di
Alessandro Capponi

La studentessa inglese Meredith Kercher uccisa a Perugia con un fendente alla gola nel 2007. Un solo condannato, ma tante domande rimangono senza risposta

C’è un giardino così curato, adesso, coi fiorellini di tanti colori, e dentro quel prato c’è una casa che sa di fresco. L’ha comprata una coppia, qualche tempo fa. E oggi è così linda e pulita che si direbbe incontaminata. Almeno a non conoscerne la storia, ecco.

In questo piccolo casale di via della Pergola, nel cuore di Perugia, nel novembre del 2007 viene uccisa Meredith Kercher, studentessa inglese di ventuno anni. La parete della sua camera, immortalata dai fotografi appostati ai bordi del giardino, in quei giorni è macchiata da un altro colore: il rosso del sangue di Mez, assassinata la notte del primo del mese. Viene ferita alla gola e lasciata sul pavimento, il corpo nascosto da un piumone. Quel telo copre i suoi lunghi capelli mori, gli occhi neri, la bella bocca così sorridente in tutte le foto da ragazza entusiasta di quell’esperienza che avrebbe dovuto darle istruzione e vita. E che, invece, le cancella il futuro.



















































L’assalto dei media

Accade subito dopo Halloween, cioè la notte delle streghe, perché dal buio della sera successiva sbuca un assassino in carne e ossa. Anzi più assassini, viene detto dai pm. Tanto che Rudy Guede, in abbreviato, viene condannato a 16 anni per «concorso in omicidio». E però la storia, alla fine, racconta altro: in quella casa, quella notte, non c’era nessuno oltre Guede e Mez, e in secondo grado — e poi in via definitiva dopo altri processi — gli altri ragazzi sono assolti. Ecco, di ragazzi si tratta: giovane la vittima, giovani gli accusati, giovane il mondo attorno a loro. Ed è proprio il mondo spensierato degli studenti universitari fuorisede a ritrovarsi di colpo al centro di un omicidio.

L’attenzione mediatica è mondiale: giornalisti e troupe arrivano da ogni parte del pianeta.

Ad attirarli, tra le altre cose, ci sono le nazionalità dei protagonisti: oltre alla vittima inglese, gli accusati sono Amanda Knox (americana) Raffaele Sollecito (italiano) e Patrick Lumumba (congolese) inizialmente accusato da Amanda (condannata in via definitiva a tre anni per calunnia) e salvato dopo due settimane di prigione da un professore (svizzero), che giura di aver passato la notte dell’omicidio a chiacchierare con lui in un locale. Fornisce un racconto dettagliato, di quella sera ha pure conservato gli scontrini delle birre.

Un gioco erotico

Dopo questo colpo di scena, però, i pm non cambiano linea: Amanda e Raffaele, fidanzati da due settimane, sono comunque da condannare — movente: un gioco erotico finito male — e il ruolo inizialmente affibbiato a Lumumba in questo immutato quadro accusatorio viene dato a Guede, che ha lasciato un discreto numero di tracce biologiche nella casa ed è arrestato su un treno in Germania.

Uno dei legali di Amanda, Luciano Ghirga, nel processo di primo grado irride la tesi dei pm: «Dopo l’innocenza dimostrata di Lumumba, invece di ricominciare da zero per cercare la verità, l’accusa ha fatto nero per nero per tre e quattordici».

Cioè, ironizza, ha sostituito un colpevole con un altro come fossero figurine, senza mettere in discussione l’intera ricostruzione. Non sarà l’unica frecciata ai pm, anzi: nei processi, accusa e difesa si sfidano senza risparmiarsi bordate.

Il primo grado ha inizio il 16 gennaio 2008. Centoquaranta testimoni, 51 udienze, un’infinità di polemiche.

Amanda come una star

Amanda e Raffaele arrivano in manette, finiti in prigione pochi giorni dopo l’omicidio. L’immagine di loro due a scambiarsi effusioni davanti alla casa dell’omicidio, nelle ore immediatamente successive al ritrovamento del cadavere, viene passata in loop dalle tv. Lei ha questo viso d’angelo, la pelle diafana e gli occhi celesti, l’aria leggera. Dai social, le tv estraggono video che la raccontano ora ubriaca, ora a una festa, comunque sempre sfacciatamente sorridente. Lui è più riservato, il viso e gli occhialini come l’attore che interpreta Harry Potter. 

L’attenzione di giornali e tv però è solo per lei, immortalata in ogni tipo di espressione, fotografata all’ingresso del tribunale come neanche una star, la maglietta con la scritta «all you need is love», i capelli mossi dal vento. In carcere le arrivano pure le lettere degli ammiratori, sui social viaggiano rapide le sue immagini di ragazza libera: «She is hot». Ed è lei al centro di tutto, anche dell’impianto accusatorio.

