di
Giacomo Valtolina
Francesca Scotti, da pochi mesi presidente dell’Ordine degli architetti, dopo la sentenza su Torre Milano: «Dobbiamo ristudiare le regole insieme, con meno paura e più coraggio politico»
Cantieri congelati, famiglie sospese, uffici tecnici del Comune paralizzati. Per Francesca Scotti, da pochi mesi presidente dell’Ordine degli architetti di Milano, la sentenza sulla Torre Milano è un’occasione per ripartire e segna un punto di svolta nella fase critica dell’urbanistica milanese. «È il momento giusto per ritrovare fiducia e sedersi a un tavolo in maniera lucida per riscrivere le regole, a partire da quelle del Pgt».
Che cosa cambia oggi per la categoria architetti?
«È stata una giornata attesa da tempo. C’è un profondo senso di sollievo tra gli iscritti, sia i liberi professionisti ma soprattutto i dipendenti pubblici, travolti per anni da un clima di sospetto. La nota del presidente Roia chiarisce le responsabilità di chi firma, riconoscendo che si è agito nel rispetto delle regole».
Ripartenza del sistema, ma con quale lezione?
«Lo abbiamo sempre detto: se si è arrivati ai tribunali penali è chiaro che le cose vanno riviste. Ma spero anche che tutti si dimostrino più responsabili prima di scagliarsi addosso alle persone con attacchi populisti su temi di una complessità estrema. Un pensiero va anche alle famiglie rimaste senza casa, vittime incolpevoli. Chi progetta tutela l’interesse pubblico, ma può farlo soltanto se il quadro normativo è chiaro».
Il fatto non costituisce reato, ma punta il dito sull’interpretazione delle norme, «prassi amministrativa» degli ultimi 20 anni in città.
«Il problema è a monte, l’arretratezza delle leggi. Il Dpr 380, il testo unico dell’edilizia, è vecchio. Manca una definizione chiara di “sostituzione edilizia”. Oggi la città non si costruisce più consumando suolo libero, si rigenera demolendo e ricostruendo. La legge si trova a metà strada tra ristrutturazione e nuova costruzione. Era urgente aggiornarla tre anni fa, lo è ancora di più oggi. E in questo la Regione ha un ruolo fondamentale: i piani comunali arrivano dopo».
Il Comune ha risposto alle inchieste con circolari «prudenziali» sul come agire.
«Quelle circolari sono figlie di un clima. Oggi abbiamo finalmente la lucidità per fermarci a capire, senza eccessi, riconoscendo che cosa è andato storto ma anche che certe posizioni della Procura sono parse estreme». Pretendere piani attuativi per interventi minimi anche sotto i mille metri quadri in aree già urbanizzate è un’esagerazione. La scelta di che cosa costruire con un piano attuativo o con un permesso di costruire convenzionato è però una decisione politica, non tecnica».
Quindi?
«Dobbiamo ristudiare le regole insieme, con meno paura e più coraggio politico. Nel Pgt del 2019 non si è voluta mettere in campo una visione politica; non siamo stati capaci di regolare gli effetti di 15 anni di straordinario sviluppo. C’è stato un tempo in cui era necessario incentivare gli investimenti perché solo un pazzo sarebbe venuto a Milano, oggi invece serve migliorare la pianificazione».
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I critici parlano di deroghe eccessive ai Pgt o contestano «scempi» edilizi.
«Le varianti non sono deroghe, sono scostamenti morfologici. Anche Torre Velasca lo è stata. Riconoscere che la materia è regolata male non significa vietare gli strumenti in sé: questa è la mancanza di lucidità a cui mi riferisco. L’altezza va normata, decidendo dove si può fare e dove no. Sugli oneri si poteva discutere l’aumento delle tariffe, ma non i metodi di calcolo o gli sconti, che dipendono dalla legge regionale. E sulle aree urbanizzate le opere a scomputo sono complesse».
La spinta è a chiedere più verde e meno auto in sosta.
«Se demolisco un capannone e sviluppo in verticale, libero suolo che diventa verde, non è un modo di dire, pubblico o privato che sia. Il Pgt di Milano ha già norme molto avanzate. Sui posteggi il vero nodo anacronistico è la legge Tognoli: impone standard impossibili che fanno fallire anche l’housing sociale per i costi di scavo. Pure i bandi del nuovo Piano Casa del Comune pagano questo problema».
E con il Comune?
«Va ripensato l’Osservatorio edilizio per superare lo stallo. C’è più leggerezza e fiducia reciproca, ma anche più responsabilità sulle regole della Milano di domani».
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17 giugno 2026 ( modifica il 17 giugno 2026 | 08:11)
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