Non è soltanto una canzone dedicata a un amico. È il ritratto nostalgico e ironico di una generazione che ha vissuto l’Italia del boom, delle motociclette, della televisione in bianco e nero e delle prime grandi illusioni. Con “Siamo figli“, Francesco Baccini rende omaggio a Carlo Pernat ma finisce per raccontare la storia di tutti quelli che sono cresciuti negli stessi anni. La dedica a Pernat non è casuale. Il celebre manager motociclistico genovese, personaggio del paddock mondiale, rappresenta per Baccini quella generazione nata negli anni Cinquanta che ha attraversato il cambiamento dell’Italia senza mai perdere il gusto della sfida. Uomo di motori, è diventato nel tempo molto più di un manager sportivo: una memoria vivente del motociclismo, capace di raccontare con la stessa passione i campioni e la vita.

Una lunga fotografia collettiva

Baccini sceglie però di non celebrare i successi professionali dell’amico preferendo riportarlo nel luogo dove tutto è cominciato: l’infanzia. Così il brano diventa una lunga fotografia collettiva e le immagini scorrono come un vecchio album di famiglia: Carosello, Canzonissima, il pollo arrosto della domenica, la voce di Nando Martellini alla televisione, Raffaella Carrà, il cinema di periferia, il pane e marmellata, le ginocchia sbucciate nei cortili. E ogni riferimento costruisce una geografia emotiva che appartiene a milioni di italiani. La forza della canzone sta proprio qui: Baccini evita la retorica della nostalgia e sceglie invece la memoria condivisa. Quel ripetuto “Siamo figli…” è quasi un manifesto generazionale che ricorda come, prima delle differenze, ci fosse un patrimonio comune di esperienze, sogni e riti quotidiani.

Racconto che nasce da un’amicizia vera

E’ il motivo per cui, in controluce, l’uomo che ha costruito una carriera nel motociclismo internazionale diventa il simbolo di chi è partito da una normalissima adolescenza italiana per trasformare la passione in professione. Non a caso il brano richiama continuamente il mondo delle due ruote: “tutti in gara su una moto post-atomica” e, soprattutto, quell’ultima immagine della “prima corsa vinta per davvero”, che sembra assumere un doppio significato: da un lato il ricordo delle prime competizioni, dall’altro la metafora di una vita affrontata sempre con lo spirito del pilota. E i riferimenti genovesi – Marassi, Claudio Onofri, la quotidianità di una città che sia Baccini sia Pernat conoscono profondamente – aggiungono autenticità a un racconto che nasce da un’amicizia vera e da radici comuni. Perché, come suggerisce il ritornello, prima di diventare manager, artisti, professionisti o personaggi pubblici, siamo stati tutti figli della stessa Italia, della mamma e del papà, delle domeniche davanti alla televisione, delle biciclette, dei motorini, delle corse e dei sogni.