de Graça sono veri capolavori. Dal 1914 l’architetto si dedicò in esclusiva al cantiere della “sua” Sagrada Familia. Un lavoro immane destinato a non raggiungere mai un compimento definitivo: i disegni di Gaudì erano vere e proprie emozioni e suggestioni dell’anima difficili – e costose – da realizzare. In vista del centenario si sono fatti comunque passi avanti fino al completamento della Torre di Gesù, che con 172 metri fa diventare la Sagrada la chiesa più alta al mondo; nella nicchia ci sarà l’Agnello opera dello scultore bergamasco Andrea Mastrovito. Mancano ancora la Cappella dell’Assunzione e la Facciata della Gloria. Se ne parlerà nel 2032: la vita artistica di Gaudì è davvero universale e senza tempo.