MESTRE – Benedetto Belpaese. Quello che Denis Curti dedica all’Italia stessa: ai suoi paesaggi fisici, ai suoi tessuti sociali, ai suoi luoghi e alle sue persone. E come recita il perfetto titolo dell’esposizione “Belpaese. A Photographic Journey” che lo vede protagonista al museo M9 di Mestre. La grande fotografia italiana, in questa prospettiva proveniente dalle collezioni della Fondazione di Venezia, è al tempo stesso il soggetto della mostra, ma anche il medium straordinario con cui ripercorrere la storia collettiva italiana nel corso di un secolo. Attraverso lo sguardo di grandi fotografi, Belpaese racconta la trasformazione della società, la condizione dell’uomo, i suoi rapporti con il territorio e il modo in cui una nazione è stata letta e rappresentata da coloro che hanno saputo registrare e interpretare il presente.


IL VIAGGIO

La mostra si configura come un viaggio tra due modalità interpretative, due modi diversi di guardare l’Italia: da un lato la prospettiva documentaria, attraverso la quale molti autori hanno saputo raccontare la condizione dell’uomo e il suo tessuto sociale con estrema lucidità, registrando la realtà con occhio attento e responsabile. Dall’altro, emerge una forte propensione a dedicarsi alla sfera evocativa, a quel processo figurativo che richiede all’osservatore una partecipazione attiva nel decifrare i messaggi nascosti sotto la superficie ambigua di ogni fotogramma. Due modi entrambi essenziali per comprendere nel profondo il nostro Paese. La selezione operata per questa mostra procede da una curatela attenta delle collezioni Zannier e Forma, due nuclei che rappresentano due diverse stagioni della fotografia italiana nel secondo Novecento.

Due acquisizioni distinte che, riunite in un unico corpo, inquadrano lo spettro fluido della storia fotografica. Il focus della mostra è circoscritto a un preciso segmento della storia italiana collettiva che va dal Secondo Dopoguerra fino ai giorni nostri: proprio il periodo in cui l’Italia ha trasformato il suo volto, dal dopoguerra alla contemporaneità, dalla ricostruzione alle sfide del presente. Il cuore pulsante di questo patrimonio è certamente il fondo acquisito nel 2007 da Italo Zannier, critico, studioso e docente, che ha fatto della fotografia la sua “fantastica ossessione”.


IL PERCORSO

«Questa raccolta non è un semplice accumulo di oggetti – spiega Denis Curti, figura di rilievo nel panorama internazionale della critica e della curatela fotografica -, ma un’opera in sé, strutturata attraverso le scelte del suo artefice, che ha voluto documentare e diffondere la cultura visiva del nostro Paese. Il fondo Zannier vanta circa 12.000 volumi e 1.300 fotografie originali, che spaziano dalla dagherrotipia alla stampa digitale. La sua unicità risiede anche nel “furore” del ricercatore: materiali eterogenei come locandine, inviti, riviste e preziosi carteggi con i grandi maestri dell’eredità artistica italiana del Novecento».

L’acquisizione di tutti questi materiali da parte della Fondazione di Venezia, insieme alla più recente integrazione di una consistente quantità di opere provenienti dall’archivio di Forma fabbrica intellettuale la cui avventura meneghina ha contribuito a consolidare l’arte dell’immagine come linguaggio critico e interdisciplinare ha scongiurato la dispersione di una visione d’insieme rarissima, garantendo la permanenza e la riscoperta di questo tesoro nella città lagunare. Attraverso un meticoloso lavoro di restauro e digitalizzazione, le immagini sono tornate al loro splendore originale, rendendo possibile un viaggio attraverso 170 anni di stili e autori. In mostra si potranno ammirare oltre 50 opere, tra cui scatti di Mario Giacomelli, Ferdinando Scianna, Italo Zannier, Aldo Beltrame, Fulvio Roiter, Nino Migliori, Tazio Secchiaroli, Luca Campigotto, Mimmo Jodice, Maurizio Galimberti, Gianni Berengo Gardin, Francesca Spanio, Elio Luxardo e Elisabetta Catalano.

«Salvaguardare il nostro repertorio mnemonico significa proteggere un “furore delle immagini” – conclude Curti – che continua a parlarci della nostra identità, del nostro passato e del nostro futuro, trasformando un immenso archivio in un organismo vivo e accessibile al pubblico». Fino al 13 settembre.