di Csaba dalla Zorza

A causa dell’aspettativa sociale che schiaccia, l’ambizione nelle donne è sempre stato oggetto di imbarazzo e di autocensura. Ma la protagonista dell’ultimo romanzo di Csaba dalla Zorza dimostra che l’età può portare con sé nuovi desideri. E che questi possono abitare persino dentro la cucina

Ci sono storie che invitano a scavare dentro di noi e quella di Adele è una di queste. Nello scrivere questo romanzo (Io sono Adele, Marsilio, 2026)  ho voluto partire da un’affermazione, che è anche un messaggio: non è mai troppo tardi per ricominciare. Non esiste, oggi, un’età oltre la quale non valga più la pena desiderare il meglio per sé. Sono partita da una considerazione: esiste un punto nella vita di una donna che spesso non coincide con l’aspettativa sociale e porta a una rottura. Non si tratta di un fallimento, ma del momento in cui capiamo che il nostro carico mentale ed emotivo è diventato, per qualche ragione, insostenibile. Ciò che prima alimentava le nostre giornate non può più essere e affinché si possa andare avanti ci dobbiamo fermare, anche se sembra impossibile, ma dobbiamo affrontare il male della transizione cambiando la nostra vita. Il punto di rottura spesso è generato dal desiderio: quella spinta profonda che nasce da una mancanza e ci chiede di cercare ciò che riteniamo possa renderci felici. Per molto tempo alle ragazze è stato detto che si dovevano accontentare di ciò che sarebbe stato loro dato: un marito, dei figli, una casa. La carriera, l’indipendenza economica, il sesso, erano tre ambiti riservati agli uomini.

Io sono Adele è la storia di una donna che a sessant’anni decide di fare ciò che per molti anni si è negata da sola: mettere i propri desideri davanti a quelli della sua famiglia. Al contrario di ciò che ci si potrebbe aspettare, non sceglie di fare meno e prendersi spazi per sé, come insegnano i moderni manuali. Opta invece per un radicale cambio di rotta della sua esistenza e ricomincia da zero, mettendosi a servizio in una grande casa francese. Perché? Nessuno sembra comprendere quale sia il vantaggio nel barattare una carriera con un lavoro più umile. La risposta al perché di questa svolta arriva poco alla volta, mentre il romanzo procede, alternando la nuova vita a flash-back dolorosi che aprono delle crepe nella facciata smaltata della protagonista. In una lunga confessione privata, Adele ripercorre il suo passato per comprendere come abbia potuto arrivare sin lì, nel bene e nel male. Come gli anni della sua esistenza si siano trasformati nella sua vita.



















































Ho deciso di scrivere in prima persona perché volevo dare al mio personaggio una voce potente, quella di una donna ancora appassionata, attivista morale in difesa della condizione femminile, che desidera aiutare le altre donne a trovare il proprio posto e a difenderlo. Avevo bisogno di fondare l’impresa di Adele su un’esperienza reale, su sensazioni che avevo in parte provato. Pur non essendo un libro autobiografico, la protagonista ha molti punti di contatto con me. Entrambe abbiamo avuto un’infanzia complicata, ci siamo costruite una professione da zero con grande determinazione e fatica, abbiamo creduto nel matrimonio e nella famiglia. Ci siamo prodigate per stare dietro a tutto, con attenzione e cura. Adele è una femminista convinta, ma agisce fuori dagli schemi. Il suo centro di potere è la cucina, quella nella quale si rifugia quando si lascia alle spalle la casa borghese dove vive a Milano, il marito con il quale da molti anni ha un rapporto limitato alla convivenza sociale, i figli ormai adulti. Si trasferisce in un piccolo paesino della Provenza, Villeneuve-lès-Avignon, e da qui riparte, alla ricerca di se stessa, concedendosi di guardare indietro alle scelte che l’hanno condotta sin lì. Il suo è uno straordinario atto di emancipazione che ribalta le convenzioni: per essere libera, si chiude in cucina. A chi chiede, risponde: «Non so perché l’ho fatto. Semplicemente, lo desideravo». Per lei, che si è occupata della famiglia per tutta la vita, ai margini di giornate piene occupate dalla professione, ora prendersi cura della casa e della cucina è «l’unica cosa che ho da fare». Il lavoro domestico non è più una costrizione, diventa liberazione dai ritmi serrati e stressanti del lavoro in ufficio: riunioni, scadenze, responsabilità, carico mentale troppo pesante. Preparare i pasti della sua nuova famiglia, che lei chiama in modo antico «i padroni», è un modo per rivendicare il valore materiale e intellettuale della cucina, che diventa il luogo dove si produce in modo consapevole la cultura dello stare insieme. Chi sceglie cosa si mangia, come e quando, trasforma l’atto di cucinare in un atto di sovranità. Adele diventerà presto il capo carismatico della famiglia presso la quale prende servizio, usando la regola come mezzo e l’amore come fine. Per la preparazione della prima cena a casa Colbert mi sono ispirata al valore simbolico de Il pranzo di Babette, carico di aspettativa che i commensali negano per non cedere alla tentazione di essere sedotti dal piacere del cibo. Adele vuole usare proprio il desiderio come strumento. Con il suo modo personale di prendere possesso della casa attraverso l’atto di preparare la tavola, mette in scena la vita familiare. Occupare la cucina come stanza preferita significa toglierle la connotazione di luogo di segregazione della donna e trasformarla in un laboratorio di pensiero dove tutto avviene. Adele inizia a scavare dentro se stessa aiutata dal silenzio e dai gesti ritmici che usa per accudire gli oggetti. Si rende conto di essere diventata una bambina diligente perché aveva bisogno di sentirsi apprezzata, prima a scuola, poi sul lavoro. Ora a 60 anni sa che ciò che vede è il risultato delle aspettative che gli altri hanno avuto su di lei. Da piccola, cresciuta alla svelta per superare il trauma della separazione dei suoi genitori. Da ragazza, quando ha rinunciato alla laurea per lavorare e guadagnarsi subito l’indipendenza economica che l’avrebbe messa in salvo. Da adulta, quando capisce che il matrimonio al quale si è consegnata non è il luogo dove potrà sentirsi amata.

Ben presto, come una moderna Mary Poppins, si troverà a doversi prendere cura non solo degli oggetti, ma anche degli abitanti della casa, perché Adele sa amare, ma non ha ancora capito come rendere accessibile il suo cuore a chi potrebbe darle ciò che le manca. La nuova vita la porterà a spronare all’emancipazione una giovane ragazza che non ha potuto studiare, a convertire al buonsenso un’adolescente ricca e annoiata convinta che il mondo possa stare ai suoi piedi. Mentre cerca di tessere relazioni con una comunità che la considera estranea e si dà il permesso di non temere più il giudizio della società, intraprende un viaggio che è fisico, ma soprattutto interiore. E porta con sé chi legge alla scoperta del desiderio nascosto che ciascuna di noi ha, da qualche parte, dentro di sé.

1 luglio 2026