Non chiamiamoli più leoni da tastiera: è ironico, lo so, ma loro l’ironia non la capiscono. Chiamiamoli iene o avvoltoi, con tutto il rispetto per quelle bestie mosse dai morsi della fame, non della fama. Tre ragazzi muoiono all’alba in fondo a un canale di Senago e a bordo di un’auto troppo carica di passeggeri. E le iene proprio non riescono a tenere le zampine in tasca o in altri luoghi ombreggiati. Devono sciorinare sui social la solita litania di maldicenze condite di senso comune: «Ben gli sta», «I giovani d’oggi!», «E coi figli in giro la notte i genitori dormono sereni!». No, i genitori vegliano divorati dall’ansia. E adesso piangono come Alessandra, la madre di Lorenzo, che ha appena accusato le iene di non essersi fermate neanche davanti al suo dolore. Ma la loro psiche funziona così: poiché conducono vite informi e infelici, scaricano la bile facendo la morale a chi soffre il trauma di una perdita improvvisa e indicibile.
Chi ha inventato i social lo sapeva benissimo. Sapeva che milioni di persone non aspettavano altro che uno strumento in grado di lanciare nel mondo il loro piccolo seme di cattiveria, senza più doverlo limitare ai confini di un bar, di un cesso o di un tinello. E senza mai pensare, neppure per un attimo, che il destinatario di quei giudizi superficiali e inappellabili è un altro essere umano che spesso sta patendo le pene dell’inferno. Tanto per loro, spedito il messaggio contundente, è già finito tutto. E possono tornare al solito niente.
24 giugno 2026, 06:49 – modifica il 24 giugno 2026 | 08:06
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