Il pm Giuliano Mignini quando si chiude il dibattimento chiede l’ergastolo per i due accusati. Amanda, per Mignini, dimostra «narcisismo, rabbia, aggressività»: è una «manipolatrice» con «atteggiamenti di sfida all’autorità». Sollecito, invece, per Mignini «è succube, ha una personalità dipendente» ed è lui che porta «il coltello», cioè la presunta arma del delitto. 

Ecco, l’arma: è un coltellaccio da cucina pescato da un poliziotto nel cassetto della cucina del ragazzo, sul manico — così sostiene la Scientifica nel primo grado — ci sono le impronte di Amanda, sulla lama il Dna di Meredith.

«Come ha fatto a trovare proprio l’arma del delitto in un cassetto pieno di coltelli?», domanda il giudice al poliziotto. «Intuito investigativo», risponde quello. L’altra «prova» è il gancetto del reggiseno della vittima: viene repertato 46 giorni dopo l’omicidio. Invano, le difese chiedono alla corte una perizia sul Dna. Le tracce repertate, in tutto, sono 460: «Inconfutabili», per l’accusa; «contaminate e da cestinare», per le difese.

La battaglia legale

Accusa e difesa si sfidano su tutto. Ora del delitto, legame tra gli accusati (per le difese, Amanda e Raffaele non conoscevano Rudy) movente (per l’accusa prima è un gioco erotico, poi questione di soldi, poi odio tra le ragazze). Per Giulia Bongiorno, che difende Sollecito, «l’assassino è solo uno, Guede. Il movente lo aspetto dall’inizio del processo. E l’arma del delitto è un coltellaccio incompatibile con le ferite». 

C’è scontro in aula anche sulle parole di Amanda subito dopo l’arresto: «Ricordo confusamente che l’ha uccisa Patrick». Per i suoi legali, Ghirga e Carlo Dalla Vedova, «è l’unica bugia detta da Amanda». Non solo: per la difesa (e per la Cassazione) la cosiddetta confessione è «inutilizzabile (può essere presa in considerazione solo per il reato di calunnia, ndr) visto che la Knox era senza avvocato». E senza un interprete, c’era solo una poliziotta che dice di essere «una medium».

 Comunque, la sentenza arriva nel dicembre 2009, dopo 13 ore di camera di consiglio: 26 anni per Amanda Knox, uno in meno per Raffaele Sollecito. È nel secondo grado del processo che tutto si ribalta: sia nel merito sia nel racconto dei protagonisti. Amanda, per usare le parole di Giulia Bongiorno, non è più la seduttrice che convince due uomini a commettere un omicidio ma è «l’Amélie di Seattle», una ragazza ingenua che ha appena conosciuto il fidanzato italiano e che diventa il capro espiatorio ideale per un’inchiesta condotta con «troppa fretta». Del resto, non è un’indagine che passa inosservata.

La pressione dagli Usa

La pressione internazionale è fortissima: dagli Stati Uniti interviene in difesa di Amanda l’allora segretario di Stato, Hillary Clinton. Donald Trump dice che se la ragazza non viene liberata i prodotti italiani devono essere boicottati. E all’inizio del secondo grado, dalle prime parole del giudice a latere Massimo Zanetti, si capisce subito che l’aria è nuova: «L’unico fatto certo e incontestato è la morte di Meredith Kercher». 

Ecco, l’appello rimane fedele a questa impostazione: dibattimento riaperto e via libera alle perizie scientifiche chieste dalle difese. Gli esperti nominati dalla Corte (Carla Vecchiotti e Stefano Conti) demoliscono il risultato della Scientifica. Per loro, il gancetto del reggiseno della vittima che inchiodava alla scena del crimine Raffaele Sollecito, può essere frutto di contaminazione: sostengono che è passato di mano in mano con guanti che, come mostra un filmato, avevano un segno nero. Sull’arma del delitto poi i due esperti dicono che sì, è vero, sul manico c’è la firma genetica di Amanda ma sulla lama non c’è certezza di trovare quella di Meredith. A quasi 4 anni dall’omicidio, le prove scientifiche sono da cestinare.

 A ottobre 2011 la sentenza: assolti «per non aver commesso il fatto». I due ragazzi sono liberi, fuori dal carcere e da un incubo lungo 1.448 giorni.

Adesso, hanno vite in qualche modo «parallele»: sono tornati a casa, lui in Puglia e lei in America. Raffaele il mese scorso è stato ospite di Francesca Fagnani in Belve; Amanda è impegnata con associazioni che si occupano di errori giudiziari, ma soprattutto ha conquistato lettori e fama con i suoi libri di memorie. Entrambi non hanno mai smesso di raccontare le loro vite, segnate nel profondo da quanto accaduto a Perugia.

Meredith è sepolta in un cimitero nel sud di Londra.

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30 giugno 2026 ( modifica il 30 giugno 2026 | 08:35